Magritte, Les Amants: il surrealismo in filosofia

Leonardo Caffo

Di LEONARDO CAFFO *

Manlio Sgalambro, che non è solo il paroliere di Battiato, dice che alla compiutezza animale del Sé (che di nulla ha bisogno, come abbiamo discusso in precedenza), si contrappone l’autonomia dell’individuo/cittadino che insegue i propri bisogni. Nell’individuo (uomo sociale), sempre secondo il filosofo senza laurea, giace un autocompiacimento per i processi accumulazione, produzione, e consumo. La vita umana è un metallo prezioso, che il cittadino ha rinchiuso in un forziere sepolto nella profondità degli oceani lontani. Anche la cognizione del dolore è vincolata alla brutalità della routine – e si pensi a come René Magritte, maestro del surrealismo, riuscisse a comunicare attraverso immagini quanto stiamo dicendo.

In Les amants (1928), il poeta belga, simboleggia tutta la brutalità effimera dell’amore sociale. Apparentemente persi in un bacio profondo, i due amanti giacciono senza nome coperti nel volto, simboleggiando una tipica visione surrealista delle persone come non luoghi. Anche in amore, in quello specifico stato esistenziale irripetibile, la società dello spettacolo inserisce il fattore della variabilità perpetua. Il detto di spirito ossimorico – “morto un Papa se ne fa un altro” – potrebbe essere recepito positivamente solo da un minorato, eppure è bellamente accettato.

Perfetta è oramai l’imperfezione del sentimento verso un individuo unico ed irripetibile. Magritte è un disperato che stringe la cravatta al collo dell’amante maschile per legarlo, anche se per metafora, ai doveri che seguiranno quel bacio in uno spazio metafisicamente irrealizzabile: un capitello fa squarcio nel buio dell’etere nero, e il rosso abito da sera della signora qualunque trapela una spalla. Spalla come sensualità antropica, e come cibo se riferita al maiale che è altro tipo di senza nome – e lo è perché letteralmente non esiste: ogni maiale, nelle umane iconografie, è in ogni altro maiale.

E non è un caso che lo stesso René, nel viaggio verso lo sterco dell’anima, si fermi a tracciare i bordi del False Mirror (1928) in cui si perdono i contorni dell’osservazione. Così si intravede lo sguardo con gli occhi del surrealismo, spogliato delle false specificità attribuite dai maggiordomi del sistema capitalistico. L’azzurro del cielo che risiede in un occhio come un altro è spezzato dal punto nero che dovrebbe puntarci. Ma a nessuno mai appartiene quell’occhio, che pure osserva e controlla ogni movimento dei cittadini che adesso, visti dall’alto della prospettiva di una Flatlandia, diventano anch’essi senza nome sostituibili in pacchetti ben organizzati da altri individui nel non luogo che è la città.

L’occhio di Magritte è un enorme Panopticon che silenzioso fa percepire il suo giudizio ai partecipanti al gioco perverso del sociale. La vita diviene tutto un “avrei voluto”, “avrei potuto”, e le nostre tragedie giornaliere svaniscono in un bicchiere di Malvasia prima di andare a letto – senza dormire – in preda all’insonnia anche mentre sogniamo.

Le forme sottili e sfumate delle palpebre del False Mirror diventano ingredienti della nostra alienazione – verso il sogno mesto ed erotico della Donna che si bagna (1925). Un volto rosso, che sa di imbarazzo compiaciuto per l’essere osservata dal falso occhio, e che aspetta di essere coperto con il sacchetto bianco che oscurava il bacio degli amanti da cui siamo partiti. Sul pavimento stabile della bagnante desnuda, giace altrettanto rosso d’imbarazzo lo spermatozoo che diverrà altro uomo, e dovrà imparare

“che in una discussione è meglio esprimersi in modo appropriato qualunque sia l’argomento” (Yamamoto Tsunetomo, Hagakure, 1, 150).

Così anche lui, in culo a Socrate, dimenticherà il saper di non sapere.

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(Da Il surrealismo in filosofia: verso un’inutile poesia?, GoWare Edizioni 2015)

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