Storia di Roma Antica: la nascita della città

Di GIUSEPPE ANTONELLI *

Non è escluso che la cosiddetta isola Tiberina abbia avuto una discreta importanza nella nascita di Roma. Questo isolotto è uno sperone di roccia conficcato proprio nel mezzo della corrente del Tevere, all’altezza dei quartieri di Trastevere e di Ghetto, poco prima dell’ansa del fiume che converge a gomito sotto l’Aventino per avviarsi verso il mare. Il suo nucleo di lava vulcanica regge impavido la pressione dell’acqua e la fronteggia dimezzando la distanza tra le due rive principali, creando così un’occasione che non poteva non stimolare l’iniziativa di qualche «fiumarolo» di tremila anni fa il quale deve aver pensato di guadagnarsi da vivere organizzando un traghetto o magari gettando una passerella mobile nel punto in cui l’attraversamento risultava più agevole e sicuro.

Un poco più a valle, un centinaio di metri circa, il Tevere sbracava nella palude del Velabro e riduceva le sue pretese di ostacolo naturale diventando guadabile. Qui transitavano le greggi, le mandrie, i cariaggi; sull’isola, i viaggiatori sofistici che non gradivano di bagnarsi i piedi.

Il terminal degli uni e degli altri era comunque lo stesso e cioè il Foro Boario, quello slargo di territorio pianeggiante sulla riva sinistra del fiume compreso tra i colli del Campidoglio, del Palatino e dell’Aventino.

Se si aggiunge che, più o meno nella stessa zona, attraccava il naviglio che proveniva dalla costa tirrenica, avendo risalito la corrente a forza di remi, si può immaginare che il Foro Boario non presentasse l’aspetto smobilitato proprio dei luoghi dove si svolge una volta l’anno una grande fiera ma facesse trasparire il fervore dei suoi traffici permanenti pur nella sonnacchiosa solitudine naturale propria dei siti lontani dall’animazione delle aggregazioni urbane.

La frequentazione vi era varia e costante. Il maggior numero di presenze lo sommavano i pastori della Sabina i quali vi calavano nella transumanza aggirandosi nei dintorni durante tutta la stagione invernale. La regione infatti forniva pascoli ideali al bestiame grazie alla vegetazione favorita dall’umidità.

Il territorio su cui oggi si stende Roma era un posto silvestre, lussureggiante di un verde marcio dall’odore mefitico un poco malsano. Un residuo del suo clima originario è arrivato fino ai nostri giorni, quando le combinazioni di aria stagnante e di umido trattengono i gas di scarico delle auto e costringono l’amministrazione della città a diradare il traffico. I pastori si affacciavano spesso al Foro Boario per vendere le loro caciotte e i loro abbacchi che nascevano proprio all’inizio e al termine della permanenza in pianura e cioè prima dell’inverno e col ritorno della primavera.

In queste occasioni i più religiosi di loro non mancavano di dire una preghiera a Ercole davanti all’Ara Maxima a lui dedicata, situata sul Palatino, e i più scettici di fare una visita all’annesso lupanare sacro che probabilmente, considerata la consistenza delle sue entrate, poteva già vantare locali in muratura e non più solo capanne di frasche o di ginestre intrecciate.

In muratura comunque, quasi certamente, erano i magazzini in cui veniva ricoverato il sale che proveniva dalle saline del Tirreno dislocate intorno alla foce del Tevere. Questo tratto di costa pare che fosse tra i più produttivi dell’intera penisola e fosse in grado di assicurare il fabbisogno di tutto l’entroterra sabino e di buona parte delle regioni centrali dell’Appennino. I produttori portavano il sale al Foro Boario, forse anche per via d’acqua, ma più spesso via terra (attraverso la cosiddetta strada Campana) e lo vendevano o direttamente ai commercianti che con le loro carovane di muli si sarebbero subito avviati verso l’interno lungo la Salaria o agli intermediari locali che lo avrebbero stivato nei loro scantinati in attesa dei clienti che scendevano dalle montagne.

