“Era l’estate”, racconto inedito di Salvatore Enrico Anselmi

Di SALVATORE ENRICO ANSELMI

Era stato l’ultimo pomeriggio di primavera, la stagione instabile e insicura, venata di folate fredde tra marzo e aprile. La primavera piovosa e incerta, durante il mese di maggio, uno dei più freddi mesi di maggio che fossero giunti in città, si era conclusa.
Il saluto della primavera, di quella primavera che si allontanava per sempre, era un cielo che respirava nuvole chiosate ai bordi di luce bianca e polverosa. Era la luce di un solo giorno, lo splendore della luce di un solo giorno che si allontanava dai tetti con un commiato formale. Non era solo luce e non era solo bianca perché grondava dello stesso fulgore azzurro del cielo che l’aveva preceduta ma con l’abbrivio dell’accendersi non a caso e non per sempre.
Non era solo l’esito combinatorio di temperatura, irraggiamento e umidità, ma era il saluto, unico e irripetibile, di quella sera al mondo e alle case.
Il giorno successivo, senza alcun preavviso, l’afa estiva si sarebbe adagiata su quei palazzi e dentro le stanze abitate. Scorrevole lungo le strade, cominciò a sonnecchiare nei giardini, tra le vasche d’acqua zampillante e le panchine in legno verde, dentro i chioschi dei gelati e sulle diligenze tirate da vecchi pony che si liberavano dalle mosche scuotendo a intermittenza la coda.
Era l’estate del sonno che prendeva il sopravvento sulla ragione nel mezzo della controra.
Era l’estate della città popolata come in inverno solo dai poveri, perché la congiuntura aveva allontanato i poveri, tutti a casa, dai ricchi, in dispersione da vacanze al mare, all’estero, in barca.
Era anche l’estate dei treni per il litorale, affollati e vocianti di persone dai due ai novant’anni, dei panieri che grondavano cibo e pasta al forno, delle ghiacciaie per il vino e per la frutta.
Era l’estate in cui i pomeriggi erano lunghi e vuoti.
Durante i pomeriggi lunghi e vuoti i mariti, rimasti in città per continuare a lavorare, appena usciti dall’ufficio, cercavano l’amore in qualche dancing sul fiume.
Era l’estate delle vie in periferia, scortate da palazzoni residenziali ai bordi dei nuovi quartieri non ancora ben serviti dal sistema fognario, dove l’acqua usciva marrone dai rubinetti e, quando sgorgava quasi trasparente, se la beveva chi voleva ammalarsi di stomaco.
I filari dei palazzi in travertino, venuti su come funghi in ottobre, spuntati dalle escrescenze cretose della prima campagna come tante lumache dopo la pioggia, scandivano il discrimine tra il verde, quello vero, selvatico dei greppi e delle depressioni, ancora macchiati di ginestre tardive, e il primo metro quadrato di strada ricoperta col bitume.
Fino a qualche anno prima lì era tutta campagna, campagna vera di filari e oliveti, di cascinali e trattorie dove s’arrivava solo con la strada bianca. I cascinali con le vacche e le trattorie, precedute dalle pergole, sembravano parenti, come i gestori delle fraschette e i bovari che percuotevano le mucche con la canna. Erano della stessa matrice, della stessa terra, dello stesso spacco sulle mani tozze, della stessa fenditura scavata dal sole e dalla pioggia sul legno rinsecchito che sosteneva i tetti di pampini.
Erano veraci le imprecazioni contro i bovini storditi dal sole e dalle mosche, al pari dei tavolacci imbanditi alla domenica e nei giorni di festa col pane fresco e la pasta rugosa e gialla per tutte le uova che le cuoche, racimolate dalle frazioni del circondario, ci avevano messo dentro. Presa a pugni con forza, stesa e lasciata riposare, l’amalgama, umida e calda come un grosso pane, passava sotto il coltello azionato da mani ferme per diventare fettuccine e strozzapreti da servire ai cittadini in gita.
Quelle comunità marginali non esistevano già più, sostituite dalla nuova tangenziale sud che definiva come una cintura i recenti circuiti di vie perimetrali e secanti gli abitati, selvaggi e senza storia.
