E stare come verde foglia stare: Gabriella Sica, “Tu io e Montale a cena”

Gabriella Sica – foto di Dino Ignani

Di DAVIDE TOFFOLI

Dopo quasi dieci anni torna a proporre un suo libro di versi Gabriella Sica, pubblicando per Interno Poesia un toccante “Tu io e Montale a cena”, con foto di copertina dell’immancabile Dino Ignani. Si tratta di una cinquantina scarsa di liriche, più due brevi testi in prosa, ben centrati sulla figura dell’inimitabile Valentino Zeichen. Ogni poesia trasmette poesia, evocando proprio quella vita da poco evaporata che è passata a ridosso dell’esistenza dell’autrice; una vita che, a suo modo, le è appartenuta e che ha saputo creare altra vita e altra poesia. Incroci di telefonate, di poeti, di battute, dialoghetti che lasciano trasudare un’intimità incentrata sulla parola e sul valore senza prezzo della stessa.
La prima sezione, “In limine”, è composta da due soli testi e si apre con l’immagine di un Valentino al vetriolo (“Valentino coriaceo al vetriolo / stai nella tua area di rigore / (…) / dove giocando in contropiede /strappi reticente e predace pezzetti / d’anima ai poeti”), in attesa, in ascolto, sintonizzato sui ritmi della poesia appunto; e subito le “minuscole inessenziali muse” preparano il campo alle “Quaranta poesie” della seconda e più corposa sezione, introdotta da un “Valentino in un letto di ospedale / nel mese più crudele”, ovvero in quell’aprile funereo tristemente evocato in “The waste land” di Eliot. “E’ un guerriero nato” che merita di combattere ancora “sempre lì ad ogni spiffero a soffocare / nel freddo dell’inverno / a incollare il mantice a porte / a settenari e a finestre / alla casa di un’intera vita”. La sua baracca, la sua specola che “resiste all’assedio del tanto”, un sogno a forma di casa nell’Arcadia di via Flaminia, è il contorno più adatto a un Valentino perennemente all’opera, che “sorvola le strade di Roma lieve / più lieve dell’aria”, un camminatore attento nel cuore pulsante della Capitale, colto nel suo “andarsene per le strade da straniero / amico della notte / con gli occhi anche ai piedi”. I versi della Sica sono un vero e proprio atto d’amore, come solo il ricordo emotivo e la memoria portante sanno fare, nei confronti di un uomo e di un poeta unico. Emerge dalle liriche uno Zeichen ermetico-ironico, iconico abitatore del Borghetto Flaminio, dal sapore umanamente mistico. L’atmosfera di queste pagine è splendida ed ispiratissima, come la versificazione di “Ricettario”, tra finocchiella fritta, l’aspro dei limoni, la brace al rosmarino, la salvia bruciata in fumo, il fuoco schioppettante di alloro… “Nel bel piacere conviviale / disporre di una regale quota / e stare come verde foglia stare”. Restando nei luoghi, si ritaglia spazio anche un solenne Verano, che ospita “la lapide di Numidia in marmo giallo / e venature nere”, nuova dimora del poeta e del suo essere primavera spezzata. Profondo si avverte il senso di mancanza, ma non mancano delicatissime espressioni di intimità come in “Mostrava come scendere le scale”, in modo obliquo, senza dare il braccio ad alcuno, eccentrico e vivacissimo; o come nella poesia dedicata a Dino Ignani, che potremmo definire come una sorta di “metaritratto”: un intenso gioco di specchi che evoca felicemente lo scatto di Ignani, creativamente predisposto dallo stesso Valentino, impegnato a creare situazione e immagine semplicemente movimentando mele sul tavolo della sua ospitale baracca. Si respira la forma, appunto, di infinito, in questi versi che evocano scene vissute o raccontate, quasi persistenze della memoria, o nel volo della fastidiosa mosca che “fosca ossessiva ronzava / come un’arpa / davanti agli occhi della Spaziani”.