Circa i commercianti bisogna dire che sul posto se ne vedevano di tutte le specie e di tutte le razze; non solo italici e sabini ma greci, fenici e soprattutto etruschi i quali erano così numerosi da permettersi il lusso di costituire una colonia che ha lasciato una traccia perfino nella toponomastica di quella che sarebbe stata la futura città. Il Vicus Tuscus indicava infatti la zona in cui, una volta, i queruli vicini avevano ritenuto utile concentrarsi. Quanto ai Greci si può dire che anch’essi erano di casa; soprattutto quelli di Cuma e di altre città greche della costa tirrenica ma anche quelli venuti di più lontano, dalla Sicilia o magari dalla stessa Grecia. Con la loro lunga esperienza di traffici acquisita nel frequentare gli scali dell’Egeo, del Mar Nero e di tutto il Mediterraneo erano i soli capaci di insegnare a stendere contratti di compravendita che garantissero da brutte sorprese. è in questo periodo infatti, tra l’ottavo e il settimo secolo a.C. che le popolazioni latine, osche e umbre adottano l’alfabeto euboico (Cuma era una colonia di Calcide città dell’isola Eubea) sia che l’abbiano appreso direttamente dai Greci o, indirettamente, dagli Etruschi i quali, essendo notevolmente più acculturati, avevano ritenuto utile impararlo prima.

Ma tra i frequentatori non mancavano i Fenici, e non solo perché la costa centrale tirrenica era di strada per arrivare ai loro fondachi in Sardegna, ma perché avevano da vendere manufatti più sofisticati di quelli esistenti in loco e da comprare derrate agricole e bestiame che sarebbero stati più cari su altri mercati.

Insomma il grande quartiere fieristico sorto in corrispondenza del guado del Tevere in un punto relativamente vicino alla foce, prima ancora che Roma nascesse, era già in grado di assicurare scambi molto intensi di prodotti artigianali, di prodotti agricoli, di bestiame e anche di informazioni tecniche e culturali. C’era, come abbiamo detto, perfino un garante soprannaturale di tutto il sistema, il cosiddetto Ercole italico, protettore d’ufficio del bestiame transumante, il quale riceveva l’omaggio dovutogli per mezzo dell’Ara Maxima che Romolo, quando fu il momento, ritenne opportuno comprendere entro il solco primigenio della città.

Questo altare infatti formava un angolo della cosiddetta Roma quadrata. La gente coinvolta nell’attività di questa specie di supermercato mediterraneo non doveva essere tanto poca. Le infrastrutture necessarie a farlo funzionare esigevano personale numeroso e con diverso livello professionale di addestramento. I manovali probabilmente prevalevano su tutti, dato che il compito di caricare e scaricare sacchi di derrate non ammetteva soste; ma non mancavano gli artigiani di ogni specie: ciabattini per risuolare le scarpe consumate dei viaggiatori, falegnami e fabbri per riparare i loro carri e le loro navi, stallieri per governare le bestie, barbieri e tonsori per migliorare l’aspetto, sarti per ricucire le tuniche, locandieri per alloggiarli in ricoveri affumicati e pulciosi e soprattutto osti e baristi per propinargli minestroni fumanti di verdure locali o fogliette generose di vino dei vicini colli Albani.

Alle necessità dello spirito, ripetiamo, soccorreva la badia adiacente l’Ara Maxima di Ercole, a quelle del corpo lo sciame di prostitute sacre che si alternavano, senza limiti di orario, sui letti del convento.

Pastori, contadini, artigiani, commercianti, tavernieri, preti, mignotte; gli ingredienti per fondare una città c’erano tutti. Al punto che siamo tentati di chiederci perché Romolo abbia tardato tanto a decidersi.

Questa gente, o almeno la sua maggior parte, ovviamente non abitava nel Foro Boario, che era un posto malarico e afoso d’estate nonché umido e freddo d’inverno, ma sui colli che lo sovrastavano: il Campidoglio, l’Aventino, il Palatino e più in là il Quirinale e il Celio, dove il clima era asciugato dai venti di ponente e dove si poteva respirare aria più fresca d’estate. I vari insediamenti costituivano dei veri e propri villaggi, dall’aspetto misero e provvisorio, paragonabile a quello di una bidonville di baraccati, ma tuttavia già consapevoli della loro identità e della loro vocazione sociale. Questi quartieri di Latini, separati gli uni dagli altri, erano già organizzati con una propria larvale amministrazione. La prova che abbiano avuto una qualche struttura di governo è data dal fatto che i «pagi» (si chiamavano così) rimasero, sia pure con compiti molto limitati, comunità gestionali locali fino alla tarda repubblica e all’impero.

