Usando Testa: un saggio di Vladimir D’Amora sulla poesia di Italo Testa

Italo Testa

Di VLADIMIR D’AMORA

Essendo che: la scrittura della poesia di Italo Testa è semplice: piegata-una-volta; ed essendo che: la scrittura della poesia di Italo Testa è una esperienza pericolosa: por-perior: ché esige conoscenza immediata diretta (peritia): esperta del periculum: in un incontro con certe resistenze: porta-porto: con la durezza di soglia di mediazione: experientia teste… Ed essendo che Monsieur Teste: è davvero chi non possa morire, ma solo ripetersi all’infinito?… – L’indifferenza naturale  e Anafore. Per una teoria della poesia sono la loro coincidenza…

primo titolo:

Italo Testa
o dell’oblio poetico

Che cosa lascia accadere – questa-poesia?
Se ci atteniamo al protocollo critico e pure di uno storicismo complicato nelle catastrofi e nei disastri delle cose postume…: ossia complicato dall’oggi, (che è) una protocollarità che accade quasi obbediente nelle situazioni pubbliche quali presentazioni recensioni com-memorazioni – possiamo trovarci afferrati da una verità indugiante spesso come evento, ossia nella distanza percorribile, praticata: tra questa, qualunque singolare, poesia e le sue figure di storificazione: questa, e la poesia, rischiando di accadere sì ma tuttavia sempre come demandata alle sue stesse perversioni corruzioni proversioni – alle sue figure. Per cui la dignità e anche la cogenza di ogni sua apertura in prosa ossia in storia: rischia sempre di dettarsi come la cerca, anche venatoria, di quelle sue segnature, di quelle sue disponibilità immagini-fiche, che la rendano acconcia appunto alle sue schiusure figurali: alle sue con-figurazioni condivisibili paronamicamente da destituire anche. Insomma: l’evento poetico, proprio quanto più sia cacciato (fiutato afferrato…) nella sua appropriazione, tanto più sarà l’innesco di espropriazioni, che gli si possano calzare come un addicimento necessariamente che ce lo possa dispensare: come se una presentazione poetica potesse risarcirci – oggi – dell’onere e della abitabilità poetici…!
Insomma: un evento pensato ossia nominato ossia ritratto dalla inaggirabile elusione di ogni sua perdita: non è l’accadere di questa poesia: non è, questa poesia, la pratica del venire meno delle sue figure di verità… E ciò perché la poesia né lo è, un evento, né lascia accadere eventi, né li lascia sopravvivere… Cioè?

Come da Italo Testa, La indifferenza naturale:

Sia una specie della fioritura nel tunnel della metro: come una perturbazione sia; e il perturbante sia quella anomalia producente e non prodotta dalla metropoli e dalle sue normazioni non solo linguistiche… Come accade una perturbazione se ad accadere è la (sua) addensazione ossia poematizzazione? E se è dal chiarore che vengono e se è al chiarore che tornano – i perturbanti?

Il perturbante non è ragione di altro ossia di una parola-praticata come causa del perturbare, ché è il perturbante stesso e questo è poetico: a incaricarsi di svolgersi nelle sue stesse ragioni… Ma, allora, che cosa accade a questa-poesia (di Testa…) se il suo destino di origine ossia i suoi inceppi ossia la sua ‘contropoeticità’ è proprio quanto essa come in una radura naturaliter poetice aporetica ossia… ferita, lascia che le accada?

Testa è poeta di coincidenze di cadute la cui simultaneità di relazione è, proprio essa, ciò che resta – del cadere comune… Poeta di catastrofi con chiarore, ossia di cieli versati poetati in più di un verso: poeta di un cielo munito di un clarissimo elio-tropismo: poeta versato a sottosuoli sub actu a portata di… mano: e da maneggiare come resti cui si possa rinunciare. Poeta, cioè, non commentabile perché poeta esigente ossia senza che la sua memoria poetica debba accusarci di negligenza ossia di empietà – qualora non la mandassimo alla memoria.

Come un sottotitolo:

Come ripetere attese senza oggetto… Come iterare de-lusioni… La poesia come uso dello zero

Solo…?

