Un naturale vibrare sul filo dell’acrobata: Marco Caporali, “La vita inoperosa”

Marco Caporali, “La vita inoperosa”, Empiria 2019

Di DAVIDE TOFFOLI

Presentando l’ultimo lavoro in versi di Caporali, “La vita inoperosa” (Empirìa, 2019), credo sia quanto mai opportuno riproporre le parole del giovanissimo ed ispiratissimo Giorgio Ghiotti che definisce Marco: “l’animo più gentile, lucido e apprezzato, della poesia italiana contemporanea”. Il libro, infatti, rispecchia in modo disarmante e rassicurante al tempo stesso, le principali caratteristiche del suo autore: gentilezza, lucidità, invidiabile capacità di tradurre in immagini. Si articola in quattro distinte sezioni, attraversate però da una medesima vibrazione che bene le salda all’interno di un viaggio tracimante di impressioni e di suggestivi e mutevoli punti di vista.
Apre il percorso proprio la sezione che fornisce il titolo all’intera silloge, “La vita inoperosa”, e costringe da subito a fare i conti con quell’aggettivo importante e quasi sfacciato in un contesto come quello della nostra modernità, dove rischierebbe addirittura di suonare offensivo o amorale; ma tale “inoperosità” sembrerebbe parente stretta dell’ “Otium” latino, inteso come tempo di studio, di riflessione, di ricerca e di conoscenza di sé; è, al tempo stesso, sospensione dei ritmi imposti dalla società odierna e critica ai dispositivi più subdoli e invadenti del potere; è, soprattutto, un’immensa opportunità: quella di assumere sguardo e ritmo dell’ambiente naturale, in un’empatica contemplazione di luoghi e di persone, di lavori e di attese. In queste pagine, la fonte della quiete è il movimento e, da lettori attenti, siamo chiamati a farci soffio vitale, a farci vento e, di volta in volta, ci scopriamo vibrazione, onde, risonanze, e lo spostamento costante del punto di vista rivitalizza il nostro sguardo sul mondo e ci consegna persino una via di fuga dai dolori che, inevitabilmente, segnano le nostre giornate. Scrive acutamente, a tal proposito, in una sua recentissima recensione al libro, Antonio Raffaele: “Sembra quasi l’augurio di un nuovo Eden, un’esortazione ad assumere il punto di vista dell’ambiente per permettere un movimento e un circolo virtuoso tra i fiori della conoscenza e i frutti offerti dalla vita inoperosa”.
La lingua è quella dei bambini che giocano, innata e fatta soprattutto di sguardi; il passo è quello lento, da viandante, per trascorrere al meglio da paese a paese, da situazione a situazione, e per conoscere e vedere e non soltanto guardare; e poi, c’è davvero tanta sabbia in questi versi, come fondo ricorrente dei passi di questo libro, vissuti e narrati, ma anche come sostanza di confine, di maceria, di tributo pagato al mare dalla roccia che si sgretola e che ad esso si consegna. “A brano a brano addentra / la sabbia e solo quel che si disperde resta”; perché decomporsi è prosperare, ma all’uomo non è dato riconoscere la mappa di questo viaggio, del quale quasi sempre percepisce la fine e la separazione e non il naturale trasformarsi delle cose. C’è un’armonia rara in queste poesie di Caporali: “La vita inoperosa” è sezione che letteralmente trasuda un’ispirata fertilità creativa dalla quale nascono vere e proprie pennellate: “Meglio procedere in branco / che in ordine sparso”, oppure “potremmo a viva voce parlarci tra le spighe”. E’ come se, nella condivisione tangibile, ci venisse suggerita una strada. Anche nella splendida suggestione di Grenen, dove i mari si incontrano e “detta / legge il disordine / caro agli amanti”. Vivere, scrivere, in fondo, sono sempre al tempo stesso quiete e movimento e queste poesie risuonano come naturalissimamente umane, come “protetto avanzare / sull’orlo dell’abisso”, proprio mentre si tenta di assumere un respiro profondo e lontanissimo dalle assurde frenesie della contemporaneità, mentre “si dispiega e si ritrae col mantice la vita inoperosa”.
