Amanda Greco, “Gente di Berlino” (Ouverture Edizioni): il primo capitolo integrale

Di AMANDA GRECO *

Essere un’italiana a Berlino che gira di notte in compagnia di due tipi appena conosciuti, un francese e uno spagnolo, vestita elegante, di nero, con le scarpe alte, gli orecchini, il rimmel e il fard, è quanto di più sconveniente si possa immaginare. I tacchi ti si torcono sulle vie sconquassate. Il vestito elegante non si abbina alla street art dei muri scrostati a cui ti appoggi per non cadere quando ti cede una caviglia. Il rimmel e il fard ti fanno carina, ma essere carini a Berlino, credimi, non serve. Puoi essere affascinante, interessante, strano, hipster, nerd, puoi essere un artistoide incompreso e squattrinato, un cuoco vegano, il fondatore di una startup, un deejay, un sedicente scrittore-intellettuale-fotografo, un tipo con idee strampalate, puoi essere poliamoroso-gay-punk… ma essere carino, credimi, proprio non serve.

Romeo, lo spagnolo, e Vincent, il francese, erano due miei compagni della classe di tedesco. C’era stata una festa a casa mia, organizzata dal mio coinquilino Theo, che a Berlino aveva tanti amici. Volevamo inaugurare la casa, che avevamo trovato piena di immondizia e avevamo pulito per tre giorni. Ne era venuto fuori un appartamento ampio, luminoso, carico di fascino e mistero. E proprio per quell’atmosfera sinistra e surreale, avevamo intitolato la festa: “The Rosemary’s Baby Flat Party” .
«Invita qualcuno anche tu!», mi disse Theo.
«E chi? Non conosco nessuno».
«Hai iniziato la classe di tedesco, no? Porta qualche compagno. Non troppi però, facciamo una cosa contenuta».
Dunque, avevo invitato, così a caso, senza nemmeno conoscerli, Romeo, Valeria e Vincent, alle nove a casa mia. D’altra parte, invitare a una festa qualcuno che non conosci pareva essere una cosa del tutto normale a Kreuzberg . Nessuno si sorprendeva.
Specie Valeria, come me italiana, l’avevo invitata in modo secco, improvviso. Ero andata in bagno durante l’intervallo, lei usciva dalla cabina del gabinetto per lavarsi le mani, io entravo nella cabina del gabinetto per fare pipì.
«Vuoi venire a una festa a casa mia questa sera?», le dissi, facendola per un attimo sobbalzare. C’eravamo scambiate sì e no qualche parola durante le classi di tedesco.
«Sì!», rispose lei, «Dammi l’indirizzo. A che ora? Grazie per l’invito».

Alle nove, delle persone che avevo invitato non si presentò nessuno. Aspettai in ansia fino alle dieci, poi iniziai a tormentarmi. Pensai di non essere simpatica, che mi avessero detto di sì solo per gentilezza; che non mi sarei mai fatta degli amici; che la volta dopo in classe si sarebbero giustificati con qualche scusa per non offendermi; che però io mi sarei sentita molto offesa; che mi sarei vergognata di averli invitati senza conoscerli; che avrei abbandonato le lezioni di tedesco; che sarei rimasta per sempre da sola; che avrei preso il primo aereo e me ne sarei tornata in Italia, a casa mia; che una volta a casa, mi sarei messa subito a letto e mia madre mi avrebbe portato un tè caldo; che avrei passato il resto della vita a letto a bere tè caldo.
Gli amici di Theo, intanto, stavano pian piano arrivando: c’era Paul insieme al suo amico deejay Toby, entrambi tedeschi; gli spagnoli Pablo ed Irena; Franzisca, una ragazza molto eccentrica, cilena; Massimo, un tipo italiano che faceva il musicista; Micha e Monika, i due tedeschi che ci avevano subaffittato casa; una ragazza dai capelli verdi che si faceva chiamare Molly, insieme alle sue amiche californiane, Sara, Mary Rose e Melanie. A un certo punto venne anche Azeer, il tipo di cui Theo era innamorato, ma frettolosamente, timidamente, solo a salutare. Lo vidi arrivare e andarsene via poco dopo a passo svelto. Arrivarono alcuni amici delle persone che Theo aveva invitato e anche un paio di ragazzi conosciuti da Theo sul sito Gay Romeo. Dei miei compagni di classe, invece, non si era visto nessuno.
Alle undici, ero disperata. Theo mi venne vicino.
«Hai dato l’indirizzo correttamente?», disse, «magari i tuoi compagni sono giù e non trovano l’entrata».
Scesi di sotto, mi misi a camminare lungo il lunghissimo viale che costeggiava casa. Mi venne in mente che Romeo mi aveva lasciato il suo numero. Presi il cellulare, lo chiamai.
Rispose con una voce moscia: «Hello?».
«Romeo che stai facendo?», dissi secca, in inglese.
«Sto dormendo».
«Pensavo venissi alla mia festa!». Lo dissi arrabbiata.
«Certo! Certo che vengo alla tua festa! Of course! Ora mi alzo e arrivo! Ridammi l’indirizzo».
Ridiedi l’indirizzo a Romeo. Me ne tornai su. Entrata in casa, trovai una sorpresa: Vincent era nella stanza circolare e si era già messo a ballare. Alto, la carnagione bruna, gli occhi grandi dal taglio orientale, le pupille celesti, brillanti, una mescolanza indefinita di etnie. Agitava il bacino alla sua maniera marcatamente metrosessuale. Alle luci dei faretti che Theo ed io avevamo malamente fissato al soffitto, risplendevano i glitter che si era attaccato alla barba rada e alle sopracciglia. Era arrivato insieme ad altri tre compagni di classe, che io non avevo invitato: Hanako, una ragazza coreana, molto piccolina, che sembrava una bambolina e diceva sempre “grazie”; Arik e Joseph, l’uno israeliano e l’altro del Kuwait, che in classe sedevano fianco a fianco. Andai a salutarli felicissima!
«Grazie per l’invito», mi dissero in inglese, anche se non li avevo mai invitati.
Ognuno aveva portato con sé una bibita. Vincent, non so perché, si era portato pure un cuscino.
Suonò il campanello. Theo andò ad aprire, riapparve perplesso in compagnia di persone che non avevo mai visto, sentii che dicevano: «Romeo ci ha dato l’indirizzo. Grazie per l’invito!».
Dopo un po’, arrivò anche Valeria e infine Romeo, piccolo, riccioluto, scattante, insieme a due affascinanti fratelli argentini: Martin e Juan, che mi si presentarono in modo molto galante e avevano portato liquori e dolci.
Suonarono ancora alla porta, questa volta fui io ad andare ad aprire, vidi salire per le scale altra gente sconosciuta.
«Li conosci tu questi?», domandai a Theo.
«No», fece lui, «e tu?».
«No».
Entrarono.
«Grazie tante per l’invito», dissero in inglese.
Da una parte accoglievamo tutti con grandi sorrisi, dall’altra Theo con un filo di voce strozzata mi diceva: «Ma chi è tutta ’sta gente?! T’avevo detto pochi!».
A un certo punto, arrivò anche un inglese, Red, che avevo conosciuto nel bar del coworking space Betahaus e che davvero non so come avesse saputo della festa.
«Grazie per l’invito», disse.
Si era portato dietro un amico strambo australiano, che si mise subito a bere tanto e poi franò di botto sul pavimento in mezzo al corridoio. Restò lì a dormire a terra per l’intera serata, e tutti, senza farci troppo caso, andavano avanti e indietro scavalcandolo.

