Roberto Ravì Pinto, “Temporali al neon”

Roberto Ravì Pinto, Temporali al neon, Tempra Edizioni, Ariano Irpino 2019, 52 pp., brossura.

Di MARIA GRAZIA TONETTO

La caratteristica più evidente della poesia di Ravì Pinto consiste forse nella sua qualità metafisica. Pur presentando una tematica decisamente delineata – la storia di due amanti divisi – la raccolta Temporali al neon si snoda in un’ambientazione che è al tempo stesso urbana e rarefatta, un paesaggio dell’anima, un tempo della mente. E’ questo salto che la prima poesia “Periferie” programmaticamente indica, citando i due poli entro i quali le poesie successive si muoveranno: Carver e Borges, come a suggerire che la quotidianità e i dettagli minuti del paesaggio della città saranno contemplati con lo sguardo astratto del poeta argentino. In tale ottica trasfigurante, il metallo vile dell’esistenza – la relazione d’amore tra due oggetti piccoli –  si trasforma nell’oro di quanto di essi resterà in eterno, sicché l’io e il tu iniziali diventano oggetti d’amore provvisori, sostituti momentanei di un loro sé archetipico. La poesia di Ravì Pinto si propone fin dall’inizio come un processo purificatore che trova nella rielaborazione della memoria il suo reagente principale.

Per l’appunto, gli eventi delineati dalle poesie sono colti su uno sfondo che muta continuamente da paesaggio urbano a paesaggio della mente. La spazialità di Temporali al neon è fatta di periferie, corrispondenti a “le nostre solitudini”, e da un centro, che il poeta fa corrispondere all’appartenenza e all’interezza che l’io lirico ha trovato e perduto per sempre “bussando alla [sua] porta”. L’asse spaziale dominante nella raccolta è il movimento dall’esterno all’interno, dalla città, alla stanza, allo spazio del cuore. Tuttavia, quest’ultimo è “terra di conquista”, devastata da una lotta invisibile al giorno ma evidente allo sguardo profetico dell’amante. Altrettanto dicasi per la stanza, centro assoluto degli eventi e parte più segreta del sé, la quale diviene nei versi di Ravì Pinto un orizzonte perennemente minacciato, rifugio solo momentaneo e luogo del ricordo, preso tra due tempi. Nell’immaginario mitico dell’autore la città stessa può tramutarsi in un deserto d’ascesi, nel quale l’amante conduce la sua lotta contro la perdita e contro quanto del mondo ha inteso abbandonare. Tali oscillazioni spaziali conferiscono alla vicenda amorosa una dimensione contemplativa che coniuga pensiero, sentimento e carnalità. Esse articolano la tensione fondamentale della poesia di Ravì Pinto, ovvero un movimento di spoliazione progressiva verso l’essenziale nel cui quadro il persistere della memoria dell’amata e la vitalità del sentimento si rivelano come elementi irrinunciabili, che è impossibile abbandonare pena l’abbandono del sé.

Eppure, il vero protagonista della raccolta non è costituito dagli amanti ma dal Tempo, l’elemento che apre il sentimento d’amore e la storia a una più ampia riflessione. L’incontro vissuto è colto tra due tonalità principali: l’attesa e il ritorno. Tra queste si inserisce appunto la polarità temporale più vivida: l’avverarsi dell’amore come qualcosa che pur avendo luogo nella storia attualizza una vicenda che il tempo trascende, all’intersezione tra tempo storico e tempo ciclico. Così, nei versi, l’amore realizzato agisce da latore di significato rispetto agli istanti della vita, da elemento che li disvela nel loro carattere permanente.

Tra le categorie temporali della raccolta, l’attesa è di sicuro la più complessa. Essa campeggia fin dai primi componimenti come tonalità dominante, a partire da “Periferie”, in cui l’io lirico equa parte del suo essere proprio con la dimensione dell’attendere; o in “T’aspettavo”, che prende titolo dall’essenziale verso conclusivo, componimento in cui le stesse poesie della raccolta sono presentate come l’amaro risultato di un baratto con un tempo felice in cui tutto doveva ancora essere, in cui tutto era ancora, implicitamente, “attesa”. La complessità dell’attesa nei versi di Ravì Pinto è data però dal fatto che essa non si esaurisce con il consumarsi della vicenda d’amore, non è solo attesa di ciò che è ancora a venire, ma viene rilanciata nel futuro, diventando attesa per ciò che è già stato, infinita sospensione. Esiste, in altre parole, un’attesa ricordata e un’attesa del ritorno. Ecco perché a buon diritto l’io lirico avverte la sua sostanziale identità con tale dimensione e perché, d’altro canto, il presente storico è come svuotato del suo valore implicito nel suo farsi anticipazione di altro. Eccoci dunque al cuore del problema-tempo nei versi di Temporali al neon: la poetica dell’istante.

