Guido Turco, “Arno e altre figure”. Una prosa poetica inedita

Guido Turco

Di GUIDO TURCO

ARNO E ALTRE FIGURE

favola son nell’improvviso

 

ESSERE O NON ESSERE

Essere non è essere quello che si è ma quello che si vorrebbe essere. Che cosa potrà mai significare svegliarsi, radersi, vestirsi, fare colazione, lavare i denti e profumarsi, indossare giacca e berretto, fare tutto questo per servire un’immagine di sé stessi che non si riconosce? Nulla. Arno non ci pensa nemmeno più a tutte le biografie che si è inventato. Ci si trova benissimo. Lungo le giornate e a momenti alterni non fa nessuno sforzo a interpretarle, una dopo l’altra, una insieme all’altra. Quelle biografie sono le sue, sono lui, Arno. La maggior parte degli uomini credono a tutto, evitano le fatiche dell’indagine e quelle ben più gravose dell’acribia. Alcuni affermano che la verità non esiste, o che non si può dire. Arno ha un modo diverso di considerare le cose. Tutto si può dire, anche la verità. Anzi, soprattutto la verità. È vero, a volte si nasconde, traccia percorsi inconsueti, segue un lunario particolare e non si sa se sarà l’umido ovvero il secco che la farà venire fuori. Arno la verità non la cerca: la inventa. Se quella si fa trovare, tant mieux, altrimenti lo sforzo è solo suo, quello di fabbricare ex-novo uno scaffale di verità, nuove sedie di verità, una biblioteca ben fornita, un archivio pieno di raccoglitori di verità, album fotografici di verità, cantine e ripostigli, soffitte e pièces cachées piene di verità. Di molte verità, di tutte le verità che gli servono per continuare a vivere.

ARNO

1

La sera beve un po’ di vino. Quasi sempre. – Dovrei smettere – si dice, quando al mattino lo disturba un leggero mal di testa. Se lo dice con la tazza del caffè in mano, guardando fuori dalla finestra della cucina. Guarda in fondo al giardino. Guarda senza guardare. È così Arno al mattino, un piccolo fumo grigio in un cielo sgombro di nuvole. Non pensa a niente. Se lo impone come una regola monastica. – Pensare fa male – ripete alle persone con cui intrattiene conversazione. I suoi interlocutori non capiscono bene che cosa intenda perché Arno inframezza la frase in qualsiasi discorso: che si parli dell’improvvisa eruzione di un vulcano in Islanda ovvero del cattivo andamento del corso borsistico delle ultime settimane. La sera, dimentico dei propositi mattutini, riscopre con piacere gli effetti dell’alcool, il passaggio progressivo e irreversibile dall’eccitazione ad un lieve torpore. “È così per tutte le cose, prima c’è la fase ascendente, poi si scende verso il basso. E assai spesso il basso è uguale al niente”. La sera si ritira nel suo studio. Per leggere, dice. In realtà legge assai poco. Pensa in modo distratto. Pensa a quanto sia bello leggere, e cerca di ricordarsi delle pagine scorse negli ultimi giorni, qua e là, senza ordine né sistema. Arno è contento di quelle piccole letture, lo rendono allegro, una collezione di trouvaille capaci di medicarlo con le luci dell’improvviso.

2

Il pettirosso scatta dal ramo al prato, scagliato da un elastico invisibile. Poi con un breve volo, torna su. L’azione si ripete molte volte. Su e giù, giù e su. Arno trasmigra la sua anima in quella del pettirosso, nel ramo, nell’aria che ad ogni partenza dell’uccelletto si scuote e ritorna uguale a prima. Il pettirosso è piccolo, uno scarabocchio tra il verde e il verde, una cosa senza odore. Arno sa che le uova dell’uccelletto sono di un pallido colore azzurro. Lo sa perché conosce una canzone molto triste che parla di eyes bluer than robin’s eggs. La canzone parla anche di nuvolette bianche fatte con il fiato e di come sarebbe stato giusto morire proprio allora, quando c’era tutto l’amore e tutta la speranza della gioventù.

