Fernando Della Posta: “Hypnerotomachia Ulixis” e le reinvenzioni oniriche di Sonia Caporossi

Di FERNANDO DELLA POSTA *

 

Ci siamo mai chiesti, davvero, con ferma convinzione, chi sia Ulisse? Prima della figura archetipica, con cui potremmo giocare e baloccarci a piacimento, andiamo alle origini, al mito e ai poemi Omerici. Cosa distingue Ulisse da tutti gli altri eroi greci? Non siamo di fronte all’immagine di un Achille ridotto e imprigionato tutto nella figura limitante del guerriero, invincibile e leale, non siamo per nulla di fronte al maschio amante passionale e quindi gelosissimo che è Menelao, nemmeno a Ettore, leale innanzitutto alla sua famiglia, prossima e allargata, e nemmeno a Priamo, re saggio e consapevole del proprio ruolo. Siamo di fronte, invece, con Ulisse, all’uomo completamente innamorato della vita.
Un esule che dalle sue infinite peripezie è sempre uscito da astuto e libertino vincitore, un esule che, anche nella sventura più dolorosa, non ha mai lesinato nessun tipo di divertimento e che non ha mai allontanato alcun tipo di tentazione, a tal punto che nemmeno davanti alle sirene ha rinunciato al piacere demoniaco e fatale della loro voce. Un uomo completo, d’intelletto e fisicità, il figlio che ogni madre vorrebbe. Pura vitalità che non rifiuta mai. Mai infatti Ulisse ha rifiutato l’amore che le tante ninfe, ragazze e maghe gli hanno offerto nel suo peregrinare. Amori tuttavia “ancillari”, corollari del suo unico vero amore Penelope, tessitrice di fili che non trovano mai all’altro capo un appiglio a cui legarsi, se non l’ombra del marito. E mai smette di pensare, come un pungolo, Ulisse alla sua casa e a sua moglie.
Il sospetto della falsità del suo attaccamento a moglie e patria, la maschera di un senso di colpa per una sua sospetta mollezza di carattere, non può che farsi strada prepotentemente in qualsiasi lettore. L’inganno e l’uso dell’intelletto al posto della schiettezza e della forza fisica lo fanno, talvolta, apparire come un essere gretto e meschino, ma non dobbiamo lasciarci ingannare. È forse proprio questo suo non lesinare l’uso di tutti i doni che gli dei hanno dato agli uomini il principale mezzo con cui lui più di tutti si avvicina ad essi e, talvolta, fino al punto di eguagliarli.
È forse proprio questa l’unica colpa che gli dei non perdonano, per nulla benevoli verso gli umani che anche involontariamente eccellono fino ad adombrarli. Ma Ulisse non lo sa o forse non crede di essere colpevole di un reato così grave, oppure, una volta tornato ad Itaca, dimentica la maledizione eterna che Poseidone ha lanciato sul suo capo, così come dimentica quanto Atena in realtà, poco lo abbia aiutato in vita, se non in piccoli episodi marginali. Zeus ancora meno, figuriamoci gli altri; mano, o forse è meglio dire tridente libero, hanno dato gli Olimpi a Poseidone nella sua sadica persecuzione.
E dopo i capitoli successivi a quelli omerici dell’Ulisse Dantesco e dello Ulysses di Joyce, dai quali l’autrice ha sicuramente preso linfa utile alla sua creatura, trova posto nel mosaico della storia dell’eroe greco, scritta a più riprese dall’uomo sull’uomo, l’”Hypnerotomachia Ulixis” (Carteggi Letterari, 2019) di Sonia Caporossi.
La “battaglia d’amore nel sonno” di Ulisse è un viaggio onirico e filosofico che prende le mosse da un’atmosfera tipicamente kafkiana, la vicenda claustrofobica e soffocante, al limite del grottesco, dell’inquisito prima e del condannato poi che non conosce la sua colpa. La sentenza in questo caso è l’esilio da Itaca di Ulisse, decretato dai suoi stessi sudditi. La mancanza della conoscenza della colpa spinge innanzitutto il protagonista a chiedersi il perché di una condanna così dura e a chiedersi anche il perché della mancanza della sua amata Penelope al momento della partenza. Ed ecco che l’ubriacatura di vita che lo caratterizza come personaggio, il suo edonismo praticato ma criticato, fonte di malinconia e sensi di colpa lancinanti ma mai allontanato, forse motivo di elusione dei doveri di re, capo religioso, padre e marito, si fa strada nella mente dell’eroe come motivo della condanna, in quello che sembra essere un religiosissimo esame di coscienza in chiave luterana, senza però, mai arrivare a raggiungere la chiave di volta come rivelazione definitiva. Il tono in questa fase è sommesso, rimuginante, come ogni volta nei poemi omerici l’eroe si è lasciato andare a commiserazioni e a malinconie nostalgiche dalle tinte rassegnate e, paradossalmente, al limite di un languido compiacimento. Non a caso a un certo punto della narrazione, Ulisse si ritrova a lodare quello che sembra essere un suo destino connaturato, del quale egli sembra essere inconsciamente fiero:

