Vladimir D’Amora: Moltitudine è la (nuova) soggettività politica oggi?

Di VLADIMIR D’AMORA

su una specie della moltitudine

Moltitudine: è la (nuova) soggettività politica: oggi?

E’ quel soggetto-(politico)-fatto-del suo stesso processo, del suo stesso farsi: senza che nessuna sua identificazione rappresentativa riesca a esaurirlo: mentre tutto congiura si dispone e sempre s’istituisce e si monta a istituirsi perché bloccata sia ogni processualità-sostanziale: una moltitudinaria sostantività-dinamica?
Una moltitudine è davvero soltanto resistenza a ogni impianto necessitato a smentirne e soffocarne la vitalità e intransigente resistenza processuale?
Mentre tutto… Mentre tutto oggi… In un mondo e in un modo che costruisce l’occasione perché ci si possa chiedere: non è forse la resistenza contro ogni dispositivo di cattura e di capitalizzazione e di rappresentazione di una tale, di ogni forza-processuale: delle moltitudinarie energie politiche: tale resistenza oggi è come una specie di mandato politico basilare perché feriale inapparente e quotidiano: un mandato: una possibilità – da ingaggiare…?
Moltitudine – se questa è messa in una critica della rappresentatività come dispositivo – esso stesso: oggi in crisi… – di un potere: se è il situarsi entro paludi e fiumane e torrenti di tale situazione poco sostantiva e statica e riconoscibile: persino se a essere riconosciuta è una crisi: persino quella crisi criticabile… – entro una tale messa in scena di processualità e di trasformatività… – la moltitudine può eccedere la sua finzione: quella rappresentazione che non la riduca soltanto a un che di quan­titativo o di numerico…?

Come fa, la moltitudine, a essere un che di riconoscibile come il suo stesso divenire moltitudine: a pesarsi e pensarsi come finzione che né accada né proceda: che, cioè, non consista in una finzione essa stessa dinamica?
Perché una moltitudine potrebbe né accadere né procedere come-moltitudine?
Moltitudine, entro l’impasse (crisi…) storico-politica attuale, soprattutto marca (nomina? Schiude?) davvero una generazione di soggettività? Una soggettivazione nel rischio della sua riduzione finzionale che la mantenga come tale, compromettendo non altro, che la sua desoggettivazione possa riconoscersi? Quale classe di soggetti: che collettivo è oggi riconoscibile perché come una massa, come una individualità riconducibile a una famigliarità similarità: a una riconoscibilità: possa incaricarsi di consistere in una massa coinvolta in un processo di potere…? Moltitudine è una processualità inarrestabile? Un continuo inesauribile generarsi di un divenire che si escluda da ogni sua chiusura in un compimento e in una meta, in un risultato riconoscibili: in una valutazione di quanti di potenza possibilità…?

E, tuttavia… – c’è una moltitudine… Qualora e laddove ci sia moltitudine, accade che precisamente a questa chiusura: riconoscimento: riconoscibilità, come al suo, costitutivo pericolo, si sia esposti? Una moltitudine-è: quell’eccedenza che avverte e marca (circa) la riconoscibilità di una identificazione, la chiusura di un divenire, di un processo, nella sua cattura propriamente come un valore di massa? Massa: ossia numericità, sostantività rappresentabile: rappresentata come bisogno di rappresentanza: di costituentesi delega: e sostitutività: vicarietà: come dispositivo di rimando…?
Una moltitudine, esposta come un valore di sbando e di crisi e come richiesta di un intervento, come bisogno di sicurezza e di un provvedimento: è quell’avvertenza, che lasci accadere una situazione più o meno simile a questa situazione, per la quale si possa chiedere: è forse una somma, una addizionalità & additività, a poter garantire consistenza – oggi – alle politiche che gli individui e i privati e i singoli e l’esigenze minute particolari sono e pretendono e non possono non essere?
Perché moltitudine è – propriamente – il pericolo della sua stessa rappresentazione, pericolo nel senso di: interruzione? E interrompere un processo significa farlo finire? E’ il decretarne l’esaurimento in una vuotezza come attesa e disponibilità all’ennesimo, successivo riempimento: a un evento? O, piuttosto, proprio moltitudine è l’accadere e il procedere di una rappresentazione, riguardanti la processualità stessa che la moltitudine, una moltitudine è? Moltitudine-è: è quell’esposizione-come una rappresentazione degna della (di questa: di ogni…) moltitudine stessa…?
Se non si tratta di sommare numeri né singolarità né individui perché si dia moltitudine proprio in una forma processuale: se si vuole: dinamica: se si vuole: potenziale: se si vuole: aporetica e consistente in una fragranza di dissesto e di crisi e di critica – allora: non si tratta neppure di salutare e innescare un evento moltitudinario come ciò che salvi dalla sua rappresentazione: dal pericolo della sua rappresentabilità ed evanescenza supplementabile: della sua sostituibilità (essa stessa reificata: anche come rappresentanza…)? Si tratta, piuttosto, di costruire-delle-finzioni-moltitudinarie? Ossia delle moltitudini né apparenti, né rappresentative-rappresentate, né sostantive maiuscole che accadano là-fuori: escludendo non altro che la loro grana appunto finzionale: di intransigenza e di ferrea flagranza come riconoscibilità…?
Una moltitudine è politica se e quando, pesando la sua stessa rappresentabilità, il suo stesso tradimento…, ne interrompa l’attuarsi come un pericolo ridotto a rischio, a calcolo e valutazione del pericolo stesso…?
Pesare una consistenza di intransigente finzione – significa che ogni genere generazione generarsi (non soltanto la loro rappresentazione e rappresentabilità sostituibilità finzionalità…) di moltitudine è un processo politico…?
Quale scena di singolarità riconoscibile potrà ‘contenere’ la relazione a una finzione moltitudinaria?
Se la moltitudine dipende dalla disponibilità permanentemente in atto di una crisi e di una critica della sua stessa riduzione a una finzione: se la moltitudine è una interruzione: tuttavia moltitudinaria non è la finzione di una vuotezza creativa: di un alveo immaginabile come se a prodursi fosse una disponibilità: quasi una eredità che lasci un vuoto di rappresentazione, in cui allocare un progetto di produzione e di azione; di finzione attiva…; né moltitudinaria è la finzione di un riferimento dell’interruzione stessa: una moltitudine interrompe: ecco! Ma: ciò che è interrotto da una moltitudine, è la pretesa (sia di una moltitudine sia di un potere) di una consistenza?
Una moltitudine è l’incaricarsi di una finzione assai pericolosa per ogni soggetto oggi separato dalla sua stessa desoggettivazione mai come oggi consistente? L’incaricarsