Riconoscere la relazione: politica e poetica oltre la relazione (tra Aristotele e Agamben)

Giorgio Agamben in un murale

Di VLADIMIR D’AMORA

Sia Agamben, Homo sacer, Einaudi, Torino 1995, pag. 55:

“Occorrerebbe, piuttosto, pensare l’esistenza della potenza senz’alcuna relazione con l’essere in atto – nemmeno nella forma estrema del bando e della potenza di non essere, e l’atto non più come compimento e manifestazione della potenza – nemmeno nella forma del dono di sé e del lasciar essere. Ciò implicherebbe, però, nulla di meno che pensare l’ontologia e la politica al di là di ogni figura della relazione, sia pure di quella relazione limite che è il bando sovrano; ma proprio questo è quanto molti oggi non sono disposti ad alcun costo a fare.”

Semplifichiamo, tranciando: e giudicando: mettendo come-in-crisi…

POTENZA: forma, essere, essenza, possibilità.
ATTO: vita, ente, esistenza, realtà.

La potenza non esiste, che in funzione dell’atto?
In Aristotele, la potenza non esiste in se stessa?
Volgarizzando: la teoria, in se stessa, non vale nulla, se non si realizza nella pratica?

Problemi:

i. Il mondo: un mondo: è mondo solo il mondo delle cose concrete, utili, realizzate? Solo questo è un mondo? Bello?

ii. Non abbiamo anche bisogno, nel mondo e nella vita: per la vita e per il mondo, anche di sentimenti e speranze, di utopie e di non-sensi, e di Dio…? Di Potenza?

iii. La storia: la realtà: ossia una dimensione per cui l’atto, l’economia, la tecnica – per dominare e stare sulla scena: per essere la scena della Storia – l’atto non proprio ha da annienta re la potenza, ma – piuttosto… – la riduce a nuda, a vuota potenza: facendola non-essere: senza annientarla…: per farla diventare ed essere (nella: la) realtà… Cioè?

Avviamenti:

i. La potenza, utilizzata dall’atto, non potendo essere annientata altrimenti non ci sarebbe manco l’atto – viene sospesa: cioè?

ii. Essa viene sdoppiata in potenza attiva, cioè che passa all’atto, e potenza passiva che resta potenza – come il subire, come la ricettività…?

iii. Ma, allora, il possibile, proprio facendosi reale, resta possibile… Ma, per Aristotele, esiste o il possibile o il reale: le cose o le fai o non le fai…!! E, tuttavia, non c’è solo la possibilità, legata all’atto, e l’impossibilità – ma: c’è anche una possibilità che resta dentro all’atto proprio mentre l’atto si fa reale appunto realizzando la possibilità sua…

iiii. Quindi: come si comporta la realtà rispetto a questo residuo e RESTO di potenza?

Si comporta facendo in modo che la potenza resti insieme libera dall’atto e costretta dall’atto, cioè si comporta, l’atto verso la potenza, in modo ambiguo (mitico…); e ciò perché l’atto lascia libera la potenza solo per poterla utilizzare: l’atto, a fare violenza alla potenza, per poter essere se stesso, cioè atto, ha da ammettere la potenza libera e nuda e im-potente; e, allora, questa ambiguità e violenza è la mediazione come VOLONTA’ e LIBERTA’ appunto medianti tra potenza e atto: ciò che MEDIA, cioè libertà e volontà, quanto più assume importanza, tanto più, in realtà…, mira a dare importanza solo ai termini che media e, cioè, a potenza e a atto; ma, in realtà…, riceve importanza l’atto, che è, aristotelicamente, superiore alla potenza…

iiiii. Esiste un’altra MEDIAZIONE tra atto e potenza, cioè una mediazione che non sia ambigua e violenta?

Esiste una mediazione che rispetti tanto l’atto quanto la potenza e, cioè, anche il resto di possibile: la potenza come resto?

iiiiii. Anzitutto cruciale: come, anzi, dove: dev’essere salvata la potenza, se è sempre potenza dell’atto? Dev’essere salvata nell’atto stesso? E se sì, come?