“Ulisse dal multiforme ingegno” – si legge a pagina 18 – “non può fermarsi in nessun luogo per prendersi cura di sé, deve partire, deve andare, deve perdersi, perdersi, perdersi, perché niente di ciò che sosta nella speranza di una qualsiasi fissità potrà mai eguagliare in purezza e perfezione, ciò che transita e, avanzando, s’affina.“

Ma ecco che la narrazione inizia a dispiegarsi in tutta la sua onirica caleidoscopicità. Il viaggio viene narrato in prima persona per episodi, come dei veri e propri sogni. Il susseguirsi delle scene sembra seguire i copioni più felici di David Lynch, i personaggi sembrano spaziare dalle figure più fantasiose e inquietanti di Guillermo del Toro a quelle miserevoli e terribili di tutta la cinematografia sull’Olocausto. Poe e Von Trier sembrano fronteggiarsi aspramente in un corridoio alla cui destra e alla cui sinistra si susseguono senza soluzione di continuità rispettivamente dei cuori e dei falli. Corridoio situato dietro una porta su cui pulsa crocifisso un cuore rivelatore.
Come già avvenuto nel primo libro della Caporossi, “Opus Metachronicum”, anche nell’Hypnerotomachia i contesti storici e geografici sono indefiniti. I personaggi, pur essendo famosi protagonisti della letteratura, della storia e della filosofia mondiale di tutti i tempi, si muovono e vivono ai giorni nostri, con il nostro stesso bagaglio culturale. La bravura della Caporossi, oltre che da registrarsi nella già comprovata e amplissima conoscenza della filosofia e della storia della letteratura, va rintracciata anche nella sua grande capacità di distillare un prodotto letterario purissimo frutto della commistione tra esperienze personali, i sogni che l’autrice dichiara essere suoi, e tutto il patrimonio letterario e storiografico che riguarda i personaggi reinventati nei suoi romanzi.
Il registro è spiccatamente pulp e spesso la narrazione si lascia andare a descrizioni dal tono morboso di malattie, deformazioni e pulsioni riportate spesso con termini chirurgicamente e “affilatamente” scientifici.
Ma il nostro eroe appare stanco e straziato sia dalle sofferenze della sua vita passata, sia dalle visioni orrorifiche che lo investono in questo nuovo viaggio, sia dalle domande che gli vengono poste e che egli stesso si pone durante il cammino, rimuginando compulsivamente su sapere, ragione, pulsioni, intelletto, amore, eros e logos.
Gli dei sono lontani, l’immagine di un persecutore contro cui tentare di concentrare la rabbia è assente. Cristo che si è immolato una volta per tutte e quindi per nessuna, sta relegato nella sua storia privo di un qualsiasi accenno di azione, tanto che la sua morte viene stravolta in una rivelatoria rivisitazione ai limiti della blasfemia, come un ulteriore sviluppo dello stravolgimento delle ultime parole di Cristo sulla croce nel “Vangelo secondo Gesù Cristo” di Saramago.
Che non si tratti di un viaggio come quelli che il protagonista ha già fatto lo si capisce, infine, dal momento che proprio quando Ulisse sembra aver ritrovato un po’ di calore umano, fugge la tentazione carnale prima di Hallo e Laudamante e poi di una Nausicaa accattivante e attraente come non mai.
Che sia proprio questa la meta di questo nuovo viaggio, ovvero la rinuncia? Un Ulisse ormai stanco capisce finalmente che per porre fine alle sue sofferenze deve rinunciare a qualcosa in cambio della tranquillità da sempre anelata e ricercata in vita. Ed è proprio così che finisce questa nuova storia, davanti alla scelta di una sua componente costitutiva e identitaria a cui dover ineluttabilmente e dolorosamente rinunciare. Cosa sceglierà Ulisse tra la mente, il cuore e il logos?
Al lettore il piacere della scoperta.

__________________________________________________

* Pubblicato precedentemente su L’EstroVerso.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...