Segue la sezione “Casa di fuga”, nome che descrive i luoghi di accoglienza per le donne vittime di violenza domestica, e potrebbe sembrare un ritorno alla cruda realtà dopo un’edenica Danimarca, ma si contraddistingue per un’incredibile e quasi innata propensione all’incontro: “Quando s’incontra qualcosa che è in te / con altro da te, un’energia potente si sprigiona / e tutto diviene stranamente reale”. Ogni incontro si presenta realmente intriso di un potenziale inatteso, ogni singola parola può suscitare reazioni e aprire mondi. E poi ci sono ricordi, immagini, giochi d’infanzia evocati od osservati, alberi di vario genere: quello che resta soffocato da ciò che gli cresce attorno (“Simbiotico è lo stato delle cose. / Inaridisce l’albero che più di tutti svetta / e a lui subentra chi avvolgendo prospera”) oppure quello che resiste gioioso e che “indossa la sua veste parassita come un abito di gala / e un altro incurvato che deve / reggere il peso dei propri rami”. E’ una sezione che ci insegna profondamente la possibilità di conservare, da testimoni, le cose a noi più care e riesce a farlo anche nelle immagini più paradossali come in Romics, dove tratteggia con maestria il desiderio dei ragazzi di distinguersi, indossando un costume o una divisa, con “la voglia sfrenata e festosa / di liberarsi dei lacci che trattengono / i padri appostati sull’argine / in attesa che passi”.
La terza sezione, “Sul filo dell’acrobata”, è costituita invece da una serie di variazioni sul tema, proprio su Giorgio Agamben e sulla sua riflessione filosofica sul tema dell’inoperosità, come vera e propria missione di vivere riconciliandosi con la propria natura animale, con versi che si imprimono indelebili nella testa e nell’animo del lettore: “Innata la cura / che ogni vivente a se stesso riserva”, o ancora “Dall’arte apprendi / quel che natura all’animale dona”. C’è una poetica precarietà in queste pagine, quella di corpi compartecipi e sospesi nel vuoto, c’è soprattutto la selvatica naturalità del gesto della vita inoperosa. “La forma della casa, impenetrabile / s’innerva nella vita che vi abbiamo dissipato”. E’ l’assaggio tagliente che anticipa la naturalissima rivoluzione di un vero e proprio modo di stare al mondo che culmina nei prodotti artistici dell’ultima sezione, “Il fuoco delle veglie”.
Si apre con i versi meravigliosi (già apparsi su “Il libro degli allievi. Per Biancamaria Frabotta” a cura di Alessandro Giammei, Bulzoni 2016) dedicati a Biancamaria Frabotta e al suo corso dedicato alla poesia di Pascoli: “Avvolse l’aula una salubre aria / e noi ripiegati sui banchi / ci ritrovammo all’aperto, al vento che agita e placa / il nostro irrequieto vagare”, ovvero il tocco quasi magico di ogni docente illuminato, ma anche “maestra / che non riempie col sapere il vuoto / ma la mancanza in ciascuno preserva”, ovvero il complimento più profondo e sentito che un docente possa sentirsi rivolgere. Il limite, come strumento insostituibile di crescita, e numerosissime cadenze di versi di rara intensità che squarciano letteralmente la pagina: “i pochi / sopravvissuti caddero / per mano di coloro che li avevano arruolati”, o ancora “E mentre scorrono / grappoli di note immagini del tempo, / frammenti di un discorso che si accende / e spegne in un baleno, chiudi gli occhi se vuoi / conoscere il mondo”. Tornano i giochi dei ragazzi, che prediligono macerie e rovine, e torna quell’istintiva saggezza della natura che attraversa ogni pagina di questo libro, con sintetica e dilaniante efficacia: “Non mutano rotta né meta / e in uno stesso punto si raccolgono / anno dopo anno i migratori, / senza bisogno di condurre in porto / i nuovi nati: riconoscono la via / che mai hanno percorso”. Chiude la raccolta un testo dedicato a Giulia Napoleone, fantastica ed immensa artista autrice della intrigante copertina dello stesso: “Al fuoco delle veglie si tramandano / imprese che hanno il cielo come schermo”…
In queste poesie, le parole di Marco Caporali si ergono, naturali e potenti, come catene montuose, cercano costantemente di accordarsi su una vibrazione universale e contribuiscono a rendere “La vita inoperosa” uno dei libri di poesia più intensi ed avvolgenti pubblicati nel 2019. Da leggere e da rileggere “con immutata grazia”.

 

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