Tre poesie inedite di Valeria Cagnazzo

Valeria Cagnazzo

Di VALERIA CAGNAZZO

Il bisonte

Via serba delle armi, strada azzurra dei rifiuti, crocevia di spilli:
la massa scura avanza; si ritira attorno gonfia d’aria
la terra, le mosche nere e le mosche bianche senza occhi
si cercano nell’ombra raggrumate dalla fame; è compatta e marcia,
ingrossata dalla pioggia, bucata dalle formiche minatrici.

È il bisonte che temevi e ti cerca.

Piano scioglie contro il sole dal suo corpo di fango
le forme e di nebbia: è fatto di pelle incrostata, carne molle
sulle ossa e di ciglia e capelli con punte spaccate in due,
forfora e narici chiuse dalle allergie, e peli biondi
seminati sulle schiene, sulle pance, e menischi che si agitano
come sonagli, aliti invecchiati, vescicole che divorano le labbra
dal giorno della partenza, unghie non tagliate da settimane, e intestini
e di escrementi, dentro agli intestini e intorno e a ogni sosta. Ha orologi
col cinturino slabbrato, e fedi portate sullo stesso dito, flaconi
di shampoo, aghi e qualche filo, petali che continuano a seccare
in mezzo a due pagine in un libro, la fotografia di lei felice, il portagioie
della camera da letto, pettini di rame, spazzolini, e specchi, e medicine.

Il bisonte avanza e tu arretri.

Questi non sono poeti, ma sono poeti; non sono esploratori, ma sono
esploratori. E maghi, sarti, ceramisti, dottori, il piastrellista ti avrebbe
chiesto la metà del prezzo, e maestri con l’abaco nascosto dentro agli stivali,
Qabbani arrotolato nelle calze, recitato a un equipaggio di mogli.
Portano i ricordi e il dolore dentro a un sacco bianco di cotone,
appeso in cima alla fiumana, come una vittoria; lo romperanno
a Carnevale, con le scope e con gli occhi bendati. Grande è la distanza
che dalla marea li separa, e grande è il pianto. Qualche volta il riso
come uno scroscio di ali vaste di gabbiani dalla bassa fila si distacca,
qualche volta il destino sorge in mezzo a loro come un’ave Maria.

Il bisonte avanza e tu arretri.

La vecchia che ha perso tutti i denti meno cinque, intagliata di sughero
e di argilla, lungo il fiume ignoto di fango e di spergiuri si ferma, con le mani
allo sguardo fa un nido: quelli si strappano un materasso, lo agganciano
a una tenda e due corde; lei è già sopra l’altra riva, alza al cielo di pane
le palme: può applaudire la massa, può scomporsi in una festa fluviale.
Anch’essi conoscono allora la felicità, com’è fuori dal viaggio, l’istante
che la vita come un’anguria si spacca e ognuno crede di poterne bere.

Il bisonte avanza e macina respiri. Tu arretri.

La giovane allarga le gambe in mezzo all’erba, si fissa le punte dei piedi,
ha la vescica gonfia ma le cade un figlio: un altro, a questo mondo.
Il sedicenne che ha una gamba sola cammina accanto a un altro, insieme fanno
un cavalletto a tre assi e pensa di potervisi posare l’uccello con l’iride di sangue
che segue o guida i morti e la colonna, per questo gli fa ombra.

Tu arretri. Il bisonte si sgretola, si frammenta, si sformica.

Sono meschini, sono vigliacchi, possono portare coltelli minuscoli
dentro alle tasche, svariati Cristi camminano tra loro e qualche raro
san Michele, allevatore di galli scampati ai combattimenti, si trascina dietro
gabbie basse impagliate su ruote; sono gentili, sono luminosi, venderebbero
una sorella per dieci olive mature, un formaggio stagionato, darebbero la vita per te,
il loro dente d’oro, quello marcio; nel sole si proteggono gli occhi, che si fanno
a tutti verdi, o azzurri, acquosi in qualche modo, trasparenti; sono come i loro
occhi, sono timidi come bambini tra i riflessi della neve, sono bugiardi.

Arretri. Il bisonte scoppia, prima del giorno.
I germi lo muovono nella pelliccia disfatta.

