Giordano Bruno, Sonetto in lode dell’asino (Salvini docet)

Di GIORDANO BRUNO

Nota di SONIA CAPOROSSI

Il testo che oggi presentiamo è un classico della filosofia eretica e impura per eccellenza. Si tratta del Sonetto in lode dell’Asino che Giordano Bruno antepose alla sua Cabala del Cavallo Pegaseo con l’aggiunta dell’Asino Cillenico (1585), opera che conclude il discorso critico da lui precedentemente affrontato nello Spaccio della Bestia Trionfante. La Cabala, che si articola in tre dialoghi di satira morale, esprime una polemica sistematica contro le due religioni rivelate del cristianesimo e dell’ebraismo poste a confronto. Al di là dell’occasione precipua di scrittura, è interessante notare come in quest’opera Giordano Bruno distingua due tipi di asinità: la prima, detta “concreta”, è assolutamente negativa perché ostacola l’avanzata verso il sapere, la seconda detta “astratta”, assume valore positivo perché parte dal riconoscere la propria ignoranza e attua lo stimolo verso il suo superamento. Al di là della critica puntuale agli assunti fondamentali delle religioni rivelate, ciò che importa sottolineare nel testo, in questa sede, è l’accento che il filosofo pone, di contro alle false credenze, sulla curiositas umana come capacità da parte dell’individuo di scegliere la virtù autonomamente, in direzione della giustizia sociale e della prassi etica ragionando con la propria testa. Appello all’uso della propria intelligenza e umanità che oggigiorno, in tempi in cui il Ministro Salvini si fa i selfie con gli asini a mo’ di vanto, non sembra mai eccessivo o fuori luogo. (Sonia Caporossi)

SONETTO
IN LODE DE L’ASINO.

O sant’asinità, sant’ignoranza,
Santa stolticia e pia divozione,
Qual sola puoi far l’anime sì buone,
Ch’uman ingegno e studio non l’avanza;
Non gionge faticosa vigilanza
D’arte qualunque sia, o ‘nvenzione,
Né de sofossi contemplazione
Al ciel dove t’edifichi la stanza.
Che vi val, curiosi, il studïare,
Voler saper quel che fa la natura,
Se gli astri son pur terra, fuoco e mare?
La santa asinità di ciò non cura;
Ma con man gionte e ‘n ginocchion vuol stare,
Aspettando da Dio la sua ventura.
Nessuna cosa dura,
Eccetto il frutto de l’eterna requie,
La qual ne done Dio dopo l’essequie.

 

 

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