Fu una festa bellissima! Restammo nella stanza circolare, che Theo ed io chiamavamo “the yoga room” e che avevamo lasciato vuota, senza mobili, né sedie, solo accatastati dietro la porta i brutti quadri abbandonati dall’inquilina precedente. Ascoltammo musica seduti sul parquet, ballammo, mangiammo i dolcetti vegani biologici-eco-sostenibili senza glutine-lieviti-e-farine preparati da Theo, bevemmo intrugli, parlammo tutte le lingue possibili, ridemmo senza capirci.
Verso le due, Theo e i suoi amici, in inglese, dissero: «Andiamo fuori a ballare in qualche club!».
Corsi in bagno a rinfrescarmi e cambiarmi, mi infilai le scarpe col tacco. Uscimmo tutti sul viale grigio e lercio che costeggiava il nostro palazzo e si estendeva lungo una linea interminabile, che a guardarla fino in fondo il pensiero sfarfalla verso l’infinito. Ci separammo in gruppi da tre o da quattro: chi andava in un club, chi in un altro. Io me ne andai, con Vincent e Romeo, in direzione opposta rispetto a Theo, che si era aggregato ai suoi amici spagnoli Irena e Pablo. Mentre mi avviavo a prendere la metro, con Vincent il francese alla mia destra e Romeo lo spagnolo alla mia sinistra, mi girai a guardare Theo, orgogliosa di andar via di notte da sola con gli amici miei. Sì, proprio miei. Anche Theo si era voltato a guardarmi. Un po’ preoccupato, un po’ contento. Ci scambiammo uno sguardo tenero, complice. Il mio diceva: vedi come sono brava? Mi sto già integrando. Non sono venuta qui per starmene nascosta dietro a te come un’ombra. Il suo diceva: bene, si sta integrando. Oddio e se si perde? Si sarà portata il cellulare carico?

Romeo, Vincent ed io andammo al Rosi’s. Era una notte di fine aprile, umida e fin troppo fresca. Ci mettemmo comunque seduti fuori, ordinammo da bere. Non passò molto, che Vincent e Romeo si alzarono, mi si accostarono tutti e due curvando la schiena e con tono premuroso mi dissero: «Sweetie, can you wait here? We’re going to look for some stuff» .
«Stuff?», mormorai incerta, mentre già si allontanavano.
Vincent si voltò e con un soffio di voce disse: «Drugs» .
Sì, disse proprio così: drugs.
Mi ritrovai dunque di notte, lasciata da sola al Rosi’s da due che nemmeno conoscevo e che erano andati a cercare la droga. Infreddolita, i pugni chiusi, mi tiravo la gonna del vestitino sulle gambe strette e più l’allungavo e più s’accorciava. Con i miei capelli lisci da signorina per bene, con i miei orecchinetti, che prima erano di mamma, mi guardavo attorno, mi sfregavo le mani. Che faccio ora? Restai lì ferma per un po’, sotto l’occhio torvo di Berlino, a sentirmi inadeguata. Vincent e Romeo tornarono, avevano delle pastiglie bianche e blu in mano, o forse rosa, non ricordo. Le inghiottirono tutto d’un colpo, con un sorso di Gin Tonic. Non mi dissero: «Ne vuoi anche tu?». Le ingoiarono e basta. Era talmente lampante che io fossi lontana, anni luce distante, dalla electro-club-culture berlinese dei rave e delle droghe, che ero andata al Rosi’s vestita come per la comunione di mio nipote, che me ne stavo lì con la faccia spaurita. Ecco, mi riconoscevo in quel momento: ero la quintessenza della ragazza provinciale a Berlino.
Romeo, dopo aver mandato giù le pastiglie, mi prese per mano, si mise a tirarmi a sé per farmi ballare. Mi chiamava “principessina”, ma con benevolenza, senza sfottimento.
«Vieni, principessina», diceva in inglese, «balliamo! Siamo nella città più cool d’Europa! E tu sei la ragazza più bella di Berlino! Alla paura non ci dobbiamo pensare. Voglio vederti ballare!».
Ricordo bene quelle parole di Romeo, le pronunciava con occhi limpidi. Nel velo pallido che mi sentivo attaccato alla faccia, doveva aver letto il disagio, la paura. Mi stava dicendo che anche lui ne aveva, ma non ci pensava? Mi parlava con un’espressione fraterna, familiare. Per un po’ mi sentii meglio, mi misi anche a ballare la musica elettronica sui miei tacchetti scomodi, immaginandomi molto ridicola, con Romeo che mi teneva per le mani e diceva: «Ecco, questa è la ragazza che voglio! Così ti voglio!».
Presto, però, la musica iniziò a scendere verso toni tragici, sempre più ripetitivi, minimali, gravi, esasperati. L’essenza di Romeo gli svaporò dal corpo e al suo posto pareva essergli entrato un veleno di aracnide. S’era messo a ballare con movimenti scattosi, irrigiditi dalle nervature tese, i riccioli sconvolti, gli occhi stralunati, vibrava come in preda a tremori febbrili. Così secco e spigoloso com’era, mi fece impressione. Mi allontanai subito! Lasciai la pista da ballo. Lui sembrò non farci neanche caso. Vincent era sparito da un bel po’. Avevo freddo. Volevo tornare a casa, andarmene a dormire. Ma senza Vincent ch’era sparito, senza Romeo che era svaporato, dove me ne andavo da sola di notte? Che metro dovevo prendere? La linea U1, la linea U7? Theo mi aveva spiegato tutto. Non mi ricordavo niente. Mi sarei persa. Mi si sarebbe esaurita del tutto la carica del telefono. Mi avrebbero derubato per strada. Qualcuno mi avrebbe uccisa, mia madre lo avrebbe letto sul giornale. Mi prese un’angoscia profondissima. Tornai in pista, e niente… Romeo non c’era più. Feci un giro, ma non trovai nemmeno Vincent. Mi accostai a un gruppetto di ragazze, chiesi se sapevano come arrivare a Skalitzer Straße. Non mi capivano. Oddio che faccio ora? Oh Signore aiutami tu, fa’ che mi capiscano.
«Skalitzer», ripetevo, «Ska-lit-zer Stra-ße».
Ed ecco che si avvicina un tipo alto, con gli occhi dal taglio drammatico, non come noi mediterranei che li abbiamo vicini e a forma d’oliva, i suoi si stagliavano decisi lungo una linea retta, si allungavano sfumando verso le tempie, lasciavano appena intravedere il celeste siderale delle pupille. Doveva essere un tedesco. I capelli biondi, dal taglio molto corto, creavano un velo risplendente, una sorta di aurea dorata intorno alla figura fiera, slanciata. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dalle labbra rosee e carnose, che muoveva per dire qualcosa che non stavo afferrando. Il labbro inferiore aveva un avvallamento nel mezzo, accentuato da una linea marcata, pareva una soffice brioche che la troppa lievitazione aveva spaccato.
«Lo so io dov’è, se vuoi ti porto alla metro», disse in inglese.
Dev’essere un angelo, pensai, l’Universo me l’ha mandato per salvarmi. Grazie!
«Come with me» , disse.
Lo seguii come i Magi seguono la stella.
Camminavo al suo fianco per un viale lungo e buio. Erano forse le quattro del mattino. Lui non parlava, procedeva silenzioso, a passo lento, guardando avanti. Ero troppo stanca per avventurarmi nella conversazione spicciola. Me ne restai zitta anch’io, immersa in quella quiete irreale, rotta solo di tanto in tanto dal crepitio dei nostri passi sui cocci di bottiglia. Man mano, però, che il viale si faceva sempre più lungo, sempre più buio, ricominciai a pensare cose terribili: forse è lui quello che questa notte mi molesta, poi mi ammazza. Oh mamma… guarda quant’è alto, quant’è grosso… Incontrai il suo sguardo. Sentii uno spasmo al cuore. Abbozzai un sorriso incerto. Lui rallentò, si fermò. Restai senza respiro.
«Look!», disse, indicando la fermata della metro, «devi prendere questa linea, la U1, fino a Kottbusser Tor. Aspetta, scrivilo sul telefono: Kott-busser Tor».
Poi mi accompagnò fin sulla piattaforma.
«Se hai problemi chiamami», disse in inglese, «ti lascio il mio bigliettino».
Estrasse un biglietto da visita dal portafogli, me lo diede. Mi abbracciò, tenendomi stretta stretta per qualche istante. Fu un abbraccio tenero, affettuoso.
«Good night», mormorò.
Rimasi perplessa a guardarlo mentre le porte del trenino giallo si chiudevano, non seppi dire nemmeno grazie.
È un angelo, pensai, lo sapevo.