La massa si sposta come un confine marrone, una ferita infetta, produttiva,
e dentro ha un villaggio di ciclamini, bouganville ad ogni angolo che esplodono, e frasi,
e sono frasi che dicono questo: Cuore mio, non è il freddo, cuore mio, la spiga
che ti punge; oppure, per esempio, non lasciarmi amico mio, fino alla fine
dei giorni, fino alla fine dei pesci dentro al mare; non raccogliere il ragno
da terra, non toccarlo e non distrarti, tienimi la mano; e le parole sono come
case, le parole si arrampicano come edera sui tetti, e le teste sono i loro tetti,
le piaghe di stormi che aprono il cielo, le albe color di mandarino. Il torrente
di pani ammuffiti lasciati sul fondo e di costati senza fori e di bocche senza indirizzo
sopra tutto ancora avanza, è una notte, una belva che nuota a inghiottire ogni nome.
Ed ecco, uno tra loro che è un bambino ti porge il piede: allacciagli la scarpa.

*

Vicino a un fiume
“Sisi sarà il nostro Pinochet”

I figli non torneranno. Il riflesso nelle tazzine sopra la mensola
continuerà a rotolarsi come una biglia polverosa. Le madri
sempre arrivano, a strofinare uno straccio. Ma questi figli
non torneranno. Piatto come un lago, il pane è sopra il tavolo e li aspetta,
e questo pianto che piango non è il mio mentre lo piango; io lo so

che da qualche parte, vicino casa, le eriche germogliano i loro amari,
amarissimi fiori; che da riva a riva, i nomi ancora muovono
un’assenza di schiume minute, e un bambino sopra il fiume mezzo nudo
pesca e ride pesciolini verdi da cuocere all’amianto; tra due mani
ci sarà ora, ora, una gioia rotonda da nascondere al vento.
Io so che adesso è altrove, e sempre, il rimescolio delle albe silenziose
e degli eterni cominciamenti. Sull’uscio i destini si precipitano dal mondo
come lingue di mare pazienti, a chiederci una speranza, un rumore
di chiavi nella toppa. Ma noi faremo piano, e non ci sentiranno.

La porta resterà infossata nella pietra di calcare e di formaggio
fino a che i figli non torneranno. Io lo so, ascolta, sul fondale un ramo viola
per solleticargli la pianta dei piedi si allunga, mentre qui parliamo
delle loro risa spente, e degli occhi nei ritratti, i fazzoletti un minuto
prima di adesso arrotolati nelle bocche, il latrato che ha diviso
in due metà perfette il cielo che è un quadrato, e poi l’adesso, ti dicevo: il ramo
per giocarli di nuovo, e i fiori, da qualche altra parte. Scrivi al comandante
che cuciono un lenzuolo per coprirli: ricamano sugli angoli stirati all’infinito
di queste e di altre felicità. Scrivi al comandante della congiura delle loro madri.

*

Lo stupore

Con poca forza io ho mai letto
la sintassi delle cose, lo sferragliare degli eventi
che preparano un sì lanoso e lieve,
ma che il perimetro di pelle
che ti veste, e poi una breccia, lo strappo di un quadrato
e mi si sveli: sogni uguali ai miei
è lo stupore: più forte

che il tuo corpo-fiume nudo si plachi
in fondo al mio, ninfea minuta; più forte
il tuo respiro nel mio orecchio
come dentro ad una tazza, i morsi dei cavalli,
le bestie negli armadi, più forte del correre
dei fiori che inseguono le estati, mungere
le notti a mani nude, più forte, fin dove si spazzola
l’erba gialla, si sbottonano le stelle, più forte
dove i prematuri e gli uccelli tengono un congresso

che sotto a buccia nuova cospirassero
in carne altra alla mia stillassero
navigassero nei tuoi vasi nel sonno delle ore
i sogni. Lo stupore: più forte
della parola, del frangipani.

___________________________

Valeria Cagnazzo nasce a Galatina (LE) nel 1993. Dopo la maturità classica, si trasferisce a Bologna per studiare Medicina e Chirurgia. Si occupa di giornalismo e Medio Oriente, in particolare di Palestina, della quale scrive su blog, nel libro “Ci conducono gli ulivi” per AssopacePalestina (2014) e per agenzie online, come Nena News, anche sotto pseudonimo. Frequenta il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna, sue poesie compaiono nella plaquette “Quando un letto si svuota in questa stanza”, pubblicata a termine del progetto “Le parole necessarie” in collaborazione con l’ospedale Sant’Orsola. Nel 2018 si laurea in Medicina, e nello stesso anno vince il premio di poesia Elena Violani Landi per la sezione Inediti e il premio Le Stanze del Tempo promosso dalla fondazione Claudi, sempre per la sezione Inediti. Inizia a collaborare con il Centro di Poesia Contemporanea. Nel 2019 pubblicherà il suo primo libro di poesie.

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