Agostino Forte, “Un altro male oscuro”, racconto breve inedito

Di AGOSTINO FORTE

(a Giuseppe Berto)

Gradisce sognare e poi svanire, sempre più, inghiottito dalla realtà. Ritorna uomo, licenzia la bellezza affondandosi pienamente nel commercio delle passionalità. Si fa prendere dall’ira e dal rancore. Si ottunde in ogni sbavatura dell’io, smantella quotidianamente, come Penelope, il laborioso lavoro intrapreso nei momenti lucidi e radiosi dei giorni. Quale destino può incontrare quest’uomo, dove arriva mai la sua vista nel contemplare lo sfacelo? Raccontarsi, sempre. La purificazione è denuncia.
È un male oscuro, il suo, male corrosivo, rugginoso, gemma tenebrosa, incastonata in una impercettibile fessura della mente, dove coglierla e cavarla richiede il lavoro di un’esistenza e tanta, tanta convinzione e applicazione.
Quest’uomo, un uomo invero, necessita di un impegno erculeo alla propria correzione. Annusa odore d’acqua per cercare fiumi il cui corso deviare onde ripulire le stalle dell’io. Quest’uomo, ancora, si strazia in minuzie allo scopo di guarirsi con la parola, un pur minimo appiglio di parola, rugosa, infinitesima. Una parola alla quale aggrappare la salvezza, la risalita alla luce, la pacificazione, il suono amico delle ore mattutine.
Rifugge la compassione – se potesse la sbranerebbe – e agita, come il domatore, la frusta dell’inesorabile comando e del timore, cercando refrigerio, in qualche modo, in quel gesto, in quell’atto volitivo, più sulla difensiva che nell’ingiunzione.
Nondimeno sogni beati cerca, nei quali aiutare l’anima a lavarsi è così prossimo ai gesti delle lavandaie. Ricorda il Cristo sulla Croce, il Suo chiedere che il calice amarissimo del martirio gli possa, se possibile, essere risparmiato. E quanto, di nuovo quest’uomo, ha bramato lo scioglimento, l’estinzione, il permesso di evitare lo stretto terribile passaggio degli anni terrestri. Per quanto gli siano unici, conflittualmente impareggiabili, inevitabili.
Lui, la carne e le ossa, gli occhi per guardare avanti e procedere, domandando dov’è l’inciampo, l’inghippo e perché. Plausibile sbagliare ma alla sua vista è la corruzione ad occupare il palco delle autorità, dove egli stesso è presente, in alta uniforme, rammemorando alle sue pupille, la vera natura del nemico, la sua spietatezza, adornata in modo sapiente dalla congrua passamaneria.
Oh uomo uomo, nel nostro piccolo si sa, quanto grande è il pericolo nel sottovalutare i segni inviati dalle proprie debolezze. Letale l’alimentarle.
Insiste, dunque, nell’accidentato percorso. Malgrado le contraddizioni e le beffe, non dispera, tuttavia, di poter procedere, passo dopo passo, al ricongiungimento, all’armonizzazione col creato. Non per un premio ma per intimo slancio. Come un seno, dalla madre porto alla sua creatura.

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