Il guado del Tevere e l’isola Tiberina costituirono insomma il centro di un campo magnetico che ha determinato una concentrazione demografica impressionante per gli standard di densità territoriale di quei tempi; concentrazione che l’entroterra ha potuto facilmente sostenere grazie alla sua particolare fertilità. Non bisogna dimenticare infatti che tutta la pianura circostante era stata creata dalla cenere vulcanica eruttata dai monti Albani ed era ricca perciò di sostanze chimiche capaci di assicurare raccolti superiori alla media degli altri terreni della penisola.

Prima ancora di nascere perciò, Roma, o per essere più precisi l’area comprendente i villaggi sorti sulle alture vicine al fiume, costituivano una grande occasione, covavano una promessa di futuro che doveva essere scoperto o inventato.E’ difficile pensare a un’alternativa diversa dalla aggregazione in città di questi vari nuclei abitativi preurbani, anche se in Italia non tutti gli insediamenti decentrati hanno subito questa fatale mutazione, almeno fino ai primi secoli dell’era volgare; ma non meno difficile è stabilire con certezza che cosa ha innescato il processo agglutinante che l’ha realizzato.

Su questo punto le ipotesi sono diverse ma, tra tutte, quella che sembra più convincente, e comunque più determinante, è l’insorgere di un ceto aristocratico bene affiatato, cioè di un gruppo dirigente con interessi comuni che si è reso conto in tempo di poter difendere la sua supremazia politica ed economica solo costringendo i vari nuclei protourbani a organizzarsi in una struttura unitaria.

Chi fossero questi aristocratici è facile immaginarlo: erano i capi delle famiglie che avevano monopolizzato il commercio del Foro Boario nonché acquistato la maggior parte della terra che forniva la produzione agricola della regione. Quindi grandi proprietari terrieri che disponevano del surplus di derrate necessario agli scambi, che davano lavoro a quei contadini che non erano riusciti a ritagliarsi un proprio podere, che imponevano un balzello. ai pastori che scendevano dalle montagne per sfruttare i loro pascoli, finanziavano i templi e forse anche qualche opera di interesse generale, come per esempio la canalizzazione delle acque che scorrevano dai colli verso il Tevere e che costringevano i futuri cittadini a sguazzare nelle marane più spesso di quanto erano disposti a sopportare. Romolo è stato il loro uomo di fiducia, quello che ha fatto capire a tutti gli sparsi abitanti della zona, compreso suo fratello Remo, che i padroni ormai non solo c’erano ma erano venuti allo scoperto e che da allora in poi nessuno pensasse di poter fare di testa sua senza tener conto dei loro interessi e delle loro ragioni.

L’apparizione di questa classe politica dirigente è l’avvenimento più fortunato e più interessante di tutta la storia della penisola da tremila anni in qua. Nessuna altra élite è riuscita a pareggiare il suo successo, nessuna ha saputo coniugare consenso e potere con la stessa abilità e lo stesso fiuto politico. Il suo etnos era sicuramente latino e ha espresso una cultura che fa del suo nomen la variante più creativa e intelligente di tutte le altre nazioni italiche.

Non era facile concepire un’astrazione come lo Stato, la res publica, e imporla come religione, come regola di vita, come misura di ogni valore. E non era facile conciliare sapientemente questo slancio ideale con un senso della realtà così concreto da diventare a volte spietato e crudele. Perciò questa élite appare nello stesso tempo rigorosa e ipocrita, istintivamente capace di conoscere più di qualsiasi altra il segreto del potere.

Il motivo che la spinse a muoversi sembra abbastanza chiaro. Qualcuno guardava da tempo alla aggregazione che si era formata intorno al Foro Boario. Il luogo era diventato un grande emporio produttore di ricchezza ed è naturale che ci fosse chi pensava di impadronirsene o di controllarlo. Gli Etruschi avevano tutti i titoli per desiderarlo e non solo perché la loro colonia era assai numerosa ai piedi dei sette colli o perché si servivano del guado del Tevere per mantenere, via terra, contatti costanti con i loro possedimenti in Campania, ma perché in quel momento costituivano la potenza più forte di tutta la penisola.