Era l’estate da trascorrere tappati in casa, con le persiane a mezz’asta e la luce accesa all’interno, per non far entrare il pomeriggio armato di sole e del frinire ossessivo prodotto dalle cicale che sembravano impazzite e non zittivano mai.
Era l’estate del caffè freddo sorbito per rimanere svegli e studiare, sgobbare sui libri, che il primo appello di settembre sembrava alle porte, anche se ci mancavano ancora più di due mesi.
Era l’estate in cui parlare con la ragazza dagli occhi verdi, che abitava al piano di sopra, faceva pompare al cuore una quantità tale di sangue da rimanerci secchi.
Era l’estate del primo sguardo che indugiava più a lungo sul viso della ragazza con gli occhi verdi.
Quello sguardo ricambiato faceva stare bene per tutto il giorno.
Era come se una folata all’improvviso fosse entrata in casa e avesse sollevato i fogli, i manuali di anatomia, le lenzuola, le tende, i mobili, il soffitto si fosse aperto in due e il cielo, le nuvole grumose di spugna e di panna fossero entrati in camera e avessero portato una tempesta animata dallo spirito più inquieto che abita il mondo e soffia per far divampare gli incendi.
Era l’estate in cui la partenza per la villeggiatura della ragazza con gli occhi verdi era peggio di un pugno allo stomaco.
Ora che avrei mille cose da fare io sento i miei sogni svanire.
Quello era il momento in cui sembrava che non si potesse vivere perché di giorno Marco, lo studente di medicina, si pentiva di aver incontrato Giulia, la ragazza dagli occhi verdi, e la notte non poteva essere, come nella canzone, il momento in cui andarla a cercare, perché Giulia non si sapeva dove fosse. L’amore che strappava i capelli era perduto e non restava che qualche carezza. Ed era una questione di baci mai dati, di baci non restituiti almeno finché non fosse tornato l’autunno, il rientro in città e la rabbia per non aver compiuto progressi con la proprietaria delle iridi più sgargianti che si fossero mai posate sulla terra crepata dal sole.
Era l’estate delle possibilità mancate, perché spesso le occasioni che non andavano perdute erano anche quelle a cui Marco non teneva davvero, per farsi un po’ di male o perché talvolta l’oggetto dei desideri non ricambiava lo stesso interesse. Marco era oggetto di attenzioni da parte di chi gli appariva soltanto sotto una veste amichevole.
Era l’estate delle telefonate, lunghe, ai colleghi di università per scambiarsi domande e risposte, per farsi le pulci a vicenda e tentare così di consolidare la preparazione. E mentre in televisione davano un film che parlava di giovani innamorati separati dalle famiglie, lo stupore della notte, che si spalancava sulla città in catalessi a causa dell’afa, sorprendeva quanti, sconosciuti gli uni agli altri, non aspettavano altro se non di conoscersi.
«Prima la laurea, poi il lavoro, dopo ci si fidanza e per ultimo ci si sposa. Tua madre e io abbiamo dovuto aspettare che cominciassimo a lavorare al Ministero io e a scuola lei!»
Il padre di Marco ripeteva, come una cantilena divenuta odiosa anche a lui, le tappe che il figlio avrebbe dovuto raggiungere esattamente nell’ordine propedeutico con il quale venivano elencate. «Anteporre qualsiasi attività non finalizzata al conseguimento del titolo di studio e della posizione, in primo luogo i legami sentimentali è pura eresia!»
Marco si professava eretico.
I principi del padre non erano i suoi. Non ci vedeva niente di male ad avere relazioni e rapporti prima del presunto momento adatto, prima di vedere il suo nome scritto con caratteri inglesi sulla pergamena del diploma che avrebbe imposto agli altri di chiamarlo dottore. In quel periodo Marco non si sentiva neanche infermiere, neanche portantino, neanche fratello della misericordia dei volontari che prestano servizio caritatevole in corsia.
Forse avrebbe mollato tutto o forse no. Forse se ne sarebbe andato in giro senza meta e senza zaino, senza nome e senza soldi.
Partì il giorno successivo, molto presto, con il pollice destro alzato sulla mano stretta a pugno. In cerca di un passaggio, in cerca del viatico per il mondo.
