Poesie di Alberto Pellegatta da “Ipotesi di felicità” (Mondadori 2017)

Alberto Pellegatta

Di ALBERTO PELLEGATTA

con note critiche di MAURIZIO CUCCHI, MARY B. TOLUSSO, LUCA MINOLA

Dottrina dell’imperfezione

We knew how to get by on what comes along
J. Ashberry, The Pursuit of Happiness

Quando è scattato il verde interferiva occipitale.
Ringiovaniva deviando la luce dagli spazi
comuni. Si portava avanti.
Una vocale bastava a muovere i pianeti.

Il significato delle frasi ti allaga le cantine.
L’autore qui presente inciampa nel guaio e nel fallimento
non è più attendibile ma prendendo la rincorsa
vuole dirti qualcosa.

All’altezza degli occhiali da sole
e sulle scale del veterinario
tra sognatori d’incendi e
innumerevoli scenate di donna
– Un caffè macchiato per favore

nei lacrimatoi e nei tribunali video sorvegliati
e in generale nelle sue subordinate
una questione di competenze
spaventare i piccioni di questa poesia.
Essere oro.

Il tempo di sbottonarsi i jeans
e strappare il lenzuolo al fantasma.

*

Amori difettosi

Non dovresti fumare in ogni foto
se le verdure gelano da qualche altra parte.

Mentre ti lavi
scrivo una poesia.
Corpi che vogliono sudare
attutiscono le prospettive costiere.
Come aumentano i pallori sul terrazzo
quando raggiungono i loro scopi.

Il solito giro delle rondini nel patio
poi si separano, parole di un discorso
difficile.
Cercavamo un po’ di fresco
ma ancora emergi da quei bollori.
Se non fossero tempeste sarebbe solo una lunga digestione.

*

L’uomo-rana

Dell’infanzia ha ricordi di code e pallori. Le branchie regrediscono quando ricrescono le braccia. Calamari irragionevoli agitano i loro tentacoli nella sua testa: pensa che sia l’alcol, non sa che è nato girino senza diventare rospo. Per questo in ufficio gonfia il petto e salta da un argomento all’altro.

*

La collera degli ermellini

a Geoffrey Chaucer e Jack Underwood

L’ermellino assomiglia alla donnola, e quindi a un bicchiere di latte bollito o, per gli inglesi, alle caviglie di una ragazza castana. Detesta le zone agricole, passa le giornate nel buco di un muro a guardare il panorama immobile dei fiumi che scorrono. Lungo le pareti arcua il dorso ben più dei gatti. Un contadino, incontrandone due esemplari, ne ferì uno a sassate, per poi venire attaccato alla nuca dall’altro. Al loro grido ne sbucarono molti altri dai cespugli, e per poco il tizio non ci rimase secco. Il loro numero varia di anno in anno e le lumache sono responsabili di questo fenomeno: durante le annate piovose gli ermellini se ne nutrono, anche se a volte queste ospitano un parassita letale, l’analogia.

*

Ipotesi di felicità, I

Lasciare tutto in ordine per fare finta di niente –
pastiglie e terrazze meglio che fucili e rasoi.

Asciuga sotto cespugli di mirto.
Si inarca inconsolabile
l’azzurro ruffiano degli ospedali.
Non dorme mai
neppure quando cedono le bestie
sembra un cuore robusto.

La pena ha un orario di visite.
Non basta questa superficie
se pure si allungasse in un miracolo.
Troppo rudimentale, di poche pretese
ancora troppo acustica, ancora non
impronta di animali nella neve. Senza verbi
funzionerebbe lo stesso, puro stile
senza significato. Senza mani da lavare.

Sempre un bene di circostanza, una fantasia
su cotone. Dimentica di essere un telefono
per diventare affetto. Scrivimi indietro.

Sparirebbe anche da altri appartamenti
coperto da un bianco sfibrato – eccidi che accelerano
le armonie naturali. Pure con altri atteggiamenti.

Nei tuoi bicchieri l’acqua diventa asma.
Forse un esaurimento, su grandi ali
come un sollievo. Si battono i bisonti nella nebbia.

Il dolore esce oleoso dal rubinetto chiuso male.
Nell’incavo del ginocchio dove prude.
Per questo le scariche, il trauma, non per ritrovare
l’equilibrio, non per formare piazze o tendenze
ma per disobbedire alla natura, che poco a poco
diventi libertà. Dolci sparatorie rischiarano la notte.
Per ogni forma il suo contrario. Andare in pezzi
per migliorare.