«…e poi mi ha portata alla metro… e poi mi ha abbracciata stretta stretta come se mi volesse bene… capito?».
«E certo!», disse Theo mentre preparava il porridge per la colazione — una colazione che ci apprestavamo a fare alle due del pomeriggio — «Qui la gente quando va a ballare si prende un sacco di droghe, specie MDMA. E così diventano tutti gentili e amorevoli. Sicuramente era impasticcato».
«MDMA? E che roba è?».
«È una droga, che quando la prendi senti di amare chiunque. Senti di voler bene all’intero genere umano, ti vien voglia di far del bene, di abbracciare la gente e se qualcuno ti ha fatto un torto, te ne scordi, lo perdoni».
Ma, come? Per quello, allora, quel ragazzo era stato premuroso e mi aveva accompagnata alla metro? Per quello mi aveva abbracciata? Perché era drogato? Non dunque un angelo, ma uno che stava fatto?
«E com’era? Bello? Che tipo era?», chiese Theo.
«Bello? Era bellissimo!».
«Allora ringrazialo! Te lo sei fatto lasciare il numero? Come si chiama?».
Guardai il biglietto da visita.
«Michael», dissi.
Ci mettemmo, Theo ed io, a scrivere un messaggio di ringraziamento per Michael. Il messaggio diceva in inglese: “Grazie per ieri notte, se ti va possiamo vederci oggi pomeriggio per un caffè”.
Lo inviai. Mi rispose subito. Il cuore mi balzò in petto.
“I’ll wait for you at the U-bahn Kottbusser Tor, in front of Kaiser’s, at 7 p.m.” .
Non potevo crederci. Avevo un appuntamento!

Lo incontrai, Michael, alle sette a Kottbusser Tor, davanti al supermercato Kaiser’s. Fu puntuale lui, non come i ragazzi della scuola di tedesco, non come Romeo che diceva: «Vengo a casa tua stasera alle nove», poi lo chiami alle undici e sta dormendo.
Ci mettemmo a camminare lungo il viale di Skalitzer Straße. Poi imboccammo la via che costeggia il canale e passeggiammo tra i salici, sotto il riflesso rosato del cielo, le striature rade e sanguigne delle nuvole, i bagliori dell’acqua, l’erba di un verde brillante, vivido. I bambini delle coppie hippie, con le loro tutine in tessuti anallergici, igienici, certificati biologici ed equo solidali. Le donne turche, che spingono passeggini pieni di borse della spesa, a cui stanno attaccati tre, quattro, figlioletti, e avanzano quiete, tra le coppie lesbiche. Parlano al telefono, tutto il tempo, chissà con chi, e per tenere le mani libere si incorporano il cellulare nella testa, ficcandolo stretto stretto tra l’orecchio e il velo. I pruni, i ciliegi, gli alberi rosa ricolmi di fiori che slacciavano petali al nostro passaggio. Io mi ero fonata i capelli con la testa all’ingiù e li avevo tutti vaporosi e profumati. Avevo messo via il vestitino nero e portavo un pantalone in finta pelle, leggero, attillato, e una maglia a fiorellini con le maniche ad ala di farfalla che Theo mi aveva consigliato di indossare. E anche il rossetto fucsia, che aveva scelto sempre Theo. Bioccoli impalpabili gravidi di polline volteggiavano tutt’attorno, languidi, lenti, sorretti dal soffio leggero e mite del vento primaverile.
Camminando, camminando, portai Michael al Silver Future. Non fu un caso, mi ero studiata per bene la strada su Google Maps prima di incontrarlo. Sapevo che Theo era lì, insieme ai suoi amici spagnoli Pablo ed Irena e un po’ per curiosità, un po’ per apprensione, voleva vedere con chi m’ero messa ad uscire.