Una millecento azzurrina lo caricò e Marco ci salì con slancio sicuro.
Lungo l’Aurelia la doppia fila di pini marittimi si apriva, separandosi ai lati e si richiudeva come se la doppia fila di pini marittimi fosse costituita dai denti in sequenza di una chiusura a lampo e la macchina fosse il cursore da far scivolare grazie alla trazione esercitata sulla linguetta. Senza fatica, senza intoppi.
La millecento azzurrina procedeva sulla strada ondulata dalle radici dei pini come un motoscafo.
In due ore Marco fu in Toscana.
Dal telefono a gettoni di un bar a Orbetello chiamò casa. Anche gli avventori del locale parteciparono alla conversazione considerando il volume degli improperi che il padre di Marco gli indirizzò contro. Marco era sul punto di essere definito figlio di madre poco seria se il padre, resosi conto che la signora in questione era sua moglie, non si fosse fermato a metà della frase.
Marco rideva per la surrealtà della situazione, rideva e continuava a ripetere: «Guarda che stai parlando della mamma. Te ne sei accorto?»
Marco aveva già vissuto una situazione simile. Cabina telefonica in mezzo alla strada, estate, secondo giorno della visita militare. Aveva scelto il corpo dei paracadutisti per compiere il suo tributo di riconoscenza alla patria. Anche in quel caso il padre lo seppellì di offese urlate a gran voce.
«Disgraziato, ma ti vuoi rompere l’osso del collo! Oggi stesso vai dai superiori e chiedi di cambiare»
Atto d’insubordinazione o presunto insuccesso seguiti da grida paterne erano diventati nel corso degli ultimi anni una fattispecie ricorrente: cinquantaquattro e non sessanta alla maturità, ventiquattro e non ventisette o meglio trenta ai primi esami all’università, un errore di troppo al quiz teorico per la patente e colloquio orale per accedere alla prova pratica di guida.
I due se la giocavano spesso la battaglia per l’indipendenza e l’autostima da una parte, e la guerra per il decoro e il rispetto delle regole, dall’altra.
Gli scontri si concludevano con alterne fortune.
Il padre aveva gongolato, col sorriso che gli congiungeva le orecchie, con un semicerchio incavato a trentadue denti, quando Marco era stato costretto a compilare all’ultimo momento il piano di studi. Gli sembrava inutile.
«È ancora troppo presto per decidere tutto, gli esami e tutta quella roba burocratica, adesso che sto ancora al secondo anno!»
Marco se l’era vista brutta, aveva infilato la sua ipoteca universitaria sotto il vetro a mannaia in caduta libera, dello sportello delle segreterie mediche, all’ultimo minuto di apertura dell’ultimo giorno entro il quale si poteva ancora.
Dal canto suo Marco non stava nella pelle dopo essersi fatto appositamente pizzicare nel ripostiglio del sottoscala mentre armeggiava, tra secchi e scopettoni, con la figlia della portiera, la portiera che si diceva avesse occupato la guardiola a vetri del loro palazzo dopo aver piazzato per anni il rotondo fondoschiena su un divano rosso di velluto operato al casino della sora Gina.
Marco era stato costretto a infilare nel piano di studi osteopatia I e II anche se non gliene fregava niente dell’osteopatia e non voleva diventare ortopedico.
«E poi il corso lo tengono, per quelli col cognome dalla A alla L, Lanzarini che agli esami affetta gli studenti come il prosciutto crudo e, per quelli che restano, da Giordani che il prosciutto affettato se lo mangia col pane a tutti gli appelli!»
Al padre di Marco stava per venire un infarto quando Marco, anche a rischio di prendere due ceffoni ben assestati, e di sicuro qualcosa in più, aveva rivelato ai genitori la falsa notizia che la figlia della portiera era rimasta incinta.
Marco si allontanava da casa il giorno successivo al falso annuncio.
Senza smentite o giustificazioni. Si allontanava da casa sull’imbarcazione d’altura che l’avrebbe condotto lontano scodellandolo chissà dove, a distanza considerata di salvezza dal padre, dal piano di studi, dall’esame di anatomia, dalla figlia della portiera, da sé stesso per quello che negli ultimi tempi era diventato.