*

«La concretezza di una visione disincantata viene espressa nell’eleganza raffinata di una scrittura insieme sciolta, comunicativa, vivace e capace di passare dal verso alla materica densità di brevi componimenti in prosa. Notevole è poi il senso esplicito per l’insieme architettonico del libro, concepito come vero e proprio organismo, in linea con i maggiori esiti della poesia contemporanea. Nel fitto gioco di rimandi interni che questa Ipotesi di felicità offre nella sua tessitura, sono sicuramente importanti i passaggi in prosa, come nell’esemplare capitolo del suo bestiario, in una sottilmente ironica capacità che esibisce: quella di assimilare la natura di queste figurine animali a quella degli umani nei loro toni e comportamenti. Possiamo ben dire che la poesia di Alberto Pellegatta, nel suo elevato livello intellettuale e di scrittura, non è già più quella di una promessa, ma una piena, felice acquisizione nel panorama letterario del nostro tempo».

(dal risvolto di Maurizio Cucchi)

*

Figura di punta della giovane poesia italiana, Alberto Pellegatta è sempre stato sostenuto da una voce personalissima. Surrealtà e disincanto sono gli elementi originali della sua poetica, di una poesia ora raccolta in Ipotesi di felicità che si segnala per la forza della struttura e del verso. Pellegatta, già vincitore della prima edizione del Cetonaverde Poesia (2005), conferma con questo nuovo libro un ulteriore passo teso a coniugare alto e basso, lirico e ordinario. Alla densità del verso si unisce la versatilità di un canto più prosastico, sempre all’interno dei codici poetici. Una pronuncia calibrata anche da una lieve ironia in grado di mettere a confronto assoluto e provvisorio, proprio come la pigrizia di un tramonto o nelle pagine del suo provocatorio bestiario. Già autore de L’ombra della salute”(Mondadori 2011), in Ipotesi di felicità il rimando è anche a un percorso che riflette sull’ “essere poeta”, senza cedimenti argomentativi o metaletterari, avvalendosi piuttosto di una creatività che si traduce nei gesti più quotidiani, lì dove spesso la poesia si nasconde nell’attesa di chi riesce a coglierne la fiamma.

(Mary B. Tolusso)

