Juan Carlos Mestre, tre poesie da “Non importa ormai vivere bensì la vita” (Arcipelago Itaca 2019)

Juan Carlos Mestre “Non importa ormai vivere bensì la vita”, Arcipelago Itaca 2019.

A cura di TOMASO PIERAGNOLO

Da ANTIFONA DELL’AUTUNNO
NELLA VALLE DEL BIERZO

RETRATO DE FAMILIA

Ciego de Ávila, provincia de Camagüey, isla de Cuba.
Mi abuelo tocaba el clarinete
y tenía un cinturón con hebilla de oro.
Esto sucede en 1920, delante de una tela pintada
con palmeras y pájaros que habrían de ser multicolores.
En una calle de La Habana, recién llegado de Vigo,
Leonardo Mestre le compró a su novia una peineta de carey.
Están los dos, él lánguido de ojos y con un traje de lino,
ella, bajo la luz de los trópicos, es bella y me mira.
Han conocido el ancho cielo
y los grandes peces de los mares,
su juventud es dichosa
como la aventura que acaban de descubrir.
Entonces se han colocado para la fotografía
y con ella, como el que es alegre y vencido por el amor
entran en el hermoso sueño de la vida.
Ya nada pudo separarlos, sólo ellos saben
por qué fue aquel el instante preciso del milagro.
Yo podría continuar esta historia
pero no sé si en 1920 había chevrolets en Cuba.

RITRATTO DI FAMIGLIA

Ciego de Ávila, provincia di Camagüey, isola di Cuba.
Mio nonno suonava il clarinetto
e aveva una cintura con una fibbia d’oro.
Questo succede nel 1920, davanti a una tela dipinta
con palme e uccelli che avrebbero dovuto essere multicolori.
In una strada dell’Avana, appena giunto da Vigo,
Leonardo Mestre comprò alla sua fidanzata un pettinino di
tartaruga.
Stanno i due, il languido d’occhi e con un vestito di lino,
lei, sotto la luce dei tropici, è bella e mi guarda.
Hanno conosciuto l’ampio cielo
e i grandi pesci dei mari,
la loro gioventù è fortunata
come l’avventura che stanno per scoprire.
Allora si misero in posa per la fotografia
e con essa, come chi è allegro e vinto dall’amore,
entrano nel fascinoso sogno della vita.
Ormai nulla poteva separarli, solo loro sanno
perché fu quello l’istante preciso del miracolo.
Potrei continuare questa storia
ma non so se nel 1920 c’erano Chevrolet a Cuba.

Da LA TOMBA DI KEATS

*
En la vida de un hombre siempre hay una mañana para la calamidad,
una mañana regida por las multiplicaciones del símbolo y la idolatría
órfica de la perduración.
En la vida de un hombre hay almacenes llenos de objetos y maderas
con insectos,
hay tensos mundos artificiales y canales por los que discurre la sangre
hasta los vasos,
hay fósforo y sonido del delirio del fósforo,
la respiración de un tigre y la mano del desobediente cortada,
hay calor entre un semejante y otro y hay destrucción
porque existe en ellos la proximidad y el imán que la ahuyenta.
En la vida de un hombre hay zapatos usados por un padre,
hay profusas noches que luego nos darán temor, hay cuerpos de
adivina,
cuerpos por primera vez, espantosos labios con rencor, la voz que nos
conoce
y se queda ahí mirándonos como una res moribunda en el estanque
helado.
En la vida de un hombre lo que tiene importancia y lo que no tiene
importancia,
lo que se resiste a desaparecer, la aparición de una ciudad, el
cansancio de los viajeros,
lo que favorece la ambición y lo que elogia la idea de abstenerse,
la duda moral de una vida solitaria, el descargo de multiplicarse en
otros.

*
Nella vita di un uomo c’è sempre un mattino per la calamità,
un mattino sorretto dalle moltiplicazioni del simbolo e dall’idolatria
orfica del perdurare.
Nella vita di un uomo ci sono magazzini colmi di oggetti e legna con
insetti,
ci sono tesi mondi artificiali e canali in cui scorre il sangue fino ai vasi,
c’è il fosforo e il suono del delirio del fosforo,
la respirazione di una tigre e la mano tagliata del disobbediente,
c’è calore tra un somigliante e l’altro e c’è distruzione
perché esiste in essi la prossimità e la calamita che la spaventa.
Nella vita di un uomo ci sono scarpe usate da un padre,
ci sono notti profuse che poi ci daranno timore, corpi di indovina,
corpi per la prima volta, spaventose labbra con rancore, la voce che ci
conosce
e si ferma lì guardandoci come un bestiame moribondo nello stagno
gelato.
Nella vita di un uomo ciò che ha importanza e che non ha importanza,
ciò che resiste allo sparire, l’apparizione di una città, la stanchezza dei viaggiatori,
ciò che favorisce l’ambizione e ciò che elogia l’idea di astenersi,
il dubbio mortale di una vita solitaria, la discolpa di moltiplicarsi in
altri.

