Giorgio Manganelli, “Centuria”: l’introduzione di Italo Calvino all’edizione francese

Giorgio Manganelli

Di ITALO CALVINO *

Era ora. Da vent’anni la letteratura italiana ha uno scrittore che non assomiglia a nessun altro, inconfondibile in ogni sua frase, un inventore inesauribile e irresistibile nel gioco del linguaggio e delle idee: e non era mai stato tradotto in francese prima d’ora. Questo vuol dire che l’idea che il lettore si è fatto della letteratura italiana negli ultimi decenni mancava d’un dato essenziale: dal momento in cui la sagoma di Manganelli si staglia all’orizzonte, cambiano tutti i rapporti di prospettiva del paesaggio intorno. Il ritardo è tanto più grave in quanto non si trattava di scoprire un giovane talento in formazione per seguirlo nell’annaspante ricerca d’un’identità. Si può dire infatti che Manganelli sia uscito come Minerva dal cervello di Giove, maturo e armato di tutte le sue doti, dal primo libro Hilarotragoedia, pubblicato quando aveva già quarantadue anni, nel 1964. Né si può dire che la sua fama in Italia sia rimasta circoscritta agli ambienti letterari più sofisticati: infatti la firma di Manganelli come commentatore paradossale di fatti del giorno è continuamente presente sui giornali – specialmente sul «Corriere della Sera» – e sui settimanali a larga tiratura. Il che vuol dire che egli riesce a far entrare nel suo gioco il pubblico più vasto, pur senza venir meno al suo spirito e al suo stile.

M’affretto a chiudere questo preambolo polemico; il mio intento ora è, oltre che festeggiare Manganelli finalmente tradotto in francese e le edizioni W cui spetta il merito dell’iniziativa, di cercare di definire la fisionomia dello scrittore nelle sue linee generali. Potrei cominciare col dire che Manganelli è il più italiano degli scrittori e nello stesso tempo il più isolato nella letteratura italiana. Il più italiano perché nasce direttamente dalla prosa del nostro secolo diciassettesimo, col suo sontuoso spettacolo fatto di sintassi elaborata, di nomi, verbi e soprattutto aggettivi inaspettati, l’arte di far sorgere dal pretesto più insignificante una fontana di zampilli verbali, un vortice di analogie, una cascata d’invenzioni esilaranti. Manganelli si richiama dunque a un’idea di letteratura italiana tra Rinascimento e Barocco che ha avuto per l’Europa una funzione insostituibile di serbatoio di meraviglie, nelle elucubrazioni di cosmologi e teorici della magia così come nelle metafore dei poeti e nelle loro fantasticherie visionarie. Nello stesso tempo è il più isolato perché demolisce senza pietà tutte le intenzioni virtuose e didascaliche o anche soltanto illustrative che hanno dominato le nostre lettere nei secoli diciannovesimo e ventesimo, così come ogni pretesa di contare in qualche modo nella storia della società.

Questo è un aspetto che per i francesi non costituisce né novità né scandalo, ma Manganelli vi porta un oltranzismo tutto suo. Basti dire che il suo testo teorico fondamentale si intitola Letteratura come menzogna (1967). A questo suo programma antivirtuistico e antivitalistico, al rifiuto di attribuire al mondo altra realtà che quella d’una scrittura geroglifica, Manganelli è rimasto costantemente e rigorosamente fedele. (Come per questa via egli riesca pur tuttavia a esercitare una vera e propria funzione di ‘moralista’ e perfino – uso un termine che susciterebbe tutti i suoi sarcasmi – di ‘interprete del nostro tempo’, è un exploit che non si può concepire se non vedendolo attuare in pratica). Alla poetica della ’menzogna’ manganelliana, corrisponde un metodo critico che egli applica nella sua ininterrotta opera di saggista. Il suo terreno d’elezione sono le letterature anglosassoni (è stato professore di letteratura inglese all’Università di Roma; come traduttore ha portato a termine imprese formidabili, ultimamente tutti i racconti di Poe), ma la sua erudizione e la sua curiosità lo spingono a esplorare tutti i raggi della biblioteca universale.

