Pulsione narcisistica: Eros Sogno. Attraversando “Hypnerotomachia Ulixis” di Sonia Caporossi

Di VITALDO CONTE

 

“Amo, quindi sogno” (S. Caporossi)

Il sogno esprime un possibile percorso dell’essere per attraversare la pulsione erotica come ricerca d’amore. L’incontro con la propria proiezione narcisistica può essere espresso per mezzo di un altro. Che magari “vive” attraverso un corpo-sesso diverso dal proprio, in quanto ciò risulta funzionale con il desiderio proiettivo. Questo altro può incarnare il personaggio che  “trasfigura”, nella narrazione di un testo, la propria pulsione erotica.

Il corpo-testo tende ad essere una imprevedibile creazione: vuole essere scritto dal desiderio del suo autore attraverso le parole stesse. Come scrive Roland Barthes: “Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. È come se avessi delle parole a mo’ di dita sulla punta delle mie parole”.

Nel Manifesto della Pulsione, mio testo pubblicato su ‘Critica Impura’ (20 febbraio 2019), scrivevo che una narrazione pulsionale vuole “vivere” in un testo aperto agli sconfinamenti. In questo i generi della scrittura convivono naturalmente, colloquiando fra di loro per costituire un unico testo. Che può divenire voce e corporeità della scrittura stessa, narrandone le interne pulsioni del desiderio e della psiche. I molteplici frammenti di narrazione diventano una “storia” dell’autore alla ricerca dei propri archetipi erotici.

Questa premessa serve per introdurre un mio attraversamento del “romanzo onirico” di Sonia Caporossi Hypnerotomachia Ulixis (Carteggi Letterari, 2019). Definire questo libro un romanzo risulta una “maschera” della scrittura, in quanto lo scorrere di lettura ne evidenzia la complessità, leggibile nei suoi frammenti testuali: ben strutturati e rielaborati nella loro specifica significanza. Questi volutamente “si perdono” nel magmatico dettato dell’autrice, che indica, attraverso un “viaggio di Ulisse”, l’esistenza di un proprio esplicito itinerario-progetto tematico. Che si snoda in un monologo di sette capitoli, percorrendo aree letterarie differenti. L’autrice esprime, infatti, questo suo percorso anche attraverso la conoscenza filosofica, che dialoga con la narrazione per “svelarsi” talvolta frammento di poesia.

Diversi sono i richiami di autrici/autori che hanno “guardato” nei secoli la figura di Ulisse, privilegiando le indicazioni dell’erranza, dell’esilio, dell’incontro con archetipi del femminile. Tra i riferimenti letterari di questo testo c’è il richiamo alla lezione pedagogica della Commedia dantesca e il riferimento metanarrativo all’Ulysses di Joyce.

Le parole dell’io narrante esprimono le tappe di questo sogno-incubo. Che diventa, come scrive Anna Maria Curci nella prefazione, “il senso del viaggio-romanzo onirico-conte philosophique condotto con una prosa che fa dell’eccesso provocatorio, della rabelaisiana commistione, della sovrabbondanza neobarocca, della variazione pluridimensionale e plurilingue il suo punto di forza”.

Nella premessa Sonia Caporossi delinea il proprio viaggio scritturale: “Ogni singolo episodio, ogni situazione, ogni personaggio presenti all’interno di questa narrazione sono il frutto genuino del lavoro onirico del mio inconscio. Si tratta di sogni e incubi che ho annotato nel corso degli anni, alcuni ricorrenti, altri mai più occorsi, e di cui non ho mai fatto parola prima d’ora con nessuno. Essi aspettavano probabilmente di essere disposti in forma narrativa (…)  da quando ho vergato la parola “fine” al presente libro, io non sogno più, quasi come se la scrittura possa essere stata un tramite terapeutico di purgazione dal dolore e dalle tensioni psichiche più riposte”.

Il viaggio di Ulisse incarna da sempre l’archetipo di una erranza dell’anima. Che include il perturbante incontro con le molteplici seduzioni dell’archetipo femminile: “Ho fatto l’amore con tutte le maghe, con tutte le ninfe del mondo, colmandomi del puro desiderio amplificato nel grammofono stonato del mio desiderio impuro. Mi sono dato al vizio. Ho bevuto da tutti gli otri l’impuro liquore di Bacco, e se me ne veniva la subitanea voglia, mi gonfiavo come un maiale diventando paonazzo e sanguinolento, Cristo, altri dieci anni così!” (S. C.).

