Il luogo delle mancate identificazioni: lettura di “Il treno”, un racconto di Flannery O’Connor

Flannery O’Connor

 

Di VINCENZO LIGUORI

Tutto è nascosto e tutto si nasconde sul treno su cui viaggia il giovane Haze Wickers: la cuccetta, la scala per raggiungerla, la carrozza ristorante e infine anche l’identità dell’inserviente nel quale egli crede di intravedere il figlio del vecchio Cash. Il treno corre verso Taulkinham, una città che egli conosce appena, la stessa nella quale poi si svolgeranno le vicende di Wise Blood (La saggezza nel sangue, 1952), il primo romanzo della O’Connor .

Haze ha diciannove anni ed è la prima volta che prende una cuccetta su un treno. Ne ha presa una in alto perciò, una volta nel vagone, alza gli occhi per vedere dov’è e immagina che sia nel rigonfiamento del soffitto:
“Haze aveva visto che il soffitto sopra di lui era convesso. Era là dentro. Si tirava giù il soffitto, e la cuccetta era là dentro.”
Ma poi si rende conto che per raggiungerla ci sarebbe voluta una scaletta, eppure non vede scalette in giro:
Probabilmente le tenevano nel ripostiglio.
Dopo un po’, con la testa appoggiata al sedile e con lo sguardo fuori dal finestrino, Haze sembra più a suo agio. Adesso, ad attirare la sua attenzione, è l’inserviente di colore che sul treno si occupa della sistemazione dei passeggeri. L’uomo ha una forte somiglianza con il vecchio Cash, uno schiavo, probabilmente, qualcuno che lavorava nella fattoria dei suoi genitori o comunque qualcuno i cui abiti erano sempre stropicciati e “puzzavano di negro”, uno che come lui, però, veniva da Eastrod, Tennessee.
Haze è sicuro che l’uomo viveva dalle sue parti e sul treno sul quale sente di essere fuori posto, crede di aver finalmente trovato qualcuno in cui riconoscersi, qualcuno da riconoscere oppure qualcuno che riconosca lui. Tutto in quell’uomo che aveva notato appena messo piede sul treno gli ricorda il vecchio Cash: gli occhi, la statura, il modo di camminare, perfino la grassezza. Ma l’inserviente lo delude e gli dice di essere di Chicago e non di Eastrod.
Intanto il treno si è fermato a Evansville e una signora ha preso posto proprio davanti a Haze. Con il solito pretesto del tempo (“La signora disse che, secondo lei, stava per nevicare”), la donna comincia a raccontare di sé e del lungo viaggio che deve fare per arrivare in Florida da sua figlia. Haze non l’ascolta ma ricorda che anche sua madre attaccava sempre discorso con gli altri passeggeri e, alla fine del viaggio, non c’era persona con cui non avesse conversato. La signora Hosen – questo il nome della donna – si accorge che Haze è distratto, che pensa ad altro, quindi gli chiede dove abita. Il ragazzo borbotta qualcosa, poi in fretta dice:
“Non so bene, laggiù, ma… questa è solo la terza volta che vado a Taulkinham. […] Non ci vado da quando avevo sei anni. Non so niente di Taulkinham. Una volta sono andato al circo a Taulkinham, ma non…”
Haze è partito non si sa bene da dove e va, nemmeno lui sa perché, a Taulkinham, una città della quale ricorda poco o niente. Per giunta, quando la signora Hosen lo interroga, il treno su cui entrambi viaggiano non è da nessuna parte, in nessun luogo preciso, anzi si muove in una direzione che allontana Haze ancora di più da Eastrod, Tennesse, come gli fa notare l’inserviente:
[Eastrod] Non è su questa linea,” disse l’inserviente. “Ha sbagliato, se è da quelle parti che deve andare”.
Haze è confuso e quella confusione insospettisce la sua interlocutrice che dopo un po’ gli confessa di aver fame e gli propone di andare a mangiare qualcosa nella carrozza ristorante. Haze accetta e insieme alla signora Hosen si mette in fila una mezz’ora perché la carrozza ristorante è affollata. Nemmeno in una carrozza ristorante Haze era stato prima giacché non aveva mai avuto il coraggio di andarci da solo:
Dal punto in cui si trovava, non riusciva a vedere l’interno della carrozza ristorante; si chiese come fosse: come un ristorante, probabilmente.”
Nel frattempo la signora Hosen non ha perso tempo e ha cominciato a parlare con un’altra donna ignorando completamente il suo accompagnatore. Cosicché, appena il capocameriere fa cenno che sono disponibili due posti a un tavolo che si è appena liberato, la signora Hosen va a sedersi con la sua nuova conoscente lasciando il giovane Haze ancora in fila ad aspettare il suo turno.
Quando è il momento di entrare, Haze si sente in imbarazzo e gli sembra che tutti lo osservino:
Ordinò la prima cosa sul menù e, quando il piatto arrivò, mangiò senza nemmeno cercare di capire cosa fosse.”