Certamente il Manganelli critico non è meno originale del Manganelli scrittore: riesce a definire nella loro unicità e nel loro valore gli autori antichi o contemporanei anche più distanti o opposti alla sua poetica, descrivendoli al di fuori di tutte le consuetudini critiche e gli inquadramenti storici. Proseguendo nelle mie approssimazioni a una definizione del personaggio, dirò che nessuno rappresenta più di lui nello stesso tempo la tradizione e l’avanguardia. La tradizione perché parte sempre da un ideale di forma molto strutturato e colto, nella sintassi della frase e nella logica dell’invenzione e dell’argomentazione. (Potremmo dire che il suo modello di partenza è Swift, uno Swift che lascia scatenarsi fino alle estreme conseguenze il proprio umore saturnino e le proprie ossessioni). L’avanguardia perché non c’è sfida nell’uso del pensiero e delle forme d’espressione che faccia indietreggiare Manganelli. La carica eversiva della sua scrittura esplode all’inizio degli anni Sessanta quando la letteratura italiana ribolliva come un calderone, al fuoco del desiderio a lungo represso di un rinnovamento radicale. È naturale quindi che Manganelli sia stato, con Edoardo Sanguineti e Umberto Eco (faccio solo i nomi più conosciuti in Francia) una delle personalità di punta del movimento della «neo-avanguardia» detto «Gruppo 63», pur essendo meno giovane degli altri e avendo un retroterra culturale in parte diverso. Il suo itinerario parte da Hilarotragoedia (1964), trattato sulla natura «discenditiva» dell’uomo, dove le angosce esistenziali vengono tradotte in sberleffi clowneschi; si spinge in Nuovo commento (1969) al culmine dell’astrazione, lasciando che la retorica costruisca sul vuoto assoluto le cupole delle sue cattedrali; tocca con Agli dèi ulteriori (1972) il suo momento di pienezza in una specie di raptus d’esaltazione megalomaniaca; sprofonda con Sconclusione (1976) in un inferno di deformazioni della figura umana animate come da una sofferenza smaniosa; celebra con Amore (1981) i fasti d’una poetica tanto più sontuosa quanto più cosciente d’avviluppare il nulla nelle fronde dei suoi fregi; s’abbandona con Discorso dell’ombra e dello stemma (1982) alla moltiplicazione di specchi d’una metaletteratura senza fine.

Centuria (1979) è un libro completamente diverso dagli altri suoi. Tutto quello che ho detto di Manganelli fin qui, può sembrare che non si applichi a questo libro dalla scrittura concisa ed essenziale, dalle invenzioni narrative sintetiche e concentrate. Eppure si tratta più che mai di Manganelli: l’universo in cui i cento ‘romanzi’ d’una sola pagina si situano è lo stesso in cui in altri libri si scatena la sua tregenda di metafore come un sabba di streghe. È l’universo in cui il signore vestito di scuro (Sette) e un inseguitore sconosciuto perpetuano la loro fuga dagli inizi dei tempi; in cui il signore vestito di lino (Sedici) non riesce a passare dalle otto alle nove percorrendo il tempo solo in quanto tempo; in cui il signore anziano (Ventinove) finisce in un luogo misterioso che pare il deposito centrale dell’Inconscio; in cui i rapporti tra le persone seguono i tracciati d’una contorta, labirintica combinatoria (Quindici o Cinquantasei). Che la psicologia sia la materia prima delle presunte astrazioni manganelliane, già lo sapevamo dagli altri libri; solo che qui risulta con l’evidenza e l’acutezza introspettiva d’una classica raccolta di ‘caratteri’: l’uomo che ama attendere agli appuntamenti (Trentatré), o i rapporti tra il signore lievemente miope e la signora taciturna (Ventidue) o il metodo per estrar si fuori dal mondo dell’uomo che soffre d’insonnia (Novantanove).

L’altro polo dell’universo manganelliano (simmetrico e spesso speculare alla psicologia) è la teologia: teologia dell’inesistenza, naturalmente. Gli altri libri ne costituiscono una Summa, che qui viene esemplificata in parabole: quali quella del guardiano dei gabinetti (Ottanta) o dell’architetto non credente (Trentasei) o di una infernale Creazione del Mondo (Novantasette). Un libro straordinario, Centuria, la cui ricchezza di motivi non posso propormi d’esplorare in questa nota, intesa solo a offrire un inquadramento generale dell’opera di Manganelli e a invitare a valicarne la soglia.

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Introduzione all’edizione francese di Centuria, come annota Roberto Calasso in apertura all’edizione Adelphi 1995: “Italo Calvino ammirava Manganelli e riteneva che la sua opera non fosse sufficientemente apprezzata. Così, in occasione dell’uscita in Francia di Centuria (Centuria – Cent petits romans-fleuves, trad. di J.-B. Para, Éditions «W», Mâcon, 1985), scrisse questa introduzione che intendeva presentarlo a un pubblico straniero. Siamo ora felici di poterne pubblicare l’originale stesura in italiano, per speciale concessione degli eredi. R.C.”. (S.C.)

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