Giulio Ferroni: la fine dello Stile nella letteratura contemporanea

Giulio Ferroni

Di GIULIO FERRONI *

Con la scrittura al computer (magari anche per la facilità della funzione copia/incolla) si possono scrivere velocissimamente romanzi di quasi mille pagine: ma l’eccessiva fiducia nella leggerezza della scrittura dà luogo ad una generalizzata indifferenza a quello che un tempo si chiamava ‘stile’, con il diffondersi di una sempre più deprimente sciatteria linguistica. La rapidità della scrittura informatica, sostenuta dalla rapidità della trasmissione telematica, permette di soddisfare agevolmente quelle richieste del mercato di cui sopra si è detto, garantendo agli scrittori l’illusione di una presenza continua sulla scena pubblica, con la ripetizione indeterminata di schemi già collaudati. Ma il linguaggio, se non sottoposto ad adeguato controllo, rischia di divenire evanescente, perde ogni contatto con la sua origine corporea, ogni tensione a mettere in gioco la realtà in modo essenziale. I profeti della letteratura informatizzata vedono in tutto ciò una liberazione di linguaggio e di esperienza dall’insopportabile fissità della pagina, una felice proiezione nella ‘leggerezza’: questa, in realtà, ondeggiando dentro l’inflazione della comunicazione, in mezzo all’invasione incontrollabile di messaggi di ogni sorta, cancella la stessa possibilità di un corpo a corpo con la lingua, di quel corpo a corpo a cui ogni autentica letteratura non può in nessun modo sfuggire. Perlopiù le scritture si modellano sulla convenzionalità dei vari linguaggi mediatici, mantenendosi ad un livello di comunicazione ‘neutra’ o giocando con deformazioni e trasgressioni che coincidono con quelle stesse del linguaggio corrente, magari con quelle dei più diversi linguaggi speciali, dai gerghi giovanili e giovanilistici a quelli della pubblicità, della televisione, del giornalismo, della musica pop, dello sport, della droga, della criminalità, di particolari aree dialettali, ecc.

L’indifferenza al linguaggio sostiene il pervasivo successo della letteratura di ‘genere’, tra cui campeggia il cosiddetto noir, con tutta una serie di ramificazioni che conducono fino al romanzo storico o al reportage di cronaca più o meno ‘nera’. Da più parti si tenta di attribuire al noir un rilievo centrale nel panorama letterario attuale; se ne rivendica la tempestività e la presunta forza ‘critica’, la capacità di denunciare o comunque di rappresentare la violenza che mina in profondità le società moderne, e in particolare il nostro disastrato paese. In realtà la moda del noir non fa altro che registrare una generale assuefazione alla violenza, offrendo modelli di consumo al diffuso cinismo e nichilismo di gran parte della piccola borghesia intellettuale: pretendendo di dare un’immagine ‘estrema’ della realtà, finisce per cancellarne ogni traccia concreta, trasformandola in una matrice di scenari ossessivamente ripetitivi; più che fare luce sul senso del mondo che presume di rappresentare, non fa altro che ruotare attorno al già noto, ripetendolo all’infinito. E in genere si tratta di materiale narrativo precostituito (sempre più spesso direttamente attinto dalla cronaca nera), sostenuto da schemi narrativi ricalcati esteriormente su modelli cinematografici o televisivi: e l’eventuale capacità artigianale degli autori esclude (salvo sporadiche eccezioni) ogni vera tensione linguistica, ogni anche remota possibilità di stile.

Qualcosa di simile accade nell’uso vario e confuso del romanzo storico: proprio mentre il pubblico di massa tende sempre più a perdere il senso della distanza storica, mentre l’universo della comunicazione spinge sempre più verso una cancellazione della memoria del passato, molti sono gli scrittori più o meno giovani che provano a setacciare i più diversi periodi storici, da quelli più lontani a quelli più vicini, per ricavarne intrecci di vario genere, disegni sentimentali, ironici, truci, avventurosi, esplosivi, corrosivi, meditativi, ecc. Qui, tra l’altro, possono aver luogo anche prove di mimetismo linguistico, sostenute da imperterrita e disinvolta manipolazione di fonti e di citazioni; ma è lo stesso gioco combinatorio ad escludere ogni autentica sfida stilistica: è la strada di un artigianato narrativo che alcuni dei diretti interessati stanno tentando di far passare come la nuova grande strada della narrativa italiana, suggerendo l’etichetta di new Italian Epic, piuttosto comica per la verità, anche perché sembra escludere ogni nozione di ciò che sia o sia stata veramente l’epica. L’etichetta mette insieme i testi più diversi, con l’evidente proposito di promuovere una generazione di scrittori che si proclamano impegnati a ‘raccontare l’Italia’, quella di ieri e quella di oggi, ma senza mettere in questione i linguaggi dominanti, inquadrandosi dentro modelli di comunicazione già previsti dai media e dalle attese dei vari strati di pubblico colto o semicolto.

Scritture al di là dello stile sono anche quelle che sembrano muoversi sul terreno di un espressionismo dialettale ridotto e semplificato, che offre particolari stereotipi regionali, immagini esteriori e pittoresche di realtà lacerate ma non prive di qualcosa di incondito, di fintamente genuino. Ma, forse, la più radicale uccisione dello stile va cercata in certe stucchevoli recitazioni di eleganza e di misura, di proiezione ‘poetica’ nell’orizzonte vuoto del presente, tra ammiccante familiarità e segni di distinzione, tra danzante leggerezza e affondi di allibita pensosità, secondo una linea di profondità di superficie, aperta al ‘transito del mondo’, al dolce vento della buona coscienza metropolitana, alle possibilità e alle offerte di un aggiornato consumo intellettuale; in un flusso di gesti e comportamenti estetico-esistenziali, in una ininterrotta proiezione di incongrue sfide sportive sulla scena del mondo, in un continuo disegno di pose spettacolari vuote. È, insomma, la recitazione dello stile come dolce sottoscrizione della fuggevolezza del mondo, della sua evanescenza, della sua non conoscibilità: mimesi accattivante della nullità della comunicazione e dello spazio collettivo.

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 * Estratto dal cap. 6 Il tempo a venire, par. 4 Fine dello stile, in Prima Lezione di Letteratura Italiana, Editori Laterza 2009.

Un pensiero su “Giulio Ferroni: la fine dello Stile nella letteratura contemporanea

  1. questo capitolo di ferroni ha un’adeguata dose di spietatezza : a criticarlo o risentirsi si rischia di fare la figura di chi ha la coda di paglia

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