Francesco Salvini, “Sulla segreteria”: nota critica di Sonia Caporossi e cinque poesie

Francesco Salvini alle prese con una scultura

Di SONIA CAPOROSSI *

Il lavoro scrittorio di Francesco Salvini, nella silloge Sulla Segreteria, sembra possedere due anime differenti, scandite come figurazioni diversificate di un medesimo panorama poetico dalle sezioni interne al testo. Nell’immediatezza di descrizioni naturalistiche che non sembrano mai scontate, ancorché rivissute alla luce di un metadescrittivismo di fondo che non disdegna il richiamo a un realismo di scuola, la poesia di Francesco Salvini sembra possedere la leggerezza e il decoro della migliore lezione penniana nelle immagini, nei rimandi, negli scorci cittadini e nelle impressioni figurali ricorrenti. Nella prima parte della silloge intitolata “Chiamate” la struttura metrico-prosodica della versificazione è di tipo ritmico ed eufonico, spesso strutturata a due strofe di lunghezza variabile ma non più ampie di una terzina, di una quartina o di un distico, all’interno di cui si reitera il gioco attrattivo della chiusa fulminante, nella climax della significazione finale, in una sorta di agnitio in extremis del senso delle cose. È questa la sezione maggiormente descrittiva e ispirata alle piccole occorrenze della quotidianità, alla pacata fenomenologia della natura nell’evenienza accorata e gentile delle piante, degli insetti, dei luoghi e dei panorami immersi nell’illuminazione sensoriale di un sole onnicomprensivo e pervadente. Al contrario, la seconda parte, intitolata con un evidente rimando semantico “Risposte”, è dotata di un’evocatività maggiormente intimistica e riflessiva perché incentrata attorno all’epifanizzarsi dell’io nel tu dialogico e, immediatamente dopo, nel noi collettivo che evoca a raccolta il consesso dell’anima del mondo, nel senso di connessione morale che pervade la dimensione esperienziale dell’intero genere umano. In questa sezione si rintraccia una scrittura tecnicamente composita, che vibra sul filo disconnettivo dell’enjambement. L’espediente retorico in questione è utilizzato con maestria e finezza, e possiede la funzione precipua di spezzare la sintassi proprio nel momento in cui, andando a capo, si evidenzia un senso, una parola tema, un disvelamento, più montaliano che heideggeriano, ma comunque esistenziale e intimistico, dell’aletheia. In definitiva, la natura analogica del linguaggio è nella poesia di Francesco Salvini istanza viva e pulsante e si esplica attraverso una matura, originale e consapevole rilettura personale dell’intera scuola lirica del Novecento ed oltre.

Francesco Salvini, Sulla segreteria, silloge inedita

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Sono una nube d’atomi che muove
guerra sotto una stella destinata
a estinguersi – e del glicine

canto la compattezza, il cromatismo
soffice, ne ricalco la poesia
lascia una scia di chiocciola sul muro.

*

Un passerotto si rifugia tra
le ruote di uno scooter, nel serraglio
di rumore che definisci tramite

certo di un domani migliore.
Lui intanto cinguetta la sua versione,
non vuol sentire storie. La città
corre intorno e lui non si muove.

*

Statue nude sul baratro dei giorni.
Eravamo marmo tra i tavolini
del bar, anche più gelidi
del neon lasciato acceso la mattina,
quando devi aspettare
un’ora alla fermata.
Così ci brucia il capirsi davvero,
infrangere quel giogo, la barriera
che stempera i nostri stanchi caffè.

*

L’altra notte il finale non ti era chiaro.
Non è quasi mai chiaro. Sbirci il vangelo
della tua comunione per delle rapide

risposte con lo sguardo di uno studente
prima di un test cruciale. Non vuoi ripetere
la quinta elementare! Pagina bianca,

la sensazione Ti sembra familiare
anche se il gioco ti ha, da tempo immemore,
abbandonato di là dalla trincea.
Anni di film scontati ci devastarono

si vogliono scordare; bevi un boccale
di birra bianca – sporadiche esplosioni
vaga testimonianza, le bollicine
presto spariscono senza lasciare traccia.

*

In questo adagio, averti e non averti
non è la stessa cosa, se tu muovi
un passo senza accorgertene
lo noto e subito ti vengo dietro.
Facciamo prove per un nuovo incontro
– testimone il telefono –
con le rotaie immobili e agitate
di mille soli, vaghe cineprese;
come quel giorno al cinema
quando passati la canzone e i titoli
di coda attendevamo uno spezzone
speciale ma la luce ci sorprese.

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* nota critica letta a Bologna in occasione della Cerimonia Segnalati del Concorso Letterario Bologna In Lettere 2018 il 29/09/2018.

 

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