Valeria Raimondi, “Vie di Scarto”, silloge inedita

 

Di VALERIA RAIMONDI

 

VIE DI SCARTO

 

Amelia R. (1954-1968)

Dal grembo dissecco straripa e dissipa
il seme gettato alle ortiche dei padri
il campo imbevuto di arsura che brucia
concezione sgravata per parte di madre
Non avevi di donna l’ampiezza di gonne
ma il cerchio degli occhi conchiuso a spirale
e rotoli e serpi di lingua animale
una fiacca di sillabe necessarie a rifarti
Si adirano i padri anche da assenti
Pollicina che getti manciate in avanti
e impronti anzitempo prigioni e rifugio
(ma aver vie di fuga non estingue la pena)
Da lontano i rumori copron gli spari
i tuoi versi a caduta
-versanti di bile
e sul dono ammalianti e roventi iniziali
(le scatole chiuse non hanno i rimbombi
del Vuoto
-architetto ingegnoso che abbraccia le piene)

Riscrivere la Storia in assenza di storia
spiegare le vele in mancanza di vento
ascendere a picco sulla linea del volo

Il pieno, il vuoto

Di vita pieni, come dire che dentro il caos esonda.
Come vuoti inviti al caso.
Come dire che il male, dentro, invade il pieno che il vuoto evita.
Come dire un gioco sporco, ma divise le spese a metà.

Debito non è peso ma azzardo
brama che disputa spiccioli al mucchio
spaiate e a rinfuso pretese e proteste
Si alza la posta:
il mazzo del baro diviso nel mezzo
Scoperto e battuto in eccesso, il difetto

Il marchio

Il “marchio” è quando non trovi una casa né il fuori né pace
Il marchio si vede ma è dove si impiglia lo sguardo
Il marchio si ostenta e nasconde
si gratta là in fondo
è cane rognoso che tira le gonne
cilicio che stringe un tailleur troppo corto
la fede e l’oltranza di avvento ma senza i natali
Ti lascia vivere il marchio
ma quello che c’era di vivo è già andato via
è di te che lui parla ma senza aderenza
e neppure somiglia al dolore
non ha cedimenti
non vuol pentimenti
e il calcio sotto il costato non lascia alcun segno
Il marchio ti vuole né vivo né vinto
non piega e non spezza
acufene che logora senza né colpe né intenti
Ma insisti a scacciare la mosca che dentro ti ronza
a chiudere porte aperte ogni volta dal vento

Boccone di padre

Cilicio non sotto, non scelto
ricama le curve di carne di schiena,
ricama origami su carta di pelle
Compare dal nulla, elegante,
non sostiene sui fianchi, non regge
Sui fianchi ricalca una strada battuta,
sui lombi tratteggia e imprime le colpe
Accessorio banale, frivolo orpello,
innocente la carne sorprende,
non più vanità di pizzi o decori:
la costola a inchino si tende

È boccone di padre la mano,
di quello che ieri teneva la sua,
non più pane di padre ma morso
-uno sbrano
che sferza, che batte, ribatte e colpisce
Giù in fondo si ammolla il rancore
affonda, stordisce,
minuscola mano arresa al tremore
Sarà mano che uncina buoni ricordi,
-ma invano,
mano di ladra che ruba dal suo,
sarà mondo spostato fuori dal fuoco
pronto a esplodere a ogni sibilo strano

Respirare una volta ogni volta
Come allora ingoiare un lamento
Come allora cercargli la mano

La madre, la frattura

Vado cercando il centro e il fine
il giro che ripassa al punto fermo
Vado cercando il sasso in fondo al pozzo
e l’ombra che al cammino allinea i passi
Vado cantando l’elegia di carne
che celebra nell’Io la madre e la frattura
e dietro le mie ciglia la lacrima che sola
genera il senso primo e le ragioni

Vado cercando l’altra che son io
per dire se ancora un poco mi somiglia

E nient’altro per poterci vergognare

Solo a parlarne facciamo peccato.
Della poesia, che come una donna ne cantiamo lodi per picchiarla se parla troppo e senza permesso, violentiamo con tutto il disvalore aggiunto della critica e dell’autocritica, del narciso e del noi di più.
Solo a citarla sbagliamo, rivoltiamo il calzino ma il buco c’è e rimane.
La crosta di un pane buono già spartito (il vizietto della parola e nient’altro per poterci vergognare), mangiato come voyeur di noi stessi, sempre lì a guardarci nei vizi perdonati per licenza poetica.

Piccola Genesi al contrario

“Il primo giorno Egli creò l’uomo e la donna, quando tutto era già predisposto.

Il secondo si pentì e insinuò in loro il senso di colpa, dunque il terzo essi peccarono e si nascosero, cosicché il quarto furono nudi.

Il giorno seguente li perdonò e inventò la pietà. Il sesto cadde in errore e li dotò di parola.
Ma quando iniziarono a nominare sogni, amore e desideri, si accorse di non aver dato loro il permesso e vennero cacciati.

Dunque conobbero il giudizio, e dotati di piedi, lingua e immaginazione il settimo giorno Essi crearono dio.”

 

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