Valentino Bellucci, Dall’uomo-massa all’uomo-selfie

Di VALENTINO BELLUCCI

L’antenato dell’uomo-selfie è l’uomo-massa. Il filosofo spagnolo Ortega lo ha spiegato in modo limpido e preciso: “Le città sono piene di gente. Le case piene di inquilini. Gli alberghi pieni di ospiti. I treni pieni di viaggiatori. I caffè pieni di consumatori. Le strade piene di passanti. Le anticamere dei medici piene di ammalati. Gli spettacoli pieni di spettatori […] La moltitudine, improvvisamente, s’è fatta visibile […] Prima, se esisteva, passava inavvertita, occupava il fondo dello scenario sociale; adesso c’è avanzata nelle prime linee, è essa stessa il personaggio principale. Ormai non ci sono più protagonisti: c’è soltanto un coro.” Eppure in questa massa, in questo coro, tutti vogliono essere protagonisti. È un paradosso sempre più stringente: la società industriale e massificata promette una vita straordinaria, ma, nei fatti, rende l’individuo sempre più omologato e piatto. E ci riesce proprio grazie alla pubblicità. Solo promettendo la grande avventura (mostrata nei film e in Tv) è possibile illudere l’uomo-massa e renderlo l’uomo-selfie. L’uomo-selfie non ha più bisogno di vivere perché si identifica con coloro che ‘sembrano’ vivere grandi esperienze al posto suo. La società dello spettacolo è diventata più di un narcotico o di un inganno, è diventata una seconda coscienza, una allucinazione che ha sostituito la vita reale. Marcuse decenni fa lo aveva lucidamente previsto: “ La prova più evidente può forse essere ottenuta guardando semplicemente la televisione o ascoltando la radio per un’ora intera per un paio di giorni…[…] Noi siamo posseduti dalle nostre immagini…” Chi controlla le immagini controlla il mondo e Marcuse non immaginava il potere della rete, di internet. Basta osservare per poche ore cosa accade in un social per rendersi conto che le persone non vivono più in una vera realtà, ma in una dimensione virtuale che ha pienamente sostituito i rapporti umani diretti. Qualcuno potrebbe obiettare che questa è una esagerazione, che le persone vivono ancora nel mondo reale, nella natura, nelle feste, eppure ciò che sfugge alla vista dei più è la forza inglobante della rete, forza che trasforma ogni altra esperienza e la rende schiava della virtualità, del mondo dei selfie. Il viaggio alle Maldive non è reale se poi non viene postato, se non riceve dei ‘like’. La tecnologia è davvero uno strumento totalitario, come aveva previsto Marcuse, poiché nessun aspetto umano riesce più a sfuggire all’inserimento e al collegamento con la rete. In un episodio della serie Black Mirror viene descritta una società futura che basa ogni cosa sui ‘like’ che una persona ottiene in rete e coloro che scendono nella scala sociale-virtuale perdono, subito, tutti i benefici economici e tecnologici. Questa prospettiva terrificante è poi così lontana dal presente? L’uomo-selfie non va forse in quella direzione? Quale scrittore, quale politico, quale figura umana ha ancora un valore se è tagliata fuori dal mondo virtuale della rete? Bisogna riconoscerlo: la rete ha sostituito il mondo esterno, lo dirige, lo filtra e ne decide i valori ultimi. Il problema della notizie ‘false’ è davvero ridicolo in una dimensione che ha trasformato il mondo esterno in un fake; se solo lo spazio virtuale decide della realtà, si può ancora parlare di un senso di verità? Sostituire il contatto con la natura con la visione asettica di paesaggi bellissimi e virtuali non è forse il fake assoluto? Certo, molti cercano di resistere, di ‘rifiutare’ questa struttura totalitaria, di limitare al minimo certi usi tecnologici. Ma poco importa. La società nella sua essenza è tecnologica e quindi inscindibile da questa dittatura psicologica. Gli effetti sulla psiche sono oggi abissalmente superiori a ciò che la pubblicità poteva fare negli anni ’60; ma il principio è lo stesso: l’alienazione, la perdita del diritto di auto-determinarsi. Nella rete questa alienazione è narcisismo assoluto, alimentato dall’intero sistema; anche il soggetto meno narcisista per avere una identità minima deve immettere nel sistema immagini di sé, e diventare una sorgente di selfie, di virtualità.
In uno spazio simile hanno forse torto coloro che affermano che la terra è piatta? Nella rete ogni cosa è possibile e nessuna verità è più ‘forte’ di un’altra. La scienza stessa non è più credibile, poiché nello spazio virtuale nulla ha un senso forte e un’immagine vale quanto un’altra. Allora perché stupirsi dei complottisti, dei no-vax, dei teorici degli alieni…La rete offre spazio a tutto e a tutti, nello stesso modo. I politici non hanno ancora compreso che questa trasformazione dell’uomo-massa in uomo-selfie è una rivoluzione antropologica che distrugge ogni autorità, ogni riferimento ultimo. Marcuse notava: “ …v’è una profusione di ‘preghiamo insieme’, ‘perché non provare Dio’, di Zen, di esistenzialismo, di giovani arrabbiati, ecc. Ma tali forme di protesta e di trascendenza non contraddicono più lo status quo e non hanno più carattere negativo.” Certo, perché la realtà tecnologico-industriale ha trasformato tutto in merce, anche la spiritualità (new age), ma con l’uomo-selfie siamo oltre, tutto è solo immagine e solo l’immagine esiste. Nessuna immagine ha ragione, può solo resistere o essere sostituita da un’altra immagine. Instagram ha più successo di Facebook perché si fonda interamente sulle immagini e i post più gettonati sono quelli con immagini. La parola stessa ha senso solo in quanto ‘immagine’ o rimando ad una serie di immagini. Vedremo nei prossimi capitoli altre trasformazioni dell’uomo-selfie e le conseguenze di una simile mutazione antropologica. È possibile liberare una società da una gabbia che ormai ha sostituito il mondo? Come si può evadere da una prigione che è diventata la nostra stessa mente?

 

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