Lavorò per tutta l’estate come cameriere in una gelateria sul mare da dove si dominava la rissa quotidiana dei bagnanti, degli ombrelloni, delle cabine disposte in file parallele. Finito il turno dormiva al piano di sopra in una camera con una finestra a oblò nello stabile che ospitava una pensione per famiglie. Proprio sulla cucina del ristorante.
La sera, arrostita di pesce e puzzolente di frittura, si adagiava sulle pareti della piccola camera e galleggiava sul soffitto per ridiscendere sul corpo di Marco che dormiva.
Di notte i riflessi e l’alone delle luci, migranti sull’intonaco della stanza, si fondevano coi rumori, con le chiacchiere della gente che non aveva mai voglia di andare a dormire. Le orchestrine sulle terrazze degli alberghi di lusso arrancavano fino alle ore piccole. Quella del vicino Hotel Panoramic era la più pervicace a espandere, tra falene e cicale, le note melanconiche delle canzoni d’amore eseguite da mezzanotte in poi.
I found my love in Portofino chiudeva il programma serale con buona pace degli innamorati, di Portofino, della riviera di ponente e di levante. Era il segnale che forse sarebbe stato possibile dormire qualche ora prima di caracollare in gelateria.
Una volta anche i fuochi a mare contribuirono a farlo rimanere esausto e con gli occhi sbarrati fino a quando Marco si era addormentato, sudato da capo a piedi, abbracciato al cuscino e con la schiena martoriata dalle zanzare.
Per arrotondare dava anche ripetizioni di matematica ai ragazzini rimandati a settembre, in un’aula studio della biblioteca comunale dove si poteva parlare. Gliele aveva procurate l’impiegata alla quale aveva strizzato l’occhio il primo giorno in cui era capitato in mezzo ai libri della raccolta cittadina alla ricerca disperata di un manuale di anatomia che somigliasse vagamente a quello in uso nella sua facoltà. Era stato fortunato perché ne aveva trovato uno degli stessi autori, un’edizione precedente dalla quale il suo bel libro cartonato, lasciato chiuso a casa sul letto, non si discostava troppo. Calcolò che avrebbe avuto tempo di leggere gli ultimi tre capitoli e ricominciare da capo, apprendere, riepilogare, richiamare alla memoria o forse piantarsi una pallottola alla tempia perché era sicuro di non farcela.
La sua casa gli pareva lontana, levitante come una visione irreale durante un sogno, come se non ci avesse mai abitato. I volumi sui ripiani della libreria, gli appunti, il suo guardaroba in ordine approssimativo tra la poltrona e l’armadio. La vista consueta dalla finestra, i campi oltraggiati dalla periferia, la facciata posta di sbieco del palazzo vicino, che di pomeriggio diventava uno schermo riflettente del sole, il lampione sotto casa che, come un occhio affetto da tic nervoso, si accendeva a intermittenza e, come poteva, illuminava la sera.
Appuntava la memoria su ricordi marginali che credeva non avessero inciso un’immagine persistente. Il piccolo strappo sul bracciolo sinistro della poltrona dove la madre si sedeva per leggere, il gatto soriano dei vicini, che spesso sconfinava appiattendosi tra i ferri della ringhiera comune e gli dormiva sulla pancia quando Marco studiava supino sul letto, furono i primi a risalirgli a pelo d’acqua, insieme e senza nesso apparente. Senza nesso apparente perché era stato proprio il gatto ad allungare lo strappo sulla poltrona prima che la madre deponesse sulla ferita uno scampolo di stoffa damascata color panna.