Questo Ulisse vuole esprimere l’uomo contemporaneo con la sua perenne irrequietezza. In questa neo-Odissea si vuole narrare il viaggio di un’anima nei propri inferni personali, dialogando con le maschere del narcisismo. Questo Ulisse, predisposto al viaggio continuo, cerca un’erranza che abbia confini dilatati fino ai limiti estremi del sopportabile, che lo inducano ad abbandonare l’idea rassicurante della terraferma. C’è il pensiero persistente della moglie Penelope che lo attende, tradita da lui innumerevoli volte. Vorrebbe che lei, leggendo il suo turbamento, comprenda che il suo bisogno è una estensione del destino: “Perché ho distrutto il cuore dell’unica donna che mi avrebbe mai amato senza chiedere nulla in cambio? Capiva, forse, che mentre le raccontavo di Circe, di Calipso, di tutte le altre escort a pagamento e non della mia vita, io stavo male, molto male? Capiva che avrei voluto che mi perdonasse, che m’abbracciasse e piangesse delle stesse mie lacrime? Che l’amavo dell’unico sentimento che potevo riconoscere come mio, il senso del bisogno?” (S. C.).

Sogni e incubi si alternano in rapporto alle pulsioni, esterne e interne, con i loro pericolosi richiami: “E di nuovo il mio destino da quando sono qui sembra quello di correre, correre, correre sempre più forte, come per scappare dalle lusinghe impavide dei miei incubi, come per rinnegare le conclusioni sillogistiche dei miei teoremi solipsistici. (…) Volevano farmi fare la loro stessa fine. La noia. (…) Il più grande dei disinganni” (S. C).

Gli elementi scritturali ricercano la dimensione archetipale e mitologica della narrazione. Nell’io del protagonista emerge l’irriducibile solitudine di chi ricerca il nulla: “Cammino, cammino verso il nulla, per il nulla, non pensando a niente, solo ricordandomi tutto me stesso” (S. C.). In questa solitudine ci può essere l’affermazione della propria completezza: “La mia unicità è risaputa. Io sono unico, e l’unico è più raro del raro, perché raro esso stesso. Ho fondato la mia causa tribunalizia sul nulla, come Max Stirner. E sul nulla ho discusso la mia strategia avvocatizia di difesa” (S. C.).

Come ho scritto in un messaggio all’autrice, a proposito del suo libro che avevo “conosciuto” in una presentazione a Roma: “Questa scrittura si collega alla pulsione come voce dell’eros e della follia, volendo divenire evento”. Infatti è nella sua espressione orale, a voce alta, che può essere compresa compiutamente questa pulsionale essenza dell’eros.

Colloquiando con il suo libro ho estrapolato frammenti testuali per farli diventare proiezioni archetipali del narcisismo. Che ha bisogno – di sentire – il contatto pulsionale con il proprio organo sessuale per diventare deliquio: “Il mio deliquio, lo ammetto, è sessuale: contemplando questa sublime scena non posso esimermi dal carezzare col caldo palmo della mano il mio sesso in erezione, mentre il piacere comincia la sua danza macabra a braccetto (…). Muovo la mano su e giù sempre più forte, sempre più rapidamente, ed ecco che pulsione di vita e pulsione di morte si condensano in un unico plasma di cera fusa che attende di colare lungo il lagunoso stoppino prostatico di mille orgasmi centuplicati” (S. C.).

L’atto eiaculatorio ha il potere di superare la pulsione iniziale per entrare nella scena archetipica dell’eros stesso: “Finalmente, uno schizzo del mio sperma in piena esonda sguazzando sulla scena, sui corpi dibattenti dei due contendenti sovreccitati dalla lotta mortuaria, affogando di lacrime vitali e umorale abbondanza entrambi i protagonisti di quell’estatico teatrino dell’eros” (S. C.).

La pulsione estrema del proprio sesso “entra” in dialettica con il corpo dell’altro, anche per celebrarne l’azione: “Per le infinite occasioni in cui il mio sesso in erezione si è dedicato ad altre vergini all’infuori di lei, per l’afrodisiaca Apocalisse che mi borbotta nel ventre ogni volta che sento un profumo di donna fra le fibrille delle narici… la mia colpa è il cazzo! Il cazzo, falso profeta” (S. C).

La pulsione può dilatarsi per diventare follia naturale, attraversando le vie del piacere: “Non capisco più nulla! Voglio solo prendermi il piacere da questa bella meretrice ormonica, ma neanche il mio sacrosanto ruolo virile mi viene preservato: ecco, è lei che pensa a tutto, le sue mani continuano a frugarmi, prende il mio membro (…), lo introduce nell’antro trasudante desiderio; avviene il contatto, è lei, lei, lei che fa l’onda!” (S. C.).

I conflitti o le convivenze del principio femminile e di quello maschile si presentano nell’opera con frequenza: “e sull’ultimo gradino mi assale l’estremo dubbio: debbo sottoporvi la mia testa, principio femminile, il mio pene, principio maschile, o la mia lingua, principio di non contraddizione?” (S. C.). La pulsione narcisistica può esprimere, nell’oralità narrativa di questo dialogo, la naturale vocazione trans-gender del desiderio che vuole essere archetipo di creazione/pulsione.

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