Come classe dirigente i patrizi latini erano di gran lunga superiori ai lucumoni etruschi ma erano ancora troppo inesperti per resistere vittoriosamente a una forza militare organizzata quale quella che i loro rivali potevano mettere in campo. Inoltre non erano abbastanza alfabetizzati per pretendere di provvedere direttamente a dare una struttura istituzionale alla nuova città. Così accadde che, appena fondata, Roma fosse occupata, per circa un secolo, dai confinanti della riva destra del fiume. Si trattò di una occupazione militare che comportò la nomina di un governatore che i romani chiamarono re (Il re era un istituto originale della cultura indoeuropea ed è perciò sicuro che i primi magistrati della nuova città fossero anch’essi re.

Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio. Anco Marcio furono sabini o latini, personaggi leggendari che adombrano realtà storiche indimostrabili sulla base delle fonti letterarie. Gli ultimi tre re di Roma, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo furono invece etruschi. Ma non vi fu nessuna integrazione o fusione di popoli. Gli Etruschi rimasero a casa loro e i Latini continuarono a parlare latino e a essere la componente principale del crogiuolo etnico che abitava la loro città.

I re etruschi insegnarono parecchie cose ai Romani, i quali le appresero di buon animo soprattutto perché non sapevano a chi ricorrere per avere suggerimenti su come organizzarsi; gli insegnarono soprattutto un po’ di etichetta, per esempio il fascio littorio, la toga pretesta, la sella curule, la cerimonia del trionfo nonché tutta la disciplina augurale e i giuochi gladiatori, ma non poterono insegnargli quello che i loro sudditi conoscevano meglio e cioè come si doveva comandare.

I patrizi capifamiglia di cui abbiamo detto non tardarono molto ad accorgersi di questa carenza e, dopo averli tollerati per un po’ di tempo decisero di sbarazzarsene soprattutto perché i prìncipi etruschi avevano immaginato di poter fare a meno dei loro consigli e del loro sostegno appoggiandosi alla gente minuta della città, agli artigiani, ai piccoli commercianti, ai braccianti cioè a quella componente sociale che si sarebbe chiamata plebe. Del resto non avevano più bisogno di un monarca. Il loro re era diventata un’idea, quella della repubblica, un ente astratto al di sopra di ogni cittadino, di cui loro si sentivano di interpretare puntualmente le esigenze, le necessità, il destino.

Fin da quando avevano fatto parte del consiglio di anziani che forniva i pareri al principe straniero si erano resi conto che non avevano bisogno di un mediatore così insignificante, di uno che per la città non aveva in testa nessuna prospettiva se non quella di continuare a sfruttarne la ricchezza. Avevano capito che ormai potevano fare da soli e che sarebbe stato un errore trascinare più a lungo la situazione.

Perciò cacciarono l’intruso e concordarono che, a turno, avrebbero svolto loro la funzione di re; due per volta, e per un solo anno, affinché potessero controllarsi a vicenda e affinché il loro potere fosse molto limitato nel tempo. Governare doveva essere un servizio che si rendeva allo Stato, non un modo di soddisfare l’ambizione o di badare al proprio interesse personale. La stretta limitazione nel tempo delle magistrature comportava una conseguenza di cui i patrizi erano perfettamente consapevoli e cioè che la continuità di governo sarebbe stata assicurata da loro stessi nella loro assemblea, il senato.

Così i patrizi fecero di Roma una repubblica. Del resto era giusto che decidessero la forma costituzionale della loro città. Perché Roma era davvero la loro città; non l’avevano inventata in un giorno tracciando un solco simbolico, ma strutturata poco alla volta in una lunga gestazione che aveva messo alla prova la loro capacità di governo e la loro maturità politica. Quando divenne repubblica Roma aveva infatti strutture interne già collaudate e consolidate, che non erano quelle esili e quasi condominiali dei «pagi» ma quelle più complesse e di rilevanza politica oltre che amministrativa delle curie e delle tribù.