La foto di un altro gatto, bianco e nero, che aveva appuntato sul muro di fronte alla scrivania, il felino semi-addomesticato incontrato nei giardini della facoltà, fu il secondo ricordo. Seguì l’immagine dell’ultima camicia indossata a casa fino al giorno prima di distendere il pollice destro perpendicolare sulla mano chiusa a pugno, saltare sulla millecento azzurrina che gli dava un passaggio, fendere le acque brune dell’Aurelia tra file di pini marittimi, diventare gelataio e impartire lezioni di algebra a buon mercato. Era una camicia del padre. Non si ricordava se avesse fatto in tempo a restituirgliela. Marco non poteva saperlo, ma quella camicia era l’unico indumento che il padre avrebbe indossato dal giorno della sua partenza, insieme a un paio di pantaloni blu, gli unici pantaloni del figlio più capienti, che gli stavano bene. Toccava la stoffa leggera della camicia e quella liscia dei calzoni, l’accarezzava e tratteneva dentro di sé la speranza che Marco sarebbe tornato presto a casa, perché le telefonate che ogni tanto faceva erano brevi e condotte con tono asettico. Era quella la voce di quando provava, se non intolleranza, per lo meno fastidio o scarso interesse per l’interlocutore. I gettoni cadevano giù a pioggia, la telefonata veniva chiusa in fretta, la voce strozzata, l’angoscia di non sapere con precisione dove fosse il figlio prendeva il sopravvento perché Marco diceva ogni volta di aver cambiato posto, di stare bene, che non stessero in pensiero per lui. Ma la pioggia ritmica dei gettoni ingoiati dal telefono pubblico era ogni volta il suono della distanza e dell’impossibilità di continuare a parlare.
Col passare dei giorni i ricordi marginali si spostavano verso il centro, in pieno petto, e azzannavano.
Marco riuscì a resistere fino a settembre, fino al giorno precedente all’appello di anatomia. Impartì l’ultima lezione sul teorema di Euclide, dismise il cappelletto da gelataio e il vassoio da cameriere, salutò la bibliotecaria, le promise, sapendo di mentire, che l’estate successiva sarebbe tornato.
Annusò dall’oblò, come forma di commiato, l’aria che sapeva di rifritto e salì sul primo treno del ritorno.
Viaggiò attaccato al finestrino. Dapprima la costa e le stazioni delle città di mare, con le banchine bianche, chiazzate di oleandri, poi il paesaggio mutava in collina, verso l’entroterra e sempre verso sud. Sempre verso sud col mare a destra, ora più lontano.
Palme, bagni pubblici, pensiline ombrose, gente che si salutava e non c’era tempo di capire se si fossero appena incontrati o si stessero separando. La corsa, la luce abbacinante inghiottita dalle gallerie, il puzzo di catrame, i sedili di similpelle appiccicosi sulla schiena. Tutto sobbalzava, al ritmo intermittente del vagone sugli scambi. Era lì ma si dileguava come se di fatto quelle persone, gli oleandri, i controllori, le suore, i bambini recalcitranti che non volevano camminare, il bibitaro col carrettino sbilenco, le palme, gli oleandri, le suore, i bambini non esistessero davvero ma fossero soltanto un intrattenimento ideato per alleviare ai passeggeri la noia del viaggio.
Sudore, cappelli di paglia, gelati spalmati sulla maglietta, cani isterici, vetturini trasfigurati per il caldo, l’osteopatia e i rapporti fisiologici degli organi con le attività digestive, peristaltiche… Marco si era appisolato e, mentre credeva di servire un gelato alla fragola, dal pozzetto occhieggiava un fegato ipertrofico che faticava alle prese con i dotti biliari.
Si svegliò di soprassalto con un senso di nausea e stordimento, i capelli sudati e il cervello, impastato di gelato e dotti biliari, rielaborava con lentezza le sollecitazioni visive inviate dagli occhi.
L’intorpidimento gli restituiva comunque, molle e irreale, l’immagine della sua stazione di arrivo.
Marco scese dal treno. Guadagnò la città e i mezzi pubblici che lo avrebbero avvicinato a casa, non proprio sotto casa ma a qualche centinaio di metri da percorrere a piedi.
Tornava su un vecchio autobus e si sentiva migliore di quando era partito. Non ebbe il coraggio di rientrare e dormì in cantina su una rete dismessa che cigolava di vecchiaia.
Il giorno seguente sostenne l’esame di anatomia, in modo brillante. Il primo trenta, tondo e pieno.
Il padre lo aspettava fuori dall’aula. Tornarono a casa insieme, abbracciandosi con lo sguardo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...