Dietro la siepe si levano le voci dei vicini, indaffarati alla messa in opera di qualche meccanismo. Forse il barbecue. Arno non parla mai con i vicini, non gli piacciono. Non quei vicini in particolare, non gli piace avere rapporti dettati dalla convenienza. “Prima ti chiedono un po’ di sale, poi se ti va di andare a prendere un aperitivo. Alla fine si sentono come dei complici, e ti chiedono di firmare una petizione contro il dirimpettaio che ha dipinto la porta del garage di un colore che ritengono sconveniente”. Arno preferisce di gran lunga il vicinaggio del pettirosso. C’è anche un gatto che sporadicamente attraversa il giardino, ma è un’apparizione che non lascia tracce, un alito fuggente tra la forsizia e la siepe di rosmarino.

3

Cammina cammina, facendo attenzione ad evitare le merde dei cani. La strada prende delle curve, automobili parcheggiate la rendono goffa e colorata. Bisogna sapere dove andare, ma soprattutto bisogna saperci andare, rimugina Arno. Non necessariamente in un luogo. Si può anche camminare ed andare da qualche parte dei propri pensieri, andare a trovare un’idea, alla ricerca di un’emozione perduta, all’appuntamento con un ricordo. Non si va tanto per andare. Arno sta andando in un posto che dispensa profumi, dove ci sono facce che fanno la fila. Arno sa che quando arriverà nel posto dove ci sono i profumi del pane, le facce in attesa saranno una specie di vuoto, che una volta uscite quel vuoto lo lasceranno cadere, come qualcosa di ingombrante. Arno inciampa sovente in quei vuoti gettati, ostacoli che nessuno è preparato ad affrontare. A volte hanno l’apparenza di un grande masso, di quelli che franano dalle pareti rocciose e vanno a finire sulle strade, mettendosi di traverso a impedire il passaggio. Altre volte sono come la pioggia, spigolosa e tagliente, che non si capisce se va o se viene. Il vuoto più strano che Arno abbia incontrato aveva le sembianze di una barca. Una donna non troppo giovane lo aveva lasciato in mezzo ad un parcheggio, subito dopo essere scesa da un’automobile in cui era rimasta per almeno un’ora a parlare al telefono con qualcuno che prima l’aveva fatta piangere e poi le aveva strappato un sorriso. La barca aveva i colori del sorriso strappato e, Arno ne era certo, avrebbe portato la donna molto lontano.

4

La Domanda gli gira intorno da tempo. Ultimamente si presenta anche tardi la notte. A quell’ora Arno è solo, la moglie e la figlia dormono già da qualche tempo. Arno rimane in piedi fino a tardi. Gli piace girovagare gli ambienti della casa. Il percorso privilegiato si snoda dallo studio alla cucina, con diversione verso il salone dove una vetrinetta fa scivolare le figure con i riflessi deformanti dell’acqua. Nelle notti estive gli capita di spingersi fino in fondo al giardino, alla capanna degli attrezzi. Il fatto che la Domanda si dia a disturbarlo nelle ore serotine (e nello svolgimento di pratiche che ritiene assolutamente private) lo mette di malumore. “Vieni a trovare soltanto me, o fai il giro di tutte le case del quartiere?”, chiede a sua volta Ma la Domanda, venuto il turno di prendere la parola, se ne va, d’improvviso com’è venuta.

 

SATURA

1

Nessuno mantiene le promesse. Uomini e donne non mantengono gli impegni, disattendono gli appuntamenti, disonorano piccole e grandi promesse: non si presentano quando sono attesi, non rispondono alle lettere, non restituiscono quanto hanno ricevuto, tradiscono vincoli e amori. Vittima ricorrente di queste dimenticanze, per qualche tempo Arno pensò che avessero un risvolto personale. Ma le occasioni erano così numerose, e così ridotta la sua fantasia rivendicativa, che si indusse a lasciar correre. Ma dimenticare no. Arno non dimentica nulla. È giunto alla conclusione che la gente dimentica perché dimentica di sé stessa. Le persone dimenticate piangono, pensa Arno. Per questo ogni tanto le ritroviamo. Il loro pianto è un lamento che circola e piove sulla terra, una malinconia a cui non troviamo un nome e che ci attrae, come un canto di docili sirene.