Solo poeticamente può darsi una coincidenza ossia la simultaneità sposata a una scimmia…?
Perché la poesia addensa quelli che sono letteralmente etimologicamente equi-voci…? Un programma (filosofico) di oltrepassare l’evento e di un Uso, per cui pratica e uso, proprio nella, e non dalla, loro equivocità ossia prosaica riducibilità, assumano il rango di termini ossia di parole pensanti e di pensieri come gesti…, sono sempre e soltanto né compiti né doti del poeta: ma (i suoi) poetati: sono deposizioni di figure e maschere e di ruoli e missioni e di ambigue postazioni tra la performazione e la istallazione: tra la inappariscenza e la doxa…?

Per un ascolto…

Indeterminatezze
Indecisioni
Metamorfosi
Entità proteiche: proteiformi

Se ciò: se esse cadono in un avvenire e, cioè, come zanzottianamente logos erchomenos una parola di avvento ossia che nel chiarore torna…

Allora…

Pratica…

Uso…

… sono termini di un chiarore e di un lucore di disastro e di catastrofe, ché guardano e sotto e in alto e al terracqueo e all’uranico: vi guardano per e in coincidenza: il poeta cade insieme alla parola sua al suo elemento…

Questa-poesia deve non restare quindi deve scagliarsi stagliarsi nella impermanenza…

Deve- disamorarsi – disamorarci…

Può- istituire statuire: un collasso una coincidenza: il coincidere è wesung non wesen: è una ad-verbialità: accade: si dà come distanza stanza del corpo e della sua immagine: come rinuncia a ogni immagine non colta nel suo stesso sottrarsi.

E’ un caso, che il tonos la misura elegiaca coincida cada insieme con quella innica: l’armonia aspra con la dolce – come?

Con i nessi relativi…

Relativamente-a…

La indifferenza è ellenisticamente postura scettica: sospendere il giudizio: epoché: epoca pro-duce esponendosi il soggetto: fa epoca il poeta come sospendendosi in una adiaphoría indifferenza: si situa in una postazione kenotica vacua: in-attesa-di: della natura: che è gratia dono: donarsi di una sottrazione: di una catastrofe: di un disastro: di un cum-cadere di dio e del creato, del creaturale: di monstra che sono il loro stesso muto presente esserci di abbaglio… E il poeta è o, meglio, sia l’innescatore di dispositivi di re-lazioni: di un incidersi scritturale come un portare il segno alla sua scaturigine e alla sua destinazione: al suo presente come concomitanza coalescenza coincidenza cum-cadere di avvenire, di domani e di origine, di inizio: nella significatività di uno stallo: di un chiarore, la cui grana di presenza e di incidenza sia non altro, che la sua stessa naturalità… Perché è naturale ossia umano, che il poeta si esponga a Iddu stromboliano ossia a un limite ossia a una musa minuscola perché feriale sub manu: a portata di verso: di ritorno al suo avvenire: e questa musa è – quindi di poi – una ninfa abbattuta nella e dalla sua stessa luce di inizio: di ispirazione: nel suggere essa stessa il gravame della sua primordiale promettente inizialità… Prima dell’inizio – Hegel docet… – prima del primo: è il contraccolpo controbalzo (del)la dialettica in arresto in immagine stallo… Quindi: se philosophus docet: se il pensiero pende naturaliter alla statuizione della controparola: il poeta è il portante nel suo transito stesso di tale archeoinizialità: di questo esporsi vuoto al vuoto come limite come praticarsi di letizia quanto di strazio… E il disamore in fine: non è una philia amicizia per la ninfa che decaduta sia l’offerta dei suoi disiecta membra; ma è una abitudine – una affezione, un affezionarsi (hic est poesia!) alla caduta che apra resti non soteriogicamente miracolisticamente incaricati di lasciar sopravvivere occasioni kairoi dies di reintegrazioni di una natura salva: ma piuttosto torsi di originario: di originalità: brandelli del domani ossia – abiti di rinunzia.