*
A las puertas del corazón ante la luz prohibida
cerraré los ojos como si me hubiera muerto y clamaré por ti,
a los animales grises, a las rebosantes copas del bebedor más ávido,
a la niña clavada en la espina de su rosa y al pastor bizantino preguntaré por ti,
al eterno profeta en su cabaña de nubes esmaltadas y piedras pensativas,
al árbol de la ciencia y a los frutos del mal preguntaré por ti.
He embalado mis pertenencias para un largo viaje,
me voy donde al creyente a un claustro de estrellas lo llaman las campanas,
ya nunca será fácil regresar si es otoño y en el Tíber azulado hay gaviotas,
porque tú estarás ahí entre los pensamientos muertos detenida entre las ramas,
entre la broza quieta, música sin alma,
porque tú estarás ahí y nadie al pasar sobre los puentes se detendrá un instante para
verte,
nadie te mirará, nadie al sonreír con otro estará pensando en ti,
y tú mi única defensa, mi boca con lumbre vencida por lo adverso,
desaparecerás del mundo y de las cosas que dieron sentido a la belleza del mundo,
desaparecerás por un día y otro día y luego desaparecerás para siempre
y yo ya no sabré dónde buscarte y yo ya no sabré dónde saberte,
bajaré a encontrarte en los canales, removeré las piedras, iré a las raíces de los árboles,
regresaré sin ti de los agitados torbellinos, dormiré solo en los templos,
no fuimos los que huyen, no espejo de uno frente a otro en el combate,
ausentes entre aquéllos, acaso los felices, fuimos los que existen.

*
Alle porte del cuore davanti alla luce proibita
chiuderò gli occhi come se fossi morto e chiederò di te,
agli animali grigi, alle traboccanti coppe del bevitore più avido,
alla bimba inchiodata alla spina della sua rosa e al pastore bizantino domanderò di te,
all’eterno profeta nella sua capanna di nubi smaltate e pietre pensierose,
all’albero della scienza e ai frutti del male domanderò di te.
Ho raccolto le mie cose per un lungo viaggio,
me ne vado dove le campane chiamano il credente a un chiostro di stelle,
ormai non sarà facile ritornare se è autunno e nel Tevere azzurrato ci sono i gabbiani,
perché tu sarai lì tra i pensieri morti trattenuta dai rami,
nel fumo quieto, musica senz’anima,
perché tu sarai lì e nessuno passando sopra i ponti si fermerà un istante per vederti,
nessuno ti guarderà, nessuno sorridendo a qualcuno starà pensando a te,
e tu mia unica difesa, mia bocca con luce vinta dall’avversità,
sparirai dal mondo e dalle cose che diedero senso alla bellezza del mondo,
sparirai per un giorno e un altro giorno e poi sparirai per sempre
ed io ormai non saprò dove cercarti ed io ormai non saprò dove saperti,
scenderò a incontrarti nei canali, rimuoverò le pietre, andrò alle radici degli alberi,
tornerò senza te dagli agitati mulinelli, dormirò solo nei templi,
non fummo coloro che fuggono, non lo specchio dell’uno di fronte all’altro nel combattimento,
assenti tra quelli, per caso i felici, fummo coloro che esistono.

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Juan Carlos Mestre (Villafranca del Bierzo, 1957), vincitore  nel 2017 del Premio Castilla y León de las Letras per la sua poliedrica produzione, segnata dall’originalità e dall’immaginazione, è poeta e artista visuale, autore di vari libri di poesia e saggistica, come La visita de Safo y otros poemas para despedir a Lennon (Edt. Calambur, 2011), Antífona del Otoño en el Valle del Bierzo (Premio Adonáis, 1985), La poesía ha caído en desgracia (Premio Jaime Gil de Biedma, Visor, 1992) e La tumba de Keats (Premio Jaén de Poesía, Hiperión, 1999). La sua opera poetica prodotta tra il 1982 e 2007 è stata raccolta nell’antologia Las estrellas para quien las trabaja (2007), La poesía no es una misa cantada (edición de Carlos Ordóñez, Lustra editores, Lima, 2013), La imagen de otro espacio (edición de Manuel Ramos Van Dick, Edc. Sarita Carbonera, Perú 2013). Con La casa roja (Calambur, 2008), ha ottenuto il Premio Nacional de Poesía 2009. Di recente pubblicazione La bicicleta del panadero (Calambur, 2012) per cui ha ricevuto il Premio de la Crítica.