*

La fantasia di Alberto Pellegatta è innegabile: si era già mostrata nei due libri precedenti ma in quest’ultimo, Ipotesi di felicità (pagg. 120, euro 18,00), addirittura straripa. Pubblicato nella veste rinnovata dello Specchio Mondadori, il libro è la piena conferma delle capacità di questo autore. Libro trasversale, materialmente vivace, creato con una struttura viva e dinamica, concepito come un vero e proprio organismo, come recita la bandella della quarta di copertina, quindi come un sistema che vive, che si aziona. Diviso in più capitoli, il libro presenta una sezione totalmente dedicata alle prose poetiche e un poema che costituisce una sezione a sé, e dà il titolo al libro stesso, nel finale, l’appendice include alcuni brani dai precedenti libri Mattinata larga e L’ombra della salute.
Con fierezza Pellegatta alza il tiro, percorre strade già battute e nuove allo stesso tempo, sempre pronto a confrontarsi con la tradizione letteraria più alta, a limare, a rendere più instabile e fantasioso il mondo che crea e che vuole riportare alla pagina. Qualcosa che deve obbedire a un ritmo interno, elastico e vitale: «Fatevi picchiare, le vostre gambe/ mi obbediscono come le gatte di Petrarca./ Their shrouds are bloody and their lips are wet./ Discreto come un traditore, il sesto da destra./ Grossi bovini intonano a menadito l’ultima estate felice./ Un’aria inutilmente pulita mi sposta verso la tosse di un bambino». E ancora: «Rimangono, in contrazione, i pochi vocaboli/ che il fuoco ha salvato: bilance truccate/ e prati di salvia senza virgole». Bellissime le tonalità avvolgenti e ricercate senza mai cadere nella letterarietà e nel banale, quasi un tentativo di supremazia sulla lingua, sulla capacità stessa del senso.
Si possono per esempio notare all’interno dei testi ripetizioni e incursioni vere e proprie dell’apparato poetico, che sembrano non solo azionare e rendere vive le poesie ma addirittura segnalare la mancanza dell’altro, di un personaggio non dichiarato, almeno non apertamente: «Mentre ti lavi scrivo una poesia», «…una questione di competenze/ spaventare i piccioni di questa poesia», «In questa poesia ti allacci le stringhe», «Togliti la giacca per entrare in questa poesia», «Ti riscrivo ma sei sempre sbagliato». Una procedura, questa, che non limita la fantasia del lettore, anzi la amplia immergendolo totalmente nelle dinamiche della raccolta. Da notare la piena influenza della poesia anglo-americana contemporanea: per la tonalità surreale e per la prosa poetica Charles Simić e il Mark Strand di Quasi invisibile, per la bellezza inclassificabile e surrealista John Ashbery, per la lettura geografica Heaney o l’Auden di Un altro tempo: «Le barche battono le loro nacchere/ nuziali. Spingono il cielo a est e/ tra non molto ciò che avvistiamo/ sarà un allattamento a Vienna./ Il cielo si abbassa sotto l’abbaiare dei cani./ Alla seconda passeggiata e alla terza lunazione/ mi sono annoiato:/ acqua nei laghi, penisole di lepri/ troppo./ Di quattro cose al massimo ho bisogno».
L’esito finale è pienamente raggiunto da Pellegatta, che smuove tutto il suo mondo poetico precedente di matrice classica e lombarda principalmente, che riappare nelle prose sugli animali, dove in questo caso fanno da apripista alcuni libri di Giampiero Neri e di Tiziano Rossi. Anche in questo Pellegatta resta fermamente ancorato a se stesso e alla sua capacità di rielaborare qualsiasi cosa rendendola partecipazione ed energia unica. Notevoli i passaggi di vere e proprie poesie d’amore, dove l’elemento pittorico si evidenzia ancora di più, con movimenti sfumati: «Non chiedi niente con ostinazione, fino al punto/ morto delle conversazioni all’alba./ Quel fastidio tra le ghiandole che chiami pensiero/ ha fretta di concludere. I capelli asciugati male,/ le cosce in torsione, l’immagine ancora/ intercostale. Qualcosa si stacca./ L’aglio fiorisce dove leghi la bicicletta. Serviamo solo/ a consumare l’ossigeno in eccesso».
Non è una novità per Pellegatta la prosa poetica, che aveva già utilizzato in Mattinata larga e che torna nel capitolo delle Zoologiche, dove l’ironia più raffinata prende forma attraverso l’identificazione fra animali e uomini, simili e sovrapponibili allo stesso tempo: «Al contrario della renna e dei crepuscolari, non ama i licheni. In sostanza, ha gli stessi gusti degli avanguardisti. Non è paziente, trova sempre il modo di azzuffarsi, la sua poesia sopravvive al massimo tre settimane». In altri casi, queste prose vengono prese come rifugio innegabile di profondità e di chiarezza, servono a mostrare il lato più dialogico dell’autore. L’arte poetica si rinnova per apertura e disinibizione: «Di fronte alla foto in cui sorridiamo uniti dal talento, rincorre i topi sotto stelle rettangolari – imperversati spazi percorsi da giraffe a tarda sera».
Una delle parti più interessanti e riuscite del libro è sicuramente il poemetto finale Ipotesi di felicità, dove le fasi del dolore vengono raggiunte e piegate alla creatività più vera, dove lo scrivere diventa proiezione e devianza di un male, probabilmente insuperabile ma vero, nostro: «Lasciare tutto in ordine per fare finta di niente/ pastiglie e terrazze meglio che fucili e rasoi./ Asciuga sotto cespugli di mirto./ Si inarca inconsolabile/ l’azzurro ruffiano degli ospedali./ Non dorme mai/ neppure quando cedono le bestie/ sembra un cuore robusto». E ancora: «Sembra un bene di circostanza, una fantasia/ su cotone. Dimentica di essere un telefono/ per diventare affetto. Scrivimi indietro».
Questa è energia vitale che si trasforma in parola, eleganza che procede nel contenuto, sola e infallibile disgrazia che si consolida, che cerca armonia e quindi si spiega: «Se cambiano i ritratti alle pareti/ i pavimenti potrebbero non asciugare. Peggiora/ la dermatite della terra,/ con la mano di un padre/ in mano come un palloncino./ Tutto il possibile/ ma a piccole dosi». Alberto Pellegatta ha raggiunto una capacità della parola alta, imprescindibile, dotata di agilità e grazia, sta a voi che leggerete il libro aggiungere nuovi elementi a tutti quelli che già ci sono, sta a voi essere oro.

(Luca Minola)

 

Alberto Pellegatta è nato a Milano nel 1978. Laureato in Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, ha pubblicato Ipotesi di felicità (Specchio Mondadori 2017), L’ombra della salute (Specchio Mondadori 2011) e Mattinata larga (LietoColle 2001). Presente nelle antologie I poeti di vent’anni (Stampa 2000), Nuovissima poesia italiana (Mondadori 2004) e Almanacco dello Specchio (Mondadori 2008), ha vinto la prima edizione del Premio Biennale Cetona e il Premio Amici di Milano. Scrive d’arte (L’artista, il poeta, Skira 2010 ecc.) e collabora come critico con quotidiani e riviste. Dirige la collana Poesia di ricerca per Edb Edizioni. Ha fatto parte della giuria del Premio d’arte San Fedele e del Premio Maccagno, concentrando la propria ricerca sui giovani artisti.
http://albertopellegatta.blogspot.it/

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