Questo-poeta è sempre (un) innamorato: desidera la sua madama la madama che, prima di afferrarlo, lo sappia avvistare… E madama è la lingua: il poeta è chi ami la sua costola di lingua come l’intero di quelli – i soggetti tutti linguistici… – che egli è, e di quello che Ella è: il poeta si ama… E amarsi è rischio narcisistico rischio di immagine: la lingua è la imago del poeta; ed è la abissale esposizione alla ninfa lingua che a forza di levitare e a furia di portarlo in fretta alla sua proiettiva dicibilità: in questa stessa stasi abitudine hexis di vita lo condanna a una re-latività: la lingua ha da dire ossia insieme può deve: agglutinare (Testa scrive – deve iscrivere – che è il pensiero, la ruminazione…) a portare il gravame della cosa: la lingua del poeta dicendo se stessa dice la cosa la vita la res: ed è questa coincidenza simultaneità stessa, che è la mostruosità scandalosamente feriale inapparente presente di ogni an-ipotetico: del Buono: non solo poetante non solo pensante: altro: Altro: alterità.

secondo titolo:

Italo Testa
o di una presunta emorragia – dalle forme

Ma – come se non solo si volesse concludere che il… troppo storpia!, allora così si avrebbe da chiedere: perché accade questo?
Perché data la relazione: e la lingua, la scrittura, la poesia sono (forme e eventi: figure e vite della) relazione: data una relazione tra una soggettività umanità come indifferente e una natura che raccoglie sia il naturale, sia ciò che è storico, e umano e artifici…: tra una indifferenza come sospensione del giudizio e come farsi vuoti vacui disponibili esposti, e una alterità naturale ontologica che è mostruosamente proteiforme e metamorfica: chiedersi: che cos’è questa loro relazione? Ossia: che cosa media tra questi sì fatti: e-vocati poetati, poli sì da consentire che, appunto, ci sia come fatto, come prodotto, come poetato: un intervallo: uno spazio di gioco di tempo: uno iato: un agio: di mediazione?

La indifferenza qui – è il trascorrere del soggetto da una persona grammaticale all’altra: è una indeterminatezza la cui vacuità è ottenuta poetata fatta per eccesso parodico: eccedenza però di parodia proprio: per elettrificazione e tensione: gioco tensivo di eccessi…: della sua stessa consistenza grammaticale linguistica: tutte le persone non ne fanno alcuno, di soggetto: la soggettività non solo è la sua indifferenza di collasso ma al suo stesso collasso è indifferente: collassando in una frammentazione spudorata verbosa ipertrofica ne resta poco (di) ferita: tanto ferita da non poterne accusare cicatrice alcuna: se non la grammaticalizzazione del ferimento stesso… E intanto: in e a tanta-indifferenza: la natura altra e oggettualmente presente nella sua alterità assordante e tumultuosa di cangiamento e di feticizzazione ossificazione del mutamento stesso: questa natura non è altro, che l’essere la physis l’insorgenza di quella vicenda di indifferenza della soggettività, di un’altra-umanità…

Siamo, quindi, provocati a una confusione non caotica, e sia che siamo nello spettacolo del nichilismo… Come lo abita Testa poeta: quale agio di rapporto, quale gioco, quale intervallo, quale amore il poeta può pro-durre perché la nostra distretta epocale, la nostra e umana e sua e altra: vicenda nichilistica né sia rimossa smentita denegata né meramente illusoriamente economicisticamente trattata come un che di solvibile liquidabile risarcibile?
Questa-poesia: che abito di amore: che farsi lingua è: di disastro e di catastrofe: per una terra che sia tenenza del suo sprofondare: per un cielo che sia il chiarore del suo sfrangersi?

