Lella De Marchi, “Paesaggio con Ossa”: nota critica di Sonia Caporossi e tre poesie

Lella De Marchi, “Paesaggio con ossa”, Arcipelago Itaca 2017

Di SONIA CAPOROSSI *

Nell’insulsa e fuorviante dicotomia tra poesia lirica e poesia di ricerca oggi in uso prevalente, Paesaggio con Ossa di Lella De Marchi emerge come un lucido e sensato tentativo di superamento dei generi poetici e letterari in senso lato. L’occasione della scrittura è l’incontro reale con Malina, un essere umano in pericolo, a rischio di spersonalizzazione reificante in quanto donna stuprata, forse tossicodipendente, oltre la soglia dell’indigenza, ma bionda e bella come un angelo pur nella dissipatio corporis che mostra senza vergogna e che racchiude nell’abiezione programmatica della propria condizione tutta la tensione cosmica e il dibattimento ancestrale fra il bene e il male.
La poetessa attraversa l’incontro con l’altro tramite una parola poetica affonda le proprie radici ermeneutiche ed estetiche una polistratificazione di suggestioni metagenere e metatemporali: da una parte la poesia lirica e la poesia civile, fuse in una sincresi di impianto pasoliniano, in cui la non necessaria sparizione dell’io e del tu collima con l’istanza di una denuncia sociale scabra e diretta, che perviene a compimento per il solo tramite della descrizione di una condizione esistenziale, annullando la presenza di qualsivoglia elemento direttamente interlocutorio a livello etico, morale e sociale; dall’altra parte Malina, la donna Angelo postmoderna oggetto narrativo in questione, racchiude in sé infinite suggestioni cavalcantiane e dantesche, eppure assolutamente rivissute e rielaborate alla luce di una nuova e originalissima interpretazione del topos del corpo metafisicizzato. Laddove infatti, per gli Stilnovisti, la Donna Angelo non possiede un corpo vero e proprio se non astralmente e spiritualmente inteso, al contrario Lella De Marchi riassegna un valore pregnante alla corporeità matericamente intesa, depurandola da qualsiasi connessione protomanichea, pseudognostica o neoplatonica, prospettive che si riassumono nella concezione erronea che la materia sia il male assoluto. Attraverso il recupero del dato materiale, il corpo offeso, martoriato e deturpato dagli stenti di Malina assurge a valore ostensivo di una bellezza paradossalmente ancor più pura di quella di una qualsiasi Beatrice tradizionale.
Il corpo, per De Marchi, è emersione e concrezione dell’anima, è un “paesaggio”, appunto, che può essere osservato e descritto nella propria intonsa purezza salvandolo dalla mera oggettualità, cosa che garantisce l’estraneità dell’autrice alle correnti variegate di quell’oggettivismo “à la française” tanto in voga oggi nella poesia di ricerca. Salvare il corpo dalla mera oggettualità garantisce il superamento dello Stilnovismo classico e insieme dalla post-poesia avanguardistica ultracontemporanea, della tradizione e della rivoluzione, come dati acquisiti ambedue dalla poetessa in una superiore sintesi, dati da cui riavviare un discorso anche critico e (in parte) polemico contro tutti i separatismi e le imposture concettuali che si affollano intorno alla materia poetica attuale.
In ultima sintesi, la poesia di Lella De Marchi è poesia corporea perché descrive il paesaggio scarnificato ed esangue di un corpo non metafisico bensì simbolico, archetipico: la parola-corpo, che fa mostra delle proprie ossa idiosincratiche, nella consapevolezza che il mondo materiale non può e non deve più essere concepito come la sordida “zona d’ombra che resiste alla luce”, bensì possiede una propria intrinseca, nobile e spirituale dignità, la stessa di una donna ferita, vilipesa e cristificata, che delle sue ossa emaciate fa mostra come dato metaoggettivo di assoluta realtà e bellezza.

*

Malina distesa nella roulotte è svegliata da noi dal nostro
essere vivi, vivi dell’essere vivi, nuda respira comunque
nel vuoto di sé nel vuoto creato da sé.
nel vuoto creato da sé il suo corpo che non esiste è la stampa
di cose che esistono in controluce. anche l’aria
ha una forma che non è astratta se non è vista da noi, un gesto
lento un po’ fuori tempo che svela l’ipotesi che
non abitiamo, la nostra mancanza di vista, la forza
imperante della terrena pittorica immaginazione.
Malina distesa nella roulotte è pelle tatuata da macchie
violacee, imposte non derivate non provocate, è bella
di una bellezza che viene da prima di sé. prima di sé
dipende dipende soltanto da sé.
mi entra negli occhi e nel cuore senza sapermi guardare
mi guarda e forse mi parla, mi chiede di non fare rumore di non
ascoltare il rumore.
Malina nuda e distesa nella roulotte è un immenso paesaggio
con ossa, vita che vive senza ornamenti, vita che vive solo di sé.

*
stiamo bene soltanto dentro le celle come le api
pensiamo soltanto a produrre del miele scartando
nella discarica tutto l’amaro in forma di elenco
obbligandolo alla putrefazione.
tracce. smarrimenti. deviazioni. derive.
slittamenti. sogni. negazioni. spostamenti.
c’è una cella per ognuno di noi, con sotto scritto
l’origine il luogo di appartenenza la serie fossile
il teorema inventato per ognuno di noi.
l’ermetismo non dice niente di oscuro è più vero
che abbiamo paura di quello che è oscuro.
gli artisti dentro ai musei, gli avvocati nei tribunali, gli
operai nelle fabbriche, le prostitute per strada.
e Malina, nella roulotte.

*
sei nata con un linguaggio che porti dentro
il cuore e per la memoria come gli alberi
appartieni al paesaggio. sei figlia
di un codice una trascrizione imperfetta che cerca
la perfezione un delirio vestito di buone maniere.
il corpo che hai è già stato scritto ne paghi l’affitto
ne hai cura non lo puoi cambiare.
ti convinci che deve restare così, anche come non è.
in un libro di poesia non c’è che una sola poesia.
tutto è funzionale a che tutto si regga sul niente
di una sola poesia.

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* Nota critica di Sonia Caporossi letta l’11 Maggio 2018 a Bologna in occasione della serata finale del Premio Bologna in Lettere – Dislivelli – IV edizione 2018.

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