Bisogna lavorare sulla loro reciprocità come articolazione di un punto di giuntura, di relazione appunto centrale…?

Ad avere una mediazione che non sia una illusione di libertà: una libertà come illusione: una illusione come… libertà!
Cioè?

Segnavia:

i. Il resto di potenza, di possibile: come eludere la grana di illusione della libertà come mediazione che garantisca il primato all’atto rispetto alla potenza: alla potenza costretta-a-finire-come-atto? (Primato, questo, della necessità del destino, del… così deve andare…?).

ii. Se tale è la mediazione – per avere la relazione di ATTO e di POTENZA, cioè la storia: la realtà…, devo avere una falsa separazione – ma, in che senso falsa? In che senso è falso fittizio costruito il vuoto mediante, che media (tra) atto e potenza?

iii. Si tratta di fare una critica dell’ideologia: giudicare la copertura, lo schermo: mettere in crisi la falsità della separazione: ciò che intercorre e separa atto e potenza, deve entrare in crisi, ma non annientarsi – deve, piuttosto, scindersi, separarsi a sua volta…

iiii. Mettere in crisi la crisi/ separazione di atto e di potenza – cioè? E’ mettere in crisi il fatto che il loro vuoto centrale sia coperto da libertà e volontà… – significa, questo, rispettare il vuoto di mediazione e relazione?

iiiii. C’è da fare (… fare! Un altro-costruire…) in modo che la crisi tra atto e potenza non coincida mai né con l’atto né con la sua finzione di crisi di vuoto… Cioè?

1. Tra atto e potenza insiste una separazione, un vuoto che è l’accadere stesso della coincidenza di potenza e di atto, non essendoci (non potendoci mai essere…!) mai un atto se non di una potenza e mai una potenza se non di un atto: coincidendo, cioè relazionandosi: essendo ciascuno se stesso: i due termini, atto e potenza, cadendo insieme: producendo un vuoto: e solo il vuoto della loro coincidenza: vuoto, questo, che è la loro separazione e non-coincidenza: non avendosi qualcosa di altro dalla coincidenza e dalla relazione che sia solo la sua vuota separazione, cioè la sua rappresentata separazione…? O, proprio nella coincidenza e per la coincidenza, accade un’alterità di separazione, la quale è l’accadere stesso del vuoto di separazione come sua, di vuoto, finzione: la non-coincidenza, cioè la separazione, per essere falsa, deve proprio accadere; e, allora, nello spazio centrale di mediazione, ecco che qui accade, anzi, cade una separazione vuota – ma vuota non nel senso di rappresentata, piuttosto nel senso dello scollamento del vuoto dalla sua immagine di vuoto: accade, quindi, un DEPORSI del VUOTO: che è la non coincidenza dell’atto rispetto all’atto e della potenza rispetto la potenza… Accade, quindi, un altro atto: un’altra potenza: un’altra potenza dell’atto: di un atto alterato proprio dalla sua potenza…

2. Il RESTO della loro relazione, del rapporto di atto e di potenza, è la separazione come DISTANZA reciproca e come distanza del ponte stesso, della mediazione stessa: dalla sua funzione di ponte e, quindi, come distanza di ciascun termine della sua funzione e finzione relazionale…

3. Se devo rinunciare alla separazione per il contatto e l’incontro; e se pure, anzi, proprio l’incontro è, dev’essere!, un vuoto di contatto – allora: devo avere, insieme, una separazione che non sia tale, ossia che rinunci alla sua messa in scena come separazione: come immagine vuota di separazione: devo rinunciare alla immagine di vuoto di separazione: a quanto la separazione produce come immagine della sua stessa assenza e vuotezza.

4. In una relazione, ciascun termine né è solo per se stesso, né è solo per l’altro: né è chiuso in sé, né è chiuso nell’altro; ma neppure aperto in sé come non lo è nell’altro: pensare il rapporto significa davvero inter-porre VUOTO tra i due termini: la relazione, se non penso e peso il vuoto in sé, davvero è ECCEZIONE: l’altro, che è FUORI da me, nel tenerlo come fuori, lo INCLUDO: lo funzionalizzo proprio rispettandolo come altro (da me)… Ma così lo perdo proprio nella RECIPROCITA’; mentre si tratta di pensarlo-e-pesarlo: di viverlo: come ALTRO dall’altro… Come, cioè, NON-COINCIDENTE con la sua alterità certo; ma neppure coincidente con la sua alterità: con la sua identità appunto di altro… Come libero?