Ha collaborato e inciso dischi con noti musicisti come Amancio Prada, Luis Delgado, Cuco Pérez, José Zárate o Hugo Westerdahl con i quali ha realizzato concerti e letture in festival di varie nazioni come  Spagna, Italia, Francia, Norvegia, Finlandia, Svezia, Irlanda, Belgio, Russia, Lituania, Portogallo, Grecia, Israele, Costa Rica, Jugoslavia, Bosnia-Herzegovina, Polonia, Regno Unito, Serbia, Ecuador, Cuba, Marocco, China, Argentina, Perù, Chile, Libano, Colombia, Honduras, Messico e  Stati Uniti.

Ha realizzato antologie sull’opera poetica di  Rafael Pérez Estrada, La palabra destino (2001), e La visión comunicable (2001) di Rosamel del Valle, oltre all’edizione commentata della novella di Enrique Gil y Carrasco, El señor de Bembibre (2004); è autore di El universo está en la noche (Casariego, 2006), libro di versioni su miti e leggende dell’America Latina, ha adattato e diretto per il Festival de Teatro Clásico de Almagro la versione radiofonica di El perro del Hortelano di Lope de Vega con gli attori di Radio Nacional de España.

Ha esposto le sue opere grafiche e pittoriche nelle gallerie di Spagna, Europa, Stati Uniti e America Latina. Nel 1999 ottiene una Menzione d’Onore al Premio Nacional de Grabado de la Calcografía Nacional e altri riconoscimenti alla VII Bienal Internacional de Grabado Caixanova 2002, al Premio Internacional de Arte Gráfico Atlante 2009 e al III Premio Internacional de Grabado Dinastía Vivanco nel 2010.

Dal suo dialogo con l’opera di altri artisti e poeti sono nati, tra gli altri, i libri Piedra de Alma, con José María Parreño (1994), Crónica de amor de una muchacha albina, con Rafael Pérez Estrada (1994), Emboscados, con Amancio Prada (1995), Bestiario apócrifo, con Álvaro Delgado (2000), Enea y los gatos, con Javier Fernández de Molina (2002), El Adepto, con Bruno Ceccobelli (2005), Arde la oscuridad, con Alfredo Erias (2007), Los sepulcros de Cronos, con lo scultore Evaristo Bellotti (2007), Cazador de lunas con Javier Pérez Wallias (2007) Extravío en la luz con Antonio Gamoneda (2008) e l’edizione francese di Le Bestiaire de Livermoore con Rafael Pérez Estrada (2013). Ha pubblicato il Cuaderno de Roma, versione grafica di La tumba de Keats (Monosabio, Málaga 2005), La mujer abstracta (El gato gris, 1997), con Ediciones El caracol libri d’arte come Adiós (2012) su un poema di Apollinaire, Las Fábricas (2012) con testo di André Breton y Philippe Soupault, Los Proverbios Modernizados (2013) di Paul Eluard y Benjamin Péret, e accompagnate dai suoi dischi plaquettes di Chantal Maillard, Esther Folgueral, Alexandra Domínguez, Gonzalo Rojas, Jorge Teillier, Nicanor Parra, Javier Bello, Diego Valverde Villena, Miguel Ángel Muñoz Sanjuán, José Luis Puerto o Jorge Riechmann.

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Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da venticinque anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli ha pubblicato il suo ultimo libro “Viaggio incolume” (novembre 2017) e nel 2010 “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue precedenti raccolte “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano di Belgirate), “L’oceano e altri giorni” (2005, finalista ai Premi Libero de Libero, Guido Gozzano di Belgirate e Ultima Frontiera di Volterra, vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una sua selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si è svolta dal 2007 in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale ha proposto principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, non ancora tradotti in Italia, e con alcune case editrici che hanno pubblicato le sue traduzioni di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Premio Camaiore per la traduzione, e “Come le rose disordinando l’aria”, Passigli 2015 in collaborazione con Rosa Gallitelli, finalista Premio Città di Morlupo e Premio Città di Trento), di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione) e di Juan Carlos Mestre (“Non importa ormai vivere bensì la vita”, Arcipelago Itaca, marzo 2019).

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