Cosa si dà tra l’attesa che l’amore sia e la sospensione dopo che l’amore è stato? Semplicemente un tempo pieno, incancellabile, l’accadere dell’istante significativo e disvelatore. Si tratta, nella raccolta, di un vero e proprio tema. Esemplarmente, nei versi di “Domani”, l’amata porterà “in dono una vita/ intera in un istante” (corsivo mio). Ravì coglie la pienezza e la ricchezza dell’incontro come “dono della vita”, dell’infinitamente ampio, contenuto nell’estrema concentrazione dell’istante. Un istante che contiene un’opulenza di eventi da esplicitare in un futuro che non sarà mai esaurito poiché ciclico. L’amore avviene dunque in un tempo qualitativo, pieno, nel kairòs, “la cui radice krr dice unione, nodo, armonia”[1], ovvero l’istante che connette in modo significativo l’attesa, la sospensione, e il tempo del ritorno. Nessuna poesia coglie la complessità degli intrecci temporali della raccolta come “L’Eccezione”:

Un momento solo

– come l’eremita – attendo

La poesia si apre con tutta la tensione dell’attesa per il ritorno di un punto che del tempo dispieghi il fine, il telos. Ravì Pinto ne sottolinea la qualità straordinaria a partire dal titolo, che allude a ciò che esula dalla successione ordinaria dei minuti, rompendo, eccezionalmente, le maglie dell’uguale. In virtù di tale consapevolezza, il silenzio grava pesante su quell’aggettivo, “solo”. Nei versi, carichi di un’energia che va accumulandosi per esplodere nel finale, l’amante disperso nel deserto ascetico del pensare/sentire, attende l’istante “irripetibile”, “decisivo”, usando l’antica quanto pregnante metafora della “lancia/che dopo un’infinita sospensione/tocca terra”. E’ un tocco, un punto, un’intersezione che il poeta descrive, la fusione dell’eterno rilanciarsi dell’attesa con il presente illusorio della storia: lì dove si è dato e si darà il presente dell’essere realizzato, il tempo del “sono io sono qui”, le uniche parole dell’amata nella raccolta.

Sì, perché nei versi i due amanti sono già stati e saranno di nuovo, e se la loro vicenda ritornerà, i panni che essi vestiranno nel tempo ordinario della storia – quello che esula dalla pienezza del due – non è che un’illusione, quella che può sparire quando l’amante, chiudendo gli occhi, si proietta oltre i giorni, nel contatto con l’amata, la sua pelle, le labbra, nel “brivido di un bacio”, sia trascorso che a venire. Gli amanti saranno altri ma ancora gli stessi, perché il tempo “è solo una prigione” ed è l’anima che attraverso di esso si muove e “vede quel che noi/con gli occhi adesso/ non vediamo…” (“Abaco”).

Va da sé che nei versi di Temporali al neon, l’esperienza dell’io nel tempo sia sottoposta a molteplici cancellature identitarie e molteplici rinascite. La questione identitaria è espressa nella poesia d’apertura, nel “Tu sei”… “Io [sono]” agganciati ai nomi di altri poeti. Essa viene articolata poi attraverso le molteplici trasfromazioni dell’amante. Questi è “il beduino”, nomade del tempo, il “viandante cieco”, ma anche lettore e scrittore ne “La Biblioteca”, colui che scrive nel tentativo di spezzare il giogo del tempo. E’ lo straniero che non ha più casa, lo sciamano, colui che si definisce paradigmaticamente “sono il caos”, o il “senza nome”. Nel tempo della perdita, egli non è che un “uomo uguale agli altri”, privato di determinazioni individualizzanti. Il processo della scrittura, attraverso cui l’io lirico può spogliarsi del sé limitato, è dunque parte della ridefinizione identitaria che accompagna l’attraversamento del tempo storico alla ricerca di un’essenza. Tale processo trova il suo culmine in “Tuono”, che immagina il momento del confronto con l’amata, l’incontro rilanciato nel futuro:

Solo allora

ti chiederai chi sono

e se davvero sono stato

oppure, con sorpresa,

mi rivedrai nella luce prima

spoglio dei giorni e della somma,

dell’esito, del risultato:

sarò di nuovo, Io,

straniero, sconosciuto,

La domanda verterà appunto sul “chi sono”, nel momento supremo in cui l’essere sarà riconosciuto, veduto nella sua intersezione tra i tempi, spoglio delle finzioni, colto un momento prima della rinascita. Ma esattamente è l’anello del tempo che risponderà alla domanda, il compiersi del ritorno negli occhi di lei, l’unica che possa “rivedere”. A questo punto, si comprende come i “Temporali al Neon” del titolo siano un’allusione all’atmosfera urbana come pretesto per un viaggio nelle ere alla ricerca di una definizione del sé, che tuttavia non può compiersi se non attraverso il riconoscimento dell’Altro. In quanto riconoscimento, tale auto-eterodefinizione coincide anche con un movimento negativo, di spoliazione dai falsi sé.

Temporali al neon non è solo una raccolta di poesia amorosa. Se T. S. Eliot individua come qualità preponderante dei poeti metafisici la capacità di sentire i concetti nei sensi, con la stessa immediatezza con cui avvertiamo il profumo di una rosa, di pensare nella carne come prima della scissione cartesiana e, poi, illuminista, se consideriamo la ricchezza di suggestioni letterarie, filosofiche e simboliche che la raccolta contiene, allora Ravì Pinto fa parte di quei  poeti che ci tendono il cuore fino ai limiti del pensiero e che ci fanno sentire che il due è piccola cosa se non spingiamo lo sguardo nel nostro invisibile.

[1] Umberto Galimberti, Gli equivoci dell’anima, Feltrinelli, Milano 2007, p. 145.

Roberto Ravì Pinto
Temporali al neon
Tempra Edizioni
Ariano Irpino 2019
52 pp., brossura.

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