La miniera Bachtin: Antonio Porta su “Estetica e romanzo”

Michail Bachtin

Di ANTONIO PORTA *

Michail Bachtin (Orel 1895-Mosca 1975) è come una miniera di vaste proporzioni. Esplorarla, scavarla, significa gettarsi alle spalle delle scorie, quanto cioè è rimasto legato a certe polemiche per noi oggi poco importanti e a certe scelte terminologiche che possono anche sembrare un poco ingenue, soprattutto quelle derivate dal tentativo di raggiungere definizioni “stabili” o stabilizzanti per fenomeni che lo stesso Bachtin sottolineava come “mobili” (per esempio: suona strano dire, oggi. “cronotopo” per segnare i rapporti spazio-temporali nel romanzo…). Ma significa soprattutto impadronirsi di alcune gemme nate dalla fusione sempre difficilissima tra critica letteraria e ideologica sociale, gemme di tale valore e senso di orientamento da poter essere considerate indispensabili al nostro agire quotidiano, etico e letterario.
Una parte considerevole della “miniera” Bachtin è la raccolta di saggi intitolata “Estetica e romanzo”, a cura e con una puntuale presentazione di Clara Strada Janovic. Gli scritti principali del libro sono datati tra il 1924 e il 1938 e da questi cercherò di trarre alcune linee portanti. La prima discende da un’affermazione che occorre condividere come un postulato: “Ogni forma è forma di un contenuto” cioè non è mai fine a se stessa, come a dire che anche quando si vuole negare la comunicazione “in realtà” si comunica. Il contenuto primo di un romanzo è pre-letterario, pre-artistico, è ideologico: il romanziere vuole cambiare il mondo. Senza questa premessa si producono solo scritti di più o meno accettabile psicologismo, niente di più, o anche di più o meno accettabile rispecchiamento dello status quo.
Bachtin dice: “Tutto ciò che appartiene soltanto al presente muore con esso”. Non vi è dubbio che Jung avrebbe sottoscritto. Il desiderio di cambiare il mondo “trapassa” la forma letteraria nel momento stesso in cui ne fa uso, nobile uso.
Per voler cambiare il mondo il romanziere si spoglia della propria persona, diventa voce tra le voci e scende in campo con i suoi personaggi, senza prevaricarli, ma “dialogando” con essi. Il romanzo è appunto “dialogo” e si contrappone a ogni forma letteraria che possa essere definita “monologica” perché riflette sostanzialmente un pensiero immobile, autoritario.
Ma il pensiero autoritario, monologico, assoluto, non produce soltanto una letteratura adatta ai suoi scopi, è l’espressione portante di una struttura sociale. quella che la vitalità innovatrice del vero romanziere vuole disfare. La stessa struttura dialogica del vero romanzo mette in crisi l’ideologia autoritaria, ma vi è una seconda potente arma per lo scrittore: il comico. L’estraniamento che l’immissione del comico nella struttura sociale autoritaria (a qualunque regime appartenga, compreso naturalmente quello staliniano, che con questi concetti Bachtin duramente combatté) è la leva che toglie forza e potere all’autorità.
Il comico è una categoria essenzialmente popolare, fonda le sue radici nel folclore profondo, è tradizionalmente una forma di lotta antiautoritaria. Di fatto le figure del potere costituito diventano grottesche sotto la luce dei riflettori del comico e a quei punto nessuno obbedisce più. Il grande, insuperato, modello è “Gargantua e Pantagruele” di Rabelais.
Vi è poi un altro procedimento narrativo di grande efficacia, legato al concetto di comico: la carnevalizzazione del pensiero e del mondo. Poiché il pensiero che ci è trasmesso è in larga misura autoritario, occorre immergerlo nell’atmosfera libera della festa, del carnevale, quando ogni certezza precostituita viene messa in crisi e sbeffeggiata. Così l’uomo si salva, si libera cioè dai lacci e dagli inganni di ogni morale interessata e si mette a confronto libero con se stesso e con tutti gli altri uomini, per morire e rinascere, come Dioniso, appunto, nei riti primaverili, come nei “sabba”, come in ogni altra forma di pacifica ma eversiva forma di festa popolare.
Il romanzo è il gran teatro del mondo, il crocevia di tutte le ideologie, il luogo della rappresentazione di tutte le verità, dello sbugiardamento di tutte le menzogne. E la “durata” del romanzo è il suo “tempo grande”, ha proiezioni quasi genetiche. Il romanziere ha fede nelle mutazioni, non crede affatto che l’uomo sia sempre eguale a se stesso. Il futuro gli ha sempre dato ragione.

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* Recensione di Antonio Porta a M. Bachtin, Estetica e romanzo (Einaudi) uscita sul “Corriere della Sera”, 6 gennaio 1980, p. 8.

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