5. Devo, allora, sospendere sia la relazione, il tra, sia le sponde del ponte-relazione: ciascun pezzo tra la sua realtà e la sua immagine/potenza…

6. Quindi, devo fare (è una azione…!) una critica delle IMMAGINI… Cioè?

Paraisthesis

i. Una immagine si critica, si depone: si disattiva – solo se la metto nel suo scarto tra fenomeno/apparizione e apparire: devo cogliere l’immagine come vuota: come un processo, un evento: un lampeggiare: un battito: come una apparenza/forma senza consistenza… Se non un vuoto di consistenza…!; e la vita, quindi, come un contenuto senza contenitore, cioè non nuda… Devo agire: e l’unica azione critica e politica: è una certa-produzione, tra forma e vita, del VUOTO… La forma: auto-referenziata: il che vuol dire: vuota di referente: vuota proprio del di-. E per questo, appunto, non feticizzata: bloccata: assolutizzata. E la vita, già da sé, nella sua debole forza quindi, vestita: valida: degna: vita sì vuota ma non vuota nel senso di nuda: ma, appunto, non nuda, cioè non vuota di forma… E ciò vuol dire che il vestirsi e il darsi/forma/immagine mai deve feticizzarsi/dogmatizzarsi… Perché non si tratta mai di rinunciare alle immagini, ma di insistere in loro in modo critico…

ii. Crisi: modo critico: giudizio: krisis: lo spazio tra vita/atto e forma/potenza: lo spazio come spazio di gioco: di reciproco giocarsi: come crisi: questo spazio deve essere solo giudicato: separato da sé: a essere solo il vuoto come AGIO del e nel rapporto: COMODAMENTE devono USARSI RECIPROCAMENTE = devono AMARSI: effettivamente: spinozianamente accogliersi nella gioia come nel dolore… Gioia e dolore, la cui reciprocità è solo lo scollamento: la crisi: di ciascuno da sé e dall’altro: lo scollarsi della separazione loro dalla loro finzione di relazione: dalla loro separazione…

iii. La potenza/forma sempre: sub: sotto come a porta di mano – dell’atto/vita…

– Quale immagine, allora, per la vita: quale potenza per l’atto e nell’atto?

– L’IDEA. Cioè?

iiii. L’immagine, cioè, autoreferenziale, assoluta: sciolta-da: ma non feticizzata, bloccata in una vetrina, in un iperuranio – ma: come si riferisce a sé una immagine lasciando libera la vita e la realtà e la cosa di essere nuda: di essere una nudità non messa a valore: a immagine?

L’IMMAGINE deve folgorare… Benjamin… Tremare: deve essere talmente separata dalla vita, da starle sempre sul contorno: intorno: presso: nimbandola: sfaldandone i contorni: essendone, anzi, il contorno significativamente: e un perimetro, un limite, può essere degno di sé, se è appunto una soglia: ossia il suo indeterminarsi (non un funzionalizzarsi come determinazione di reciprocità…) tra il dentro e il fuori… Se è un tremito di essere (Heidegger: esser-ci: esposizione: Nancy)…

Tremito: il tremito è il peso di un limite: è un confine pensato: una soglia (Kant): è AURA: ciò che rende ciascuna vita degna: significativa: riconoscibile: unica… Vita segnata, ma non di nudità: e non in-formata: de-formata dal vuoto della forma… La vita e la forma, allora, vivono e con-vivono: sono una convivenza tra il troppo vicino e il troppo lontano (Benjamin): l’una libera e non nuda perché ha la sua forma che è quanto si limita a renderla presente, a farla apparire, vivere…
Ogni vita e cosa è il vivere ed essere e avere la sua forma: una sua forma, un suo senso singolari, ma ciascuna in modo qualunque: in modo amabile.

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