La Sica riesce a regalare versi potenti, morbidi e marmorei al tempo stesso, scaturiti da una memoria personale e collettiva, naturali e verdissimi, di alloro e sambuchi… “Ama Montale il sambuco dorato / umile tremulo il suo sussurro / slanciato nel cielo azzurro / il tocco di luce nell’alto inverno”. Pagine intense e graffianti: “Nell’oltre. Qualche verso. Da dire nulla”. Parole mirate e rabdomantiche, come nei due dialoghetti. Zeichen è già personaggio poeticissimo di per sé e “Non poteva che essere la sua vita / un viaggio in attesa di partenza”. Ogni oggetto evocato, ogni luogo, è terreno fertile e fortunata occasione di poesia. Due bauli, due strade, due marciapiedi percorsi, riescono pagine perfette e abitate dall’insostituibile Valentino, quasi mirabile musa (“Al suo posto il vuoto. E ci manca”; e ancora “Noi avevamo tutto / lui non aveva niente / eppure era il nostro sostegno!”). Anche il “Se io fossi…” de “Il ritratto allo specchio” ha pennellate di intensa poesia (“Al centro terra e mare, astri e cielo / intorno la città in pace / nel cerchio dopo la città assediata / oltre figure e ali del ritorno / lune e stagioni / gomitoli labirinti e gru migranti…”) e una delicatissima chiusa (“Tu avresti preferito lo so / un ritratto più moderno e sprezzato / il tuo corpo riflesso in uno specchio / da rimuovere e portare via con te”). C’è l’anima intima del conversare in queste pagine, la ricerca del dialogo, il bisogno di trovare un “lettore” oltre l’essere semplicemente autore. Si è “fedeli alla poesia di sbieco / inclini all’intelligente stupore / all’aforisma elusivo sradicante / al finale secco fulminante”, ci si piega alla suggestiva magia di “un palloncino blu notte con un nome” legato, invisibile, al polso del poeta. La Sica tratteggia sogni, apparizioni, presenze abitatrici del vuoto, ombre persistenti del vero, immagina Zeichen a Finisterre “come migrante a bordo dell’Europa”, battuto dai venti furibondi, seduto a scrutare l’orizzonte, dove l’Atlantico sembrerebbe null’altro che un foglio bianco ancora da riempire. Si incontrano poeti, come Szymborska, Montale e Pagliarani, ma è l’atmosfera quasi onirica a farla da padrone “nella grigia sotterranea nube” dove un sospirato abbraccio si trasforma in un vano stringere fumo e vento; perché “non è diverso dalla veglia il sogno / accordare presenza / e assenza”, come non è diversa dal sogno la morte. Non è diversa dal sogno la poesia.
Segue la sezione “Due prose”, rispettivamente datate 5 luglio 2016 e 28 gennaio 2017, dove si riflette sulla figura anomala e singolare di Zeichen, come “poeta bohémien alla corte della borghesia illuminata”, ma anche sulle caratteristiche peculiari della poesia, che è sempre testimonianza, eco, riflesso “di un’ombra che è l’altro e al cui posto saremo noi un giorno”. Quasi un naturale rinnovarsi delle bulbacee, che sembra sfondare il tempo, in quella “cara amicizia tra poeti” che rinnova gli incontri, che illude, che sospende ed unisce.
Definitiva e conclusiva la sezione “Altre due poesie”: prima proprio nel segno dell’ennesimo incontro immaginato, post mortem, con Ungaretti e Moravia (“voi tre allegramente in silenzio”) vicino a lui, nel suo angolo del Verano; poi, con “Il glicine in fiore”, impattiamo in una meravigliosa metafora-soglia, nel simbolo perfetto del grande glicine tagliato con mano acida e crudele, dal cui tronco già riaffiora, nascendo tremolante, “ancora qualche bel fiore”.
Perché la bellezza (e questo libro lo testimonia bene) è molto più di una semplice ombra. E’ tronco possente spezzato, ma con radici profonde. Ogni singola poesia è parola eterna, irriverente e sacra, tra amici.

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