In un primo momento le tribù forse avevano avuto una base etnica. Le tre più antiche, quelle dei Ramnes, dei Titieres e dei Luceres erano associazioni rispettivamente di Latini, di Sabini e di Etruschi, ma ben presto i capifamiglia avevano fatto in modo che il criterio di aggregazione diventasse territoriale. Con questo sistema potevano collocare i loro clienti come meglio gli conveniva e quindi controllare l’opinione pubblica all’interno di questi organismi che assolvevano compiti importanti, amministrativi, militari, elettorali.

Del resto la loro spregiudicatezza interpretava correttamente il carattere interrazziale della nuova città, che nei suoi bassifondi si presentava come un crogiuolo in cui schiumavano gli individui e i mestieri più diversi: soldataglie disoccupate, sicari di professione, ladri sfuggiti alla giustizia del loro paese, pastori esperti in abigeato, avventurieri in cerca di fortuna e via di seguito. Fin dalle origini Roma ha potuto vantarsi di quella che Cicerone chiamava la feccia dell’urbe.

Di tanto in tanto questa gente serviva ai grandi proprietari terrieri, per fare scorrerie contro rivali arroganti e sgarbati e per difendere i raccolti dalle incursioni delle città vicine quando queste decidevano di rimpinguare i loro magazzini saccheggiando i poderi degli altri. A cose fatte la compensavano emancipandola e accogliendola nelle loro clientele. Così Roma è stata subito una società aperta, almeno da questo punto di vista: che non c’erano obiezioni di principio a fare di uno straniero e di uno schiavo un cittadino romano.

Il punto invece su cui questi patrizi non volevano sentir ragioni riguardava la questione dei loro privilegi. Innanzi tutto perché erano orgogliosamente consapevoli dei loro meriti e della loro funzione. Se la città si era formata e arricchita, se aveva respinto gli sfruttatori stranieri, se assicurava a tutti, anche ai poveri, una decente sopravvivenza, questi risultati dovevano essere attribuiti alla loro fermezza, al loro rigoroso senso del dovere, alla loro fedeltà verso lo Stato. Queste indiscutibili qualità politiche e morali, nella loro mentalità arcaica, gli davano il diritto di decidere non solo per sé ma anche per tutti quelli che facevano parte della loro comunità. E d’altra parte che titoli avevano i loro interlocutori e oppositori all’interno della città per pretendere di mettere bocca sul da farsi?

Gli artigiani, i piccoli commercianti insomma la plebe di Roma, erano troppo condizionati dalla ricerca del modesto utile quotidiano per intuire e riconoscere l’interesse generale. Tale interesse generale, come è ovvio, coincideva quasi del tutto con il loro, ma in questa identificazione non c’era solo cecità o ipocrisia, c’era una convinzione che è propria di tutta la cultura antica secondo cui solo la terra, e quindi la varia produzione che nasce da una fattoria, può assicurare la ricchezza e la potenza degli Stati. Produzione che non è soltanto di beni ma anche di uomini.

Solo i contadini infatti, disciplinati nel rispetto degli dèi e dei padroni, temprati dalla durissima fatica che l’agricoltura impone, hanno le qualità morali e fisiche per diventare buoni soldati e per difendere la città dai nemici.

Sul punto che dovessero soltanto ubbidire e subire, i plebei non erano affatto d’accordo e fin dall’inizio non hanno né taciuto né sfumato la loro opinione. La lotta tra patriziato e plebe infatti percorre tutta la storia di Roma dalle origini all’impero, fino a quando cioè non i plebei della città ma quelli della penisola, divenuti nel frattempo legionari e pretoriani, non hanno designato un loro rappresentante alla guida dello Stato (Augusto deriva il suo potere soprattutto dal proletariato militare). Il tentativo di appoggiarsi alla plebe per poter comandare l’avevano già fatto i re etruschi ma in maniera maldestra e fuori tempo. Dovevano passare almeno cinque secoli perché l’idea che li aveva ispirati trovasse interpreti più persuasivi e condizioni che permettessero di attuarla.