Appena esce dalla carrozza ristorante le sue mani si muovono a scatti e comincia a sentirsi debole, quindi pensa di andarsene a dormire ma un cartello avvisa i passeggeri che per salire nelle cuccette superiori occorre chiamare l’inserviente. Ancora quell’inserviente che era straordinariamente somigliante al vecchio Cash e contro il quale va a sbattere violentemente per sfuggire alla signora Hosen incontrata nella penombra del corridoio. Per terra e sopra di lui, con la sua faccia contro quella dell’inserviente, a Haze viene in mente che quell’uomo è senza ombra di dubbio il figlio di Cash, quello che era scappato via di casa molto tempo fa, quando lui non era ancora venuto al mondo. Quindi, se è così:
[…] conosce bene Eastrod, ma non vuole saperne, non vuole parlarne, e non vuole parlare nemmeno di Cash.”
Dopo essersi divincolato, aver spinto il giovane via da sé ed essersi rialzato, l’inserviente sistema la scaletta per consentire a Haze di arrivare alla sua cuccetta. Ed è là, a metà della salita, che il ragazzo si ferma, lo guarda e inesorabilmente gli dice:
Cash è morto. Ha preso il colera da un maiale.”
Rassegnato, l’inserviente non può fare altro che ripetergli:
Io sono di Chicago. Mio padre era un ferroviere.”
Ma ridendo Haze gli dice:
Un negro “ferroviere”!
La reazione dell’inserviente non si fa attendere e con un colpo netto del braccio stacca la scaletta mandando Haze dentro la cuccetta aggrappato alla coperta.
Haze è deluso, si sente male, ha come una spugna in gola e per giunta si è accorto che la sua cuccetta non ha un finestrino. Quello che lui ritiene essere il figlio del vecchio Cash lo ha appena trattato male, non lo riconosce e non vuole essere riconosciuto, mentre la signora Hosen che per un attimo gli aveva ricordato la madre, lo ha abbandonato sulla porta della carrozza ristorante. Tutto e tutti si nascondono al giovane Haze, tutti evitano di uscire allo scoperto, tutti evitano il suo riconoscimento ed evitano che egli, riconoscendoli, possa finalmente riconoscersi. Sul treno, un luogo che non è mai da nessuna parte, ogni cosa gli sembra familiare anche se nulla lo è. Haze rimane sdraiato, immobile, spegne l’interruttore della luce, vuole il buio completo. Adesso in gola ha anche le uova che aveva mangiato nella carrozza ristorante. Dalle tendine che nascondono la sua cuccetta filtra ancora un po’ di luce del corridoio dal quale proviene il rumore dei passi dell’inserviente attenuato dal tappeto. In quella penombra in cui avverte ancora la presenza ormai ostile dell’uomo, ripensa al vecchio Cash e dice a sé stesso che un figlio così Cash non l’avrebbe voluto:
Non avrebbe voluto nessun figlio che indossasse una giacca bianca da inserviente e girasse con uno scopino in tasca.” Così i pensieri di Haze si mischiano ai sogni e cominciano a girare vorticosamente finché convergono sul ricordo della madre e sulla smorfia di insoddisfazione che aveva il suo volto quando sopra le calarono il coperchio della bara. La stessa espressione che probabilmente ha lui adesso, con lo stomaco in subbuglio, disteso e chiuso nella sua cuccetta-bara dalla quale si tira su di scatto restando in bilico, oscillante, freddo e sudato dalla paura, mentre dall’altra parte del corridoio, la perturbante sagoma bianca e ritta dell’inserviente lo guarda immobile.
Il riconoscimento, quello che sarebbe dovuto avvenire al livello del lacaniano registro dell’Immaginario caratterizzato dal cosiddetto stadio dello specchio è stato deludente e catastrofico. Cosicché, improvvisamente, l’altro registro, quello dell’insopportabile Reale, di ciò che è innominabile e insensato, irrompe nella nascosta cuccetta di Haze. Coloro che avrebbero dovuto riconoscersi in lui (e di conseguenza consentirgli di riflettersi in loro come in uno specchio) hanno evitato qualsiasi confronto, qualsiasi alterità. Al giovane Haze accade, dunque, esattamente il contrario di ciò che Edgar Allan Poe narra nel suo William Wilson, il famoso racconto in cui il personaggio del titolo si identifica completamente con il suo doppio (un altro identico a lui, con i suoi stessi nome, fisionomia e statura) tanto da averne la vita drammaticamente sconvolta.

L’inserviente che muto e immobile adesso guarda Haze è invece rimasto senza nome, innominabile e indicibile come il Reale stesso, impenetrabile e inconoscibile come la kantiana cosa-in-sé. Per questo, proprio perché nessuno ha voluto riconoscerlo, lui stesso, Haze, tenta un’ultima, disperata identificazione attraverso quel vivido ricordo della madre morta. Un rapporto di identificazione che lo fa immediatamente regredire a quel registro pre-simbolico dell’Immaginario.
L’unica identificazione che Haze riesce a portare a compimento sul treno su cui sta viaggiando ignorato da tutti e che lo porterà in una città della quale nulla sa e nulla ricorda, è soltanto con il corpo morto della madre sfigurato da una smorfia, un muto e freddo cadavere ormai senza più nessuna identità.

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