Il Silver Future è un bar gay filo-femminista molto trash e molto frequentato dalla comunità omosessuale di Berlino, con foto di donne dalle ascelle pelose ai muri e la scritta “Ich liebe meine Vagina” all’entrata. Vicino alla porta interna, un grande disegno rappresenta un supereroe con un pene, un seno prosperoso, stivali, gambe piene di peli e mantello al vento. Dappertutto lucine colorate di tanti tipi; tende fantasia, quali a fiori, quali a quadri; sedie rimediate; decorazioni irriverenti; facce irriverenti; candele con cera variopinta e incrostata; lampade della nonna e tanto, ma tanto, fumo di sigaretta. Malgrado fosse vietato fumare nei locali, a Berlino come in Italia. Ma in barba ai luoghi comuni, in Italia lo rispettano e a Berlino se ne fottono.
Entrammo, Michael ed io, e nell’atmosfera nebbiosa e biancastra, tra figure confuse e indefinite, mi saltò subito all’occhio Theo, gesticolava parlando con Pablo. Vicino a loro c’era Irena, che quella sera aveva raccolto i capelli lunghi, ramati, in una coda morbida e pareva la Venere del Botticelli. Alta, elegante, studentessa d’arte moderna, libera e smaliziata, Irena aveva amato una quantità notevole di uomini a Kreuzberg. E tra coloro che non aveva amato, aveva distribuito generosamente caldi baci di consolazione. Erano seduti attorno a un tavolo. Ci avvicinammo per salutarli. Feci le presentazioni. Poi Michael ed io andammo a cercar posto nell’altra sala, quella dietro.
Era pieno di gente. Trovammo solo una sedia libera, Michael la occupò, mi fece cenno di accomodarmi sulle sue gambe. In imbarazzo, sedetti su di lui con un movimento sgraziato. Senza tanti preamboli, mi poggiò subito una mano sulla coscia, prese ad accarezzarmi con l’andamento cauto e circospetto di chi tasta un terreno inesplorato. Poi, così, come se fossi sua da tempi immemorabili, con estrema naturalezza, si protese e mi baciò. Avvampai! Il tocco di quelle labbra burrose scombinava l’equilibrio già precario che mi ero creata in punta alle sue ginocchia. Sentivo forte il contrasto tra quel corpo così intimamente vicino, e il profumo che aveva di luoghi lontani, che racchiudevano fatti, persone e storie di cui nulla sapevo. Non eravamo i soli, c’erano altre coppie che si baciavano: coppie di ragazze lesbiche, coppie di ragazzi gay.
Il tempo di bere una cosa e: «Andiamo via», disse Michael, «c’è troppa confusione, troppo fumo qui».
Tenendoci per mano, andammo a salutare Theo, che un po’ stupito, un po’ compiaciuto per il tipo belloccio che a Berlino m’ero già rimorchiata, a voce alta, in italiano, attaccò col suo repertorio di battute grevi e commenti osceni sulla bella forma delle chiappe di lui e sulle intuibili misure dei suoi bassifondi, che comunque faceva con l’espressione seria di chi sta dicendo qualcosa tipo: «Ti sei portata le chiavi? Ci vediamo dopo».
Mi trascinai via Michael, prima che finissimo per fare una figuraccia.

Michael ed io ci avviammo di nuovo verso il canale. Quando arrivammo all’altezza di un punto molto verde, dove si ergeva un bel salice, lui mi disse: «Let’s stop here» . Andammo a sdraiarci tra l’erba, sul greto del canale. Sotto le fronde di salice, ci stringemmo, ci baciammo ancora… e ancora.
Come mi ritrovassi, poi, a trentaquattro anni, sdraiata in mezzo all’erba, le formiche tra i capelli, lontana dalla famiglia, collocata in una casa mezza vuota e decadente, senza più un contratto di lavoro, a farmi smanazzare da uno che nemmeno conoscevo, di cui era meglio non chiedere l’età… non lo so proprio. Ma mi piaceva, devo dirlo, mi piaceva davvero!
«Thank you for last night» , mormorai.
Sorrise. «Scusa se sono stato di poche parole ieri. Non stavo tanto bene», disse in inglese.
«Che avevi?».
«I took too many drug last night» .
«Ma che droghe ti sei preso?», chiesi.
«MDMA», disse.
A quel punto, mi venne in mente una cosa. Una cosa che con tutto quello che stava succedendo non c’entrava proprio niente. Mi ricordai di una mail importantissima per l’ufficio Inps italiano, che dovevo inviare assolutamente prima di mezzanotte. Guardai l’orologio. Tra il camminare, le mani sulle cosce al Silver Future e il baciarci in mezzo all’erba, si erano fatte già le dieci.
«Fuck», dissi, «mi sono dimenticata di fare una cosa importante! Devo mandare una mail. Passiamo un attimo da casa mia, tu mi aspetti, io mando la mail, poi torniamo ad uscire».
Ora… una ragazza che tu stai lì a sbaciucchiare da due ore, e ti dice: «Vieni un attimo a casa mia che devo mandare una mail», pensi: sì, va bene, la mail…
Invece era proprio così! Dovevo inoltrare all’Inps i documenti per trasferire il mio sussidio di disoccupazione dall’Italia alla Germania, con termine di scadenza quel giorno e me ne ero del tutto dimenticata. Insomma, lui sicuramente pensò che volevo portarmelo a letto con urgenza, subito, quella sera stessa! Io pensavo che lui pensava proprio quella cosa e più lo pensavo e più mi imbarazzavo. Comunque, mi seguì.

Andammo a casa mia. Salimmo le scale diroccate del palazzo. Aprii la pesante, vecchia porta di casa con la chiave. Theo era ancora al Silver. Mi richiusi la porta alle spalle. Presi Michael per mano, lo accompagnai nella yoga room, ovvero nella stanza circolare.
«Aspettami qui», dissi in inglese.
Lo vidi che si guardava attorno. Passò le dita sul muro scrostato. Sollevò lo sguardo verso gli stucchi sul soffitto. Aprì la porta-finestra del balcone e si affacciò. Io andai in camera mia, dove avevo il computer portatile. Lo accesi, aspettai che si avviasse. Agganciai la rete Wi-Fi dei vicini. Mentre l’icona del Wi-Fi si animava, notai che non si sentiva nemmeno un rumore in tutta la casa. Cosa stava mai facendo lui, lì, in silenzio, senza muoversi, senza fiatare? Tornarono a ronzarmi nel cervello pensieri brutti, osceni. Immaginai che fosse un esibizionista, che si fosse spogliato nudo e aspettasse che tornassi di là per scioccarmi. Immaginai che fosse fuggito con i soldi che Theo ed io nascondevamo nello scompartimento segreto del piccolo ripostiglio all’ingresso. Immaginai molte altre cose, tanto fantasiose, quanto orribili. Proprio mentre ero assediata da quei pensieri, mi sembrò di udire una voce maschile, proveniva dalla strada. Mi accostai alla finestra: «Michael! Michael!», chiamava, «Open! Open the door!» .
Sentii Michael camminare per il corridoio e aprire la porta d’ingresso; rumori e passi su per le scale e poi un parlottare in tedesco. Me ne restai in camera, impietrita. Michael aveva aperto a qualcuno. Perché mai Michael avrebbe dovuto far entrare qualcuno, di notte, in casa mia? Forse aveva chiamato un suo amico al telefono, gli aveva detto che ero sola, di venire? Forse i due mi avrebbero rubato il MacBook Pro, i soldi e gli orecchini di mamma? Poi mi avrebbero dato un sacco di botte. Forse, invece, volevano violentarmi? Cercai di non far più quei pensieri. Dovevo trovare un’altra ragione, una qualsiasi altra spiegazione possibile. Ma non mi veniva in mente niente. Non riuscivo neanche più a pensare. Non pensai di prendere il telefono, chiamare Theo e chiedergli di correre subito a casa. Non pensai nemmeno di impugnare il martello che nascondevo sotto il materasso. Semplicemente, così, sola, esposta, uscii dalla mia stanza con le mani gelate, il respiro corto. Tremando, andai verso l’ingresso. Trovai Michael sull’uscio di casa, parlava in tedesco con uno strano tipo: un soggetto bizzarro sulla quarantina, con la barba, un grande scialle attorno al collo e un completo di velluto marrone, molto vintage.
Mi vide, quel tale. Gesticolando con ampi movimenti di braccia, mi disse qualcosa in tedesco. Mostrai di non capire, allora parlò in inglese: «Hi. I’m a friend of Michael», disse, «I’m the previous tenant of this appartment. I need to come in for a moment, ’cause I forgot something of mine» .
Guardai Michael. «È un tuo amico?», gli chiesi in inglese.
«No», rispose lui, «I don’t know him» .
Mi rivolsi allora al tipo sulla porta. Ripetei, lentamente, scandendo bene le parole: «You say – you – are – a – friend of – Michael?» .
«Yes», ribadì quello.
«No», insistette Michael, «he’s not my friend» .
Restammo tutti e tre, lì, a guardarci con piglio sospettoso.
«Listen», disse a un certo punto quel tale saltellando su se stesso, «Michael Müller, the tenant of the appartment, is my friend! You understand?» .
E ballonzolava, ora su una gamba, ora sull’altra, come se il pianerottolo fosse rovente e lui avesse l’urgenza di lanciarsi dentro casa per non scottarsi i piedi.
The tenant… l’affittuario… Michael Müller… Müller, quel nome mi diceva qualcosa. Fu allora che mi ricordai: Michael Müller era l’intestatario del contratto di casa, l’amico di Theo, quello che ci aveva dato l’appartamento in subaffitto, e che però si faceva chiamare Micha. E… ora mi pareva di capire, quel tipo lì, davanti a noi, doveva essere un suo amico. Doveva aver visto Michael sul balcone della yoga room e aver pensato che fosse l’altro Michael. E Michael, quello del Rosi’s, sentendosi chiamare per nome, gli aveva aperto. Però, diamine, mi sembrava una coincidenza inverosimile. Per un attimo mi domandai se non stessi sognando, se Michael al Silver non mi avesse messo della droga nel drink. Ma quello là, sull’uscio di casa, mi sembrava proprio reale, e impaziente anche. Se ne stava con un piede dentro e uno fuori. Mi piazzai davanti alla porta, per evitare che entrasse. Ma lui allungava il collo per guardare dentro, diceva che doveva entrare un attimo, solo per un momento, che aveva bisogno di recuperare una cosa, “a very important thing” , che aveva lasciato nell’appartamento quando ci viveva lui, in subaffitto. Pensai che volesse riprendersi la testa del nano in ceramica che Theo ed io avevamo trovato nella yoga room, sotto a un mucchio di immondizia, e che avevamo messo nello scompartimento segreto del ripostiglio in corridoio, con dentro nascosti i nostri soldi. Qualsiasi cosa fosse, agitata com’ero, gli dissi di no, che non poteva entrare, gli dissi di tornare un’altra volta, di giorno. Poiché quello non se ne andava, gli richiusi la porta in faccia. Presi Michael per mano, lo ricondussi nella stanza circolare.
«Aspetta qui», dissi, «e non fare entrare nessuno. Nemmeno se ti chiamano per nome, okay?».
«Alright» , disse lui.
Me ne andai in camera mia, inviai la mail.

Ero ancora agitata, quando tornai a raggiungere Michael, nella yoga room. Lui era sdraiato a terra, su di un fianco, con il braccio si sorreggeva la testa, poggiava l’orecchio sul palmo della mano. Pareva un sogno, una scena surreale.
Io — in quella stanza d’oltre cent’anni, con le doppie finestre antiche in legno bianco laccato, da cui filtrava la luce livida di una luna piena e rotonda, un sasso enorme splendente sospeso in mezzo al cielo, pezzi di intonaco sfaldato, i muri in cemento nudo, graffiato, le scrostature da cui fanno capolino i mattoni, il caldo pavimento in parquet, circolare, vuoto, e con al centro, adagiato in una posa quasi scenografica, quel ragazzo tedesco di allucinante bellezza, sconosciuto, dalle labbra ipnotiche, la patina di capelli setosi, rilucenti — ero lì — sul ciglio della grande, altissima, porta in legno a doppia anta, aperta su quella notte irreale — in piedi — al centro di Kreuzberg, nel cuore di Berlino, tenuta attaccata al pavimento da una forza d’attrazione misteriosa, di cui si scrivono formule matematiche, sotto un soffitto solenne, con un rosone di stucco, al di sopra del quale si apre l’empireo drammatico, nero e terribile del cielo, al di là di cui si estende lo spazio infinito dell’Universo, di là dal quale c’è l’ignoto, l’imperscrutabile e forse Dio — e, trasognante, lo guardavo.

«Vieni», disse lui in inglese. La sua voce fonda riecheggiava nella sala vuota. Andai, come incantata. Mi distesi al suo fianco. Ci abbracciammo. Il suo corpo accalorato, l’odore della pelle, mani e carne, labbra e occhi. Non pensai più, né all’Universo, né alla luna come a un sasso nel cielo, né ad alcuna immagine di me, né alle rapine, agli stupri e agli squartamenti che potevano capitarmi perché me ne ero andata a vivere all’estero, e nemmeno al fatto che fosse avventato fare quello che stavo per fare con qualcuno di cui conoscevo appena il nome. Non pensai, dunque, mi consacrai al fato. Lui, con un gesto svelto, si sfilò la maglia. Mi distesi, e lui sopra di me, così pesante… La mia bocca piena della sua lingua. Feci per slacciargli il pantalone. Fu in quel momento che lui mi prese le mani, le scostò dalla cerniera, sospese ogni suo movimento. Restò per un po’ così, interrotto. Poi, si sollevò, si mise seduto.
«Che succede?», gli chiesi in inglese.
«I have to go. Sorry» .
Si alzò in piedi, si rimise la maglia.
«What happened?» , chiesi.
«You will not like it tomorrow» .
«What do you mean?» .
«You will not like it tomorrow. Sorry, I have to go» .
Si ricompose in fretta, andò in corridoio, si infilò le scarpe.
«Come on, I’ll still like it tomorrow, please stay!» .
«No. You will not like it tomorrow» .
Restai così, sulla porta, incredula, a guardarlo scendere le scale polverose, mentre ripeteva a voce bassa, come tra sé e sé: «Sorry, sorry, I have to go. You won’t like it tomorrow».
Mi lasciò lì, da sola, attonita.

«…e così è scappato via, e ha detto proprio queste parole: “Domani non ti piacerà”».
«Ha detto proprio così?».
«Sì, proprio così: “Scusa devo andare, domani non ti piacerà” ».
Theo ascoltava perplesso tagliando la banana a rondelle e togliendo il nocciolo ai datteri per quello che era diventato ormai un nostro rituale: il porridge per la colazione. Poi si fermò, diede le spalle alla banana e ai datteri, mi guardò con una faccia molto contrita.
«Che c’è?!», chiesi.
«Senti, devo dirti una cosa».
«Cosa?».
«Però non ti spaventare…».
«Mi stai già spaventando. Cos’è?».
«C’è uno spettro nella yoga room. Io l’ho visto. È una donna… una donna che è stata violentata e uccisa da un uomo, che odia gli uomini e fa scappare via tutti i maschi che ci portiamo a casa».
«Ma che dici?!».
«È così, lei è disgustata dal sesso. Azeer ha fatto la stessa cosa; anche lui mi ha mollato nella yoga room senza una spiegazione. È stata lei! Di notte viene in camera mia, mi fa i dispetti. Mi solletica i piedi, mi tira le caviglie. Una notte ero da solo nella yoga room e l’ho vista, aveva il volto bluastro, emaciato, una cosa orribile, ti giuro!».
«Senti Theo, ma davvero credi a quello che dici? Mi stai prendendo in giro?».
Mi fermai un attimo a pensare; non mi stava prendendo in giro, lo conoscevo Theo. La realtà per lui non era mai abbastanza, da sempre la rompeva infilandovi dentro gli inserti coloriti, fantasiosi, che gli sboccavano nella mente. E sapeva spingere così bene le sementi della sua testa nel campo duttile, umido, dell’esistenza, che ne usciva sempre una fioritura onirica, così elaborata, così complessa, da essere a suo modo più palpabile del vero. Lui allora ci si metteva a vivere dentro e ci portava dentro pure me, ci portava dentro Pablo, Irena, ci sapeva tirar dentro tutte le persone che gli gravitavano attorno, e che senza di lui a quella dimensione di vita oltre il reale non avrebbero mai avuto accesso, perché lui solo ne aveva la chiave.
Di solito mi piaceva assecondarlo, farmi trascinare in quei luoghi insoliti dell’esperienza. Ma in quel momento ero nervosa. Non volevo dargli corda. Così lo bloccai subito e dissi qualcosa che a lui, no, non sarebbe piaciuto. Perché la teoria del fantasma, alla fin fine, era un rivestimento dolce apposto sulla superficie amara della realtà.
«Lo sai che Azeer ti ha mollato nella yoga room perché non ammette nemmeno a se stesso di essere omosessuale. Lo hai detto tu che ti si infila nel letto carico di sensi di colpa, o no?».
«Fa’ come vuoi, non ci vuoi credere? Pazienza. Fa’ come ti pare. Io ti dico che l’ho vista».
«Allora, se la rivedi, dille che ieri è stata una stronza, e di pensare ai fatti suoi».
«Smettila!».
«No, diglielo! Dille così: “La mia amica e coinquilina dice di farti i fatti tuoi che così campi cent’anni”. Ah, dimenticavo che è morta!». Mi misi a ridere, nervosamente.
«Che stupida che sei. Smettila, ti dico!».
«Senti, ti va di lasciare il porridge per dopo e andare a fare un brunch al Mokkabar?».
«E con che soldi?».
«Pago io, pesco qualcosa dalla testa del nano».
«Va bene, dai… andiamo. Però, smettila di fare la cretina».
«Noi usciamo eh, fa’ la brava!», dissi guardando per aria, sghignazzando.
Uscimmo. Chiusi la porta d’ingresso sbattendola.
Ciò che successe dopo, davvero, non lo capii.

Avevamo fatto una colazione dolce, Theo ed io, con l’aggiunta di verdure di ogni tipo, tofu, marmellate, avocado con semi di sesamo, assaggi di torte salate vegane e frutta fresca. Poi io ero andata a studiare tedesco e a guardare gli hipster e i nerd nel bar del coworking space Betahaus per tutto il pomeriggio. Theo si era recato invece dal suo amico Micha, ovvero l’intestatario del contratto d’affitto di casa, per parlargli di quel tipo strano con la barba, lo scialle e il vecchio completo di velluto, che era venuto a cercarlo la notte precedente.
Verso sera tornai a casa, io per prima. Infilai la chiave nella serratura. La porta non si apriva. Strano. Provai tutte le chiavi che avevo, nessuna apriva. Provai a girare la chiave nella toppa e a spingere forte. Sembrava che la serratura si sbloccasse, ma qualcosa facesse resistenza dall’interno. Spinsi, tirai pugni, mi feci male. Provai a far forza con i piedi. Tirai qualche calcio, mi feci male di nuovo. Presi il cellulare, chiamai Theo, che era ancora da Micha.
«Arrivo!», disse.
Aspettai seduta sulle scale. Mi misi ad osservare i disegni sui muri interni del palazzo: c’era una figura d’uomo con camicia e cappello, ma la testa era quella di un corvo e zampe d’uccello spuntavano dai pantaloni; poi c’era un occhio circoscritto all’interno di un triangolo. Sentii aprire il portone, era Theo.
«Ma certo che sei proprio… nemmeno la porta d’ingresso sai più aprire? Hai fatto confusione con le chiavi? Fa’ vedere».
Infilò la sua chiave nella serratura, sentimmo l’ingranaggio scattare, prememmo entrambi con forza. Niente. Provammo e riprovammo. Theo telefonò al suo amico Micha: «Micha, vieni», disse, «siamo chiusi fuori!».
Micha arrivò trafelato, si era portato dietro una scheda telefonica, qualche arnese che non ricordo e un grande mazzo di chiavi. Provammo tutte le copie di chiavi che aveva. Trafficammo con gli arnesi nell’ingranaggio della porta. Usammo la scheda telefonica. Niente. La porta era tenuta chiusa dall’interno, secondo una logica che non sapevamo spiegarci.
«Ecco, sei contenta ora?», mi disse Theo facendosi cadere le braccia sui fianchi.
«Oggi si è messa a insultare lo spirito della yoga room», aggiunse rivolgendosi a Micha, «“Smettila” le ho detto “non fare la stupida!”, ma lei ha continuato. Ora guarda che è successo. Ci ha chiusi fuori, non ci fa più entrare!».
Micha scosse piano il capo guardandomi accigliato. Oh madre mia! Anche Micha, dunque, credeva alla storia del fantasma?

Era ben strano quel Michael, intestatario del contratto di casa. Pelato, con la testa a forma di limone; occhi dal taglio allungato un po’ verdi, un po’ azzurri; dalle orecchie leggermente appuntite spuntano peli biondi di lunghezza inverosimile. Sembra un fauno, uno spiritello dal fascino anomalo. Parla con voce bassa, dolcemente, lentamente, facendo pause lunghissime, come se tutto il tempo del mondo fosse a sua disposizione. Stava con una donna assai bella, di nome Monika. Erano genitori di una bambina di un anno, Monika e Micha, e facevano cose molto spirituali a casa loro, che allora non avevo ben capito. Una volta ci avevano invitati a partecipare, ma Theo non aveva voluto, perché non aveva ben capito nemmeno lui. Diceva che forse erano orge e non voleva ritrovarsi le mani di Monika sul suo coso. L’idea lo disgustava.
Questo dubbio delle orge gli era venuto una sera che aveva incontrato per caso Micha al KitKatClub. Io non c’ero mai stata al KitKat. Ma Theo me lo aveva descritto come un posto carnevalesco dove non conta la morale, né la religione, né la razza, nemmeno l’appartenenza di classe e l’orientamento sessuale o di genere. Ciò che conta è essere nudi, o quantomeno stravaganti. Tutti si vestono in modo eccentrico, oppure entrano spogliati dalla testa ai piedi. Oppure si vestono eccentrici dalla cintola in su e si spogliano dalla cintola in giù e poi si congiungono a chi vogliono, e se non vogliono far sesso, bevono un drink e guardano gli altri che lo fanno, oppure ballano e se ne stanno per i fatti loro. Theo una sera c’era andato e nel buio della sala, tra i flash delle luci colorate, aveva visto spiccare due occhi felini verdazzurri, evidenziati da un tratto spesso di matita nera. Appartenevano a un tale, con addosso appena un paio di shorts in latex, che se ne stava lì a guardare la gente accoppiarsi. L’aveva riconosciuto: era proprio Micha, il suo amico, intestatario del nostro contratto d’affitto.
Doveva essere anche un tipo molto politico, quel Micha. Aveva preso posizione contro il processo di gentrificazione di cui tanto si parlava a Kreuzberg. E a nessun costo voleva cedere l’appartamento di Skalitzer Straße a quel ricchissimo investitore danese che se l’era comprato insieme a tutto il palazzo. Si stava dando un gran da fare, quel danese, per cacciar via gli artistoidi-scrittori-intellettuali dagli appartamenti, che voleva ristrutturare tutti, dentro e fuori, per poi rivenderli a gente di Londra o Parigi. Micha aveva rifiutato i soldi che gli erano stati offerti per sciogliere il contratto d’affitto. Era andato da un avvocato, che gli aveva consigliato di far valere i suoi diritti, così aveva avviato una causa contro il ricco danese. Nel frattempo, i lavori di ristrutturazione esterni erano iniziati. E un po’ per la polvere, i rumori e le impalcature alle finestre; un po’ perché gli operai del danese avevano iniziato a staccargli la corrente, a rendergli impossibile la connessione ad internet, a chiudergli l’acqua, Micha si era trasferito con Monika in un’altra casa e aveva dato l’appartamento di Skalitzer Straße in subaffitto, prima a quel tipo strano col completo di velluto, poi a un’artista australiana, infine a noi.

E insomma, non c’era niente da fare, la porta non si apriva. Così Micha riprese il suo mazzo di chiavi, gli arnesi, e se ne tornò a casa sua, da Monika e dalla bambina. Theo ed io restammo seduti sulle scale, insicuri sul da farsi. Avevo sentito dai miei compagni della classe di tedesco di quella cosa… che fanno certi attivisti per prendersi gli appartamenti o per protestare contro la gentrificazione, come si chiamava? “Squatting”, mi pare. Erano parole che non conoscevo prima di arrivare a Berlino: squatting, gentrificazione…
«Forse», dissi, «qualcuno ci ha squattato la casa? È entrato dalla finestra tramite le impalcature, si è preso casa nostra, ci si è chiuso dentro?».
Theo diceva di no, insisteva che era stata la donna-fantasma. Io insistevo che era stato uno squatter. Alla fine, chiamammo la Polizia, non so bene in base a quale ragionamento, ma la chiamammo. Theo, che parlava un po’ di tedesco, spiegò al telefono che forse qualcuno era entrato nel nostro appartamento e ci si era chiuso dentro. La Polizia arrivò nell’arco di un millisecondo. Arrivarono quattro agenti, nientemeno. Due rimasero fuori, gli altri due entrarono nel palazzo: un uomo enorme e all’apparenza molto cattivo e un’altrettanto enorme donna, che da quanto ho appreso a Berlino sulle lesbiche, doveva essere lesbica, dato che aveva occhiali con montatura brutta, capelli cortissimi, era grassa e senza trucco. Me la ricordo bene, perché — facendomi prendere un colpo — impugnò la pistola e, con i gomiti piegati sul petto, la rivolse verso l’alto, posizionandosela al centro della faccia. Sì, proprio come nei film. Poi, si mise spalle al muro, di lato alla porta. Gli agenti fuori, intanto, erano saliti sulle impalcature per controllare le finestre. Aspettammo così, col fiato sospeso per un po’. Finché, a un tratto, sentimmo il rumore metallico del pesante chiavistello interno che girava e la porta si aprì. Comparve uno dei due poliziotti che si erano arrampicati sulle impalcature. Disse in tedesco qualcosa che non capimmo. Parlò allora in inglese: c’era una finestra socchiusa, disse, da cui lui era entrato per aprirci. Tutto il resto appariva regolare. La porta però era chiusa internamente col chiavistello di metallo. Ma come era possibile? Quello era un tipo di chiavistello che si poteva chiudere solo da dentro! Gli agenti, senza perdere tempo in speculazioni sul perché e percome, una volta aperta la porta d’ingresso, dissero: «Auswiedersen» e fecero per andarsene. Ma in quel momento Theo, che se ne stava seduto sulle scale, balzò in piedi e con un gesto deciso trattenne per un braccio la poliziotta robusta. Quella, in un tutt’uno, si gira di scatto, si guarda il braccio con occhi truci, tant’è che lui glielo molla subito e quello che le disse… giuro, mi lasciò di stucco! Proprio così, Theo disse del fantasma alla grossa poliziotta tedesca. Glielo disse quasi sussurrando, come se fosse una rivelazione serissima, top secret e di importanza planetaria. Voleva portarsi anche lei nel suo mondo parallelo. Lei si mise ad ascoltarlo ritta, braccia conserte, gambe larghe, fronte corrugata.
«…e questa cretina ieri l’ha insultata… così ci ha chiusi fuori, capito?».
«Ah a… ah a…», faceva lei, ciondolando la testa in su e in giù, come a dire che, sì, aveva capito.
Poi guardò me. Mi strinsi nelle spalle, non osai contraddirlo.
Mi restò impresso quel momento, lo ricordo da una strana angolazione, come se una parte di me fosse scivolata via dal corpo diventando spettatore da un qualche punto sul soffitto. Mi vedevo lì, a Berlino con Theo che raccontava del fantasma alla poliziotta tedesca, sul pianerottolo di casa.

Rimasti soli, Theo ed io entrammo nell’appartamento, controllammo ogni angolo: i Mac erano al loro posto, tutte le nostre cose apparivano nell’ordine — e nel disordine — in cui le avevamo lasciate uscendo. I pochi soldi che avevamo in casa erano ancora dentro la testa del nano. Sembrava davvero che non fosse entrato nessuno.
Mi domandai a lungo cosa fosse realmente accaduto. Forse, l’amico strano di quel Michael-intestatario-del-contratto-di-casa, quello che voleva entrare per prendersi una cosa, e a cui avevo chiuso la porta in faccia, si era arrampicato il giorno dopo sulle impalcature del palazzo, era entrato dalla finestra socchiusa, si era preso questa misteriosa, importantissima, cosa e poi se l’era filata, sempre dalle impalcature, ma non prima di aver chiuso per dispetto il chiavistello dall’interno?
Forse, data la pesantezza della porta, l’avevo tirata fin troppo forte per chiuderla e, sbattendo, il meccanismo di chiusura del chiavistello era scattato da sé?
Forse, il proprietario di tutto il palazzo, quel riccone danese, oltre a farci chiudere ogni tanto l’acqua e a staccarci la luce, aveva pure mandato qualcuno a farci un dispetto, perché Micha non voleva sciogliere il contratto d’affitto e gli aveva fatto causa?
Non capimmo mai cosa fosse realmente successo. Però da quel giorno non presi più in giro la donna-fantasma e non restai mai più da sola di sera nella yoga room, per paura di vedermela apparire davanti, pallida, esangue, come era successo a Theo.
Una notte mi sentii anche solleticare un piede.

Michael il ragazzo del Rosi’s, lo rividi per caso una volta sola. Era un pomeriggio e se ne stava seduto in metro con aria distratta, non si accorse di me. Restai a guardarlo per un po’ da lontano. Forse, aveva ragione. Forse, il giorno dopo non mi sarebbe piaciuto. Perché lui sarebbe tornato a dormire a casa sua, sarebbe tornato alla sua vita e non mi avrebbe più chiamata. Forse, avrei aspettato una sua telefonata, per giorni, per settimane. Mi sarei chiesta cosa non andasse in me.
O invece mi sarebbe piaciuto? Mi sarei svegliata il mattino dopo piena di energia, la serotonina riequilibrata, avrei camminato decisa per le strade di Berlino, lasciandomi dietro una scia di feromone. Mi sarei riscoperta, come Irena, libera e impudente.
E pazienza, mi dissi, tanto lui aveva scelto per me. In quel momento però mi sentii grata, perché aveva voluto proteggermi, quello sconosciuto, come quando mi vide sperduta al Rosi’s.
Ma, allora, era davvero un angelo?
Queste cose pensavo mentre lo guardavo.
Lui tirò fuori un libro e si mise a leggere. Aveva un’espressione assorta.

E mi immaginai nel mio nuovo ruolo di donna decisa e consapevole, così centrata su se stessa da poter godere di esplorazioni occasionali, da poter trarre dagli incontri casuali energia, stimolo creativo.
E mi immaginai di notte svegliarmi e aver freddo, negare persino a me stessa l’afflizione dell’abbandono. Lì, su un materasso a terra, al buio di una città sconosciuta. Sospesa.
Sopraffatta da quel tragico,
imprescindibile,
sciaguratissimo…
bisogno di amare.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...