In sintesi ciò che i plebei rivendicavano era nient’altro che l’uguaglianza civile e politica. Cominciarono a riunirsi e a prendere deliberazioni importanti che dovevano valere per tutti, aristocratici compresi. E così elessero i loro magistrati, i tribuni della plebe, che all’inizio saranno stati i più linguacciuti delle assemblee, cioè quei personaggi che non temono di parlare in pubblico e che sono così convinti della bontà delle loro opinioni da convincere gli uditori a farle proprie. Successivamente, come conseguenza dell’efficacia dei servizi resi, li dichiararono sacri e inviolabili (nessuno avrebbe dovuto alzare la mano contro un tribuno) e li dotarono di poteri che condizionavano quelli dei governanti aristocratici. Un tribuno poteva accorrere in aiuto di un plebeo ingiustamente perseguitato e addirittura sospendere le deliberazioni del senato o i provvedimenti di un magistrato che giudicava contrari all’interesse dei cittadini che tutelava. E, affinché la minaccia dei loro interventi non fosse soltanto verbale, gli attribuirono il diritto di mettere in galera chiunque non rispettasse i loro ordini, di infliggere multe e perfino di condannare a morte.

L’uguaglianza politica, almeno in teoria, fu raggiunta con la costituzione dei concilia plebis e con l’elezione dei magistrati popolari; quella civile fu consacrata dalle leggi delle Dodici tavole (intorno al 450 a.C.).

Nelle sue disposizioni specifiche questo codice ripeteva le consuetudini preesistenti ma implicitamente stabiliva un principio fondamentale rivoluzionario: che tutti gli uomini liberi, patrizi o plebei, erano uguali di fronte alla legge la quale, promulgata nell’interesse di tutti, costituiva il fondamento della repubblica. Al tempo di Cicerone i ragazzi, a scuola, ancora ne imparavano a memoria il testo, come oggi si fa al catechismo con i dieci comandamenti. E non senza ragione, perché è davvero un monumento della cultura latina. Alcuni dei princìpi contenuti nelle sue norme, in particolare quelle sulla condizione della donna, sulla tutela della proprietà, sulla libertà di testare, sull’esclusione della tortura come mezzo di prova, costituiscono l’avvio di quella riflessione giunsprudenziale che è stata alla base della cultura giuridica europea occidentale.

Qualche anno dopo i plebei ottennero anche il seguito delle loro rivendicazioni: cioè lo jus connubii, l’abolizione del divieto di matrimonio tra uomini e donne appartenenti a ordini diversi (patrizio e plebeo) e l’ammissione alle massime magistrature. Nel frattempo però tutti i cittadini erano stati divisi in cinque classi censuarie, a seconda cioè della consistenza del loro patrimonio, e le classi, a loro volta, divise in 193 centurie che costituirono l’assemblea più importante dello Stato (comizi centuriati), quella che oltre a legiferare aveva il diritto di eleggere i magistrati superiori.

Il suo ordinamento e funzionamento assicurava la maggioranza e quindi la supremazia dei ceti più ricchi della popolazione e indirettamente del senato in cui era asserragliata l’élite politica che rappresentava i grandi proprietari terrieri e in generale tutti i padroni dello Stato. Fu questo, nelle sue linee generalissime, lo schema costituzionale che caratterizzò i secoli repubblicani e che permise al senato e dunque all’antica aristocrazia di governare Roma e di inventarne il suo straordinario destino.

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* Da Giuseppe Antonelli, Storia di Roma Antica dalle origini alla fine della Repubblica, cap. I: La nascita di Roma, Newton Compton Editori 1995.

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2 pensieri su “Storia di Roma Antica: la nascita della città

  1. Analisi assolutamente condivisibile e attenta. Tra l’altro, Romolo fu il primo globalizzatore della Storia, colui che con ben 2.500 anni di anticipo vide chiaramente la strada che bisognava seguire per ottenere una società quanto meno florida, anche se non proprio giusta (di quello, immagino, se ne fregasse altamente, proprio come accade ora). Il sottomettere il sacro ai doveri dello Stato fu un altro passaggio chiave della modernità di Romolo, costruire un reticolo di pantheon e credenze ammaestrate ai bisogni del nuovo Stato fu la ciliegina sulla torta di una visione innovativa e vincente, come l’umanità rincorre da allora.

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