L’intervallo poetico e, cioè, la amabilità e, anzi, la appartenenza stessa della lingua di una poesia a quanto è Amore, ossia al desiderio mediatorio intermedio intermediario: mediale: la poesia e l’amore come viventi come il rischio stesso del narcisismo formalismo e della fantasmaticità consumantesi come feticcio di assenza, ossia come oggettualità depravata ossia telicamente insistente nella sua cosalità: l’agio che la poesia è, non può che esporsi come rischio: come pericolo esperto della sua stessa grana di esperienza. A dire: nell’intervallo il poeta-crea senhal: crea annunzia l’intervallo come tensione: discrasia: parodia: tra cosa e nome: tra vita e forma: tra mondo e linguaggio… Una-poesia è la abitudine, quindi, ad abolizioni: a vite esotiche ossia intronate nella loro distanza. Una-poesia non presuppone il mondeggiarsi come un fondo di appropriazione: come una prosa situabile nelle traversie della eccezione ossia della inclusione per mezzo di esclusione; bensì non altrimenti che inscenando sintesi disgiuntive tra nome e cosa ossia intervallando indifferenza e natura con inestensioni figurali (la ninfa abbattuta… il disamore…) la lingua che una poesia è, attende non una, ma a una intensità di non altro, che di prosa. La prosa, il mondo sono, cioè, poeticamente: la lingua è linguisticamente: adagiata in una tensione interna (intentio non da in-tendere, ma da intus-tendere…): in una possibilità. In una pratica: in un uso: in una voce? In un segnale? In una storia… Di progressione la cui marca non è altro che un presente cui si fa il… verso.

Il gioco di intervallo, abitato da snodi a rischio di incidente…, cui siamo, da Testa, assegnati è la pratica, il transito stesso, come venir meno delle figure ossia come deposizione (una visibilità impassibile: un rimando energetico) rappresentativa… Ma, perché in tale distretta: oggi è il poeta, ossia chi crei – per oggi – la sua stessa salvezza, la sua stessa esigenza di non altro, che di critica?
Perché il poeta è l’unico tra gli angeli che possa testimoniare ossia che possa. L’unico cui la figura sfigurata gli sia natura denaturata.

L’unico cioè che, essendo co-stretto dal duplicarsi capitalistico postspettacolare feticisticamente fragile di ogni doppia vincolarità: debba-volere-di potere: l’unico a trovarsi montato ossia a insorgere negli strappi: della vita… E la vita a questo-poeta viene come lingua, ossia come una lingua da cui evadere sia come per il proletariato non marxista ma marxiano: come per l’ebreo heideggerianamente nero: come una vita che negandosi abolendosi: sapendosi, cioè, da lontano: sì esotica…: sia vita… Questa-vita solo poeticamente è prodotta come una lingua la cui violenza sia amabile: ché il poeta è nudo quando e dove sia la violazione della sua stessa nudità: se possa-testimoniare il ritmo, cioè, del suo silenzio.

Perciò si rifletta tanto: il e ogni mondo è versato in una progressione che lo e ci rende affezione di non altro, che di alterità cui apparteniamo non altrimenti, che dovendocele e dovendole più che nominare, appunto ipernominare definire?: rappresentare in una insistenza intensità iterazione di null’altro, che della relazionalità stessa… Dato questo, ossia un presupposto il cui ingombro è appunto la sua stessa liquidazione: ci troviamo a poterlo, né volendolo né dovendolo: essendo volontà e dovere null’altro, che il reale proprio della presupposizione: nella quale appunto troviamo noi: ossia: ne siamo il potius: un-possibile… Ergo: se: la prosa è questa cattura del catturare: il suo possibile adagia: gioca non altrimenti, che da una interiorità meramente esibita… E come trema intus una alterità, se non poeticamente, ossia esponendosi come naturale: come indifferente: come un paradigma di relazione ossia come: per una vita finalmente contenuta da alcuna forma e per una forma finalmente incistata in alcuna vita? Se posso vivere: voglio e debbo vivere – sebbene il volere e il dovere siano realia, la cui tenenza sia, appunto, consumazione, appunto, di una esigenza… La poesia è, quindi, un possibile solo alla portata di ogni reale che finisca nel suo stesso mondeggiare: abitando degli zeri creduti e troppo – creduti.

Sommariamente: questo-poeta nella e per la sua fine nella scrittura ossia per la sua testimonianza di finzione: proprio in questo: interrompe la sua stessa fiducia nella incredibilità di una vita. E vi impresta durata.

 

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