2

Intorno ai quarant’anni Arno ha cominciato a sentirsi vecchio. Passata la soglia dei cinquanta ha ricominciato a sentirsi giovane. Da qualche tempo non si sente né giovane né vecchio: si sente asincrono. Il sentimento lo imbarazza, rendendogli un gradiente di incertezza che confida malvolentieri, financo ai due terapeuti che lo hanno in cura. Il primo, Dio, gli ha dato prova più volte di nutrire una somma indifferenza nei confronti delle patologie che pertengono agli aspetti anagrafici. Durante le loro sedute settimanali Arno ha tenuto a sottolineare che la parcella corrisposta gli imporrebbe una migliore predisposizione all’ascolto. Non poche volte, Arno ha sollecitato la presa di visione degli appunti che vengono trascritti durante le loro sedute. “Non ne vedo la necessità”, gli è stato risposto. “La vedo io la necessità – sostiene Arno – e pertinente. La mia capacità di smarrimento è di tale portata che i brogliacci delle mie maree spirituali potrebbero essere di grande utilità”. La questione è aperta, anche perché Dio ha chiarito che ogni prova tangibile della sua esistenza, quali le veline delle loro sedute, diminuisce in modo esponenziale la sua efficacia terapeutica.

Il secondo terapeuta di Arno, il fantasma diurno di suo padre, ha una posizione più tranciante riguardo alla succitata patologia. Con i modi ondivaghi che lo contraddistinguono, fatti di silenzi improvvisi e soprassalti di facondia, egli diagnostica che gli aspetti di asincronia di cui soffre Arno pertengono alla parte lunare dell’esistenza. “Il tuo solito bottino di nuvole”, così li ha definiti, strappandogli un sorriso compiacente.

3

Arno viene rimproverato assai spesso. Rimproveri bonari per lo più, capaci non di meno di velargli il sole dell’umore. Le persone con cui intrattiene commercio hanno l’impressione che egli sia svagato, mal disposto verso il mondo con una punta di fastidio a disegnargli la curva delle labbra. A cadenza regolare gli viene chiesto, “C’è qualcosa che non va?”, e più spesso “Dimmi che ti senti bene”. Arno non capisce queste rimostranze, ricevendole assume un’espressione perplessa non avendo argomenti pertinenti da opporre. Non sono rare le occasioni in cui si reca in sala da bagno, per guardarsi allo specchio. Cerca di capire quali siano le pieghe del viso che danno ad intendere agli altri il suo supposto fastidio: rughe d’espressione, obliquità degli occhi, posture inattese delle labbra. Non trovando riscontro alle imputazioni se ne esce fischiettando una delle tante canzoni che gli piacciono. “Sarai anche infastidito, ma il tuo umore non ne risente più di tanto”, ha stigmatizzato di recente sua moglie. In quell’occasione Arno ha citato Quintilliano, “Ne’ grandi conviti spesso addiviene che, quando dell’ottime cose siamo saziati, la varietà eziandio delle vili piacevoli ci sia”. A dire il vero, lo ha citato soltanto nei suoi pensieri, che di fronte ad una risposta del genere la moglie avrebbe trasecolato

4

Ad Arno piacciono le piccole cose. Le cose piccole e rapide. Piccole, rapide e piene di gusto. Il vino è una cosa piccola, rapida e piena di gusto. Il verbo “accorgersi” è rapido e pieno di gusto, la parola “idem” e tutto quello che questa vuole significare. Il punto interrogativo, i tuffi in mare, il risveglio, trovare qualcosa per terra, i treni che passano. Le poesie sono piccole rapide e piene di gusto. I poeti no, i poeti sono dei tromboni, con l’aggravante che si credono dei violini. Devoto dell’affascinante vaghezza della vita, Arno si industria con regolarità a redigere delle note: piccole, rapide e piene di gusto. Il florilegio ha un titolo, “Quand les doigts noirs du cœur tachèrent les discours, l’horizon fut pris au laze”, un titolo evocativo, che gli ricorda la Nouvelle Vague. Le note non hanno alcuna pretesa formale, ma quando le rilegge non è infrequente che distingua nel suo animo una discreta salva di applausi che ha sempre il potere di farlo arrossire.

5

La capacità di “vedere” l’alfabeto stagliarsi nel gioco delle apparenze sublunari è una qualità che accompagna Arno fin dalla prima infanzia. Grandi G seminascoste dai tappetti di foglie secche, R e A semitrasparenti che rotolano sopra un muro, stormi di Z in formazione di volo, file di I che si spengono come fiammelle soffiate, i rebbi di lestrigoniche E intente a pettinare le colline. Ispirazioni postfetiche, così le chiama. Durante un’eclissi vide due O sovrapporsi, e non gli sfuggì la dovizia calligrafica con cui la fotosfera e la cromosfera miniavano il capolettera C e D. Le file ad incastro dei carrelli del supermercato? Delle H in stato di riposo. I visi affacciati alle finestre? senza dubbio delle P. Il rigido spettacolo della morte sugli algidi tavoli delle pescherie? una sterminata sequenza di segni d’interpunzione.

Decrittare i fenomeni è un esercizio che lo mette di buon umore, e capita il caso che le sue labbra siano agitate da un leggero tremolio, a snocciolare alfabetiche litanie. “Con chi stai parlando?”. Arno sorride, la domanda della moglie fiorisce sotto il naso una bellissima B.

6

Lo zio di Arno ha una mano sola, ha perduto la destra da bambino armeggiando con un residuato bellico trovato in un campo. Lo zio di mestiere fa il pittore. Da tempo immemore condivide i manufatti dell’officina con il nipote, un po’ per ricavarne lumi e giudizio, soprattutto per scambiare quattro chiacchere con qualcuno che assimila ad un suo pari. La casa dello zio è perduta nella campagna intorno a Sorano. La severa monotonia del paesaggio, la carente viabilità, la difficoltà di stabilire dei contatti sociali: tutti insieme questi elementi dispiegano una sovrana incongruità del luogo, qualificandolo d’impervio romitaggio. Le tele fanno bella mostra nell’atelier ricavato nel fienile, dove un gran numero di mosche cacano e ronzano tra tavolozze e trementine, la polvere regna sovrana. Le opere dello zio non hanno titolo, ma ognuna di esse riportauna dedica in esergo. “A J.M. Barrie e la sua Never Land” oppure “Questa tela è per Charles Lutwidge Dodgson (L.C) che ha attraversato lo specchio per venirmi a trovare”. Anche Arno vorrebbe una dedica (del quadro gli importa meno) ma non osa forzare la mano (mancante) dello zio.

Vedendo lo zio all’opera, Arno ha tratto una serie di piacevoli conferme sull’importanza di quello che non c’è. “È proprio vero che l’assenza può legittimamente pretendere all’apparenza, senza per questo le si possa attribuire una qualsivoglia essenza” filosofeggiava una delle ultime volte, mentre in sottofondo suonava il Concerto pour la main gauche scritto da Ravel per uno dei fratelli Wittgenstein. Al momento di ripartire lo zio gli fece un regalo, un volume in folio di discreta grammatura. “Ci ho lavorato per diversi anni: ne sono certo, sei il solo che potrà apprezzarne la profonda vacuità”.

Da allora sono passati un paio di anni, il mannello giace sopra uno scaffale della libreria. Lo zio nel frattempo è deceduto. Da quando ha ricevuto il presente, Arno non riesce ad andare al di là della pagina con il titolo, “Serendipica e balzellante”. Verrà il tempo, si dice, anche perché ha ragione di sospettare che le pagine del trattato ziesco siano di un bianco immacolato, con riportata forse e solamente la dedica di cui bramava.

7

Arno è il nome di un fiume. È una cosa di cui va orgoglioso, al punto che gli è già capitato di vantarsene. Gli piace pensare che ascoltando il suo nome la gente sia indotta a figurarsi qualcosa di grande e di lento, benché egli non si senta grande né tantomeno lento. Al contrario, Arno si sente piccolo. Nel piccolo ritrova il senso delle cose e la misura dei sentimenti. Gli capita anche di pensare che ad un fiume si associa il verbo colare, e questa cosa non gli riesce gradita. Sono le lacrime a colare, la cera delle candele, la pioggia grigia quando scivola lungo le grondaie. Anche la bellezza cola, soprattutto quella dei visi delle donne. Arno vorrebbe piuttosto scendere, scoscendere, finalmente trascendere.

 

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