“Cecità”: un trittico poetico di Raffaela Fazio

Di RAFFAELA FAZIO

Cecità

Nasten’ka (F. Dostoevskij)

Guarda, lo vedi, è qui il punto
in cui mi teneva lo spillo
al grembiule: mia nonna, la cieca
mi aveva cucita al suo fianco
e sentiva allentarsi la mente nel sonno
e soffriva e temeva ormai il giorno
in cui sarei uscita
non pronta all’incontro.
Ma l’altra, la donna gigante
premendo da dentro
mi aveva già vinta
come oltre la riva la piena
di un fiume

un fiume
con indosso nient’altro
che il proprio volere
˗ a frenarlo nessuna paura
se s’ingrossa, se ignora
quanto sola è la spinta
che ricopre ogni spazio
credendo felice fusione
la violenza, l’inondazione.

*

Robert (R. Carver)

Amico, aspetta, metto le mani
sulle tue mani
che tentano un disegno:
ne seguo il movimento
di più, le spingo avanti
ne anticipo le pause
e ancora, ne sento la sorpresa
quasi un riso trattenuto
il gusto nel farsi poco a poco
di qualcosa. Dai, amico
va bene questo abbozzo
sai quello che succede?
Sai cosa sta nascendo
da un principiante e un cieco?
Lo spazio del disagio, del sospetto
fa posto a un altro spazio
che cresce con noi dentro. E sale.
Amico, non ho nessun ricordo.
Non vedo, tu non credi.
E non ci conosciamo.
Ma insieme in una notte costruiamo
la prima cattedrale.

*

La Signora-del-villaggio-dei-fiori-che-cadono (M. Yourcenar)

Con il mio Signore ho condiviso
non fuochi, gelosie o tradimenti
ma febbri di palude, giorni malati.
Per lui ho cambiato nome,
il taglio delle stoffe, il profumo.
E l’ho raggiunto
là dove c’era spazio solamente
per l’avanzare lento della morte.
Ma delle cento volte
in cui mi ha uccisa
preferendo a me le altre spose
nessuna è dolorosa quanto questa.
Credette alla mia storia perché cieco
mi finsi sconosciuta e solo allora
mi volle al suo fianco.
Ero felice:
Sciujo, non più dama d’onore.
Intatto il mio passato (è quello che pensavo)
e il principe che amavo
ora eremita, docile al mio amore.
Invece, prima dell’addio
tra i volti del palazzo rievocati
gliene mancava uno
a sua insaputa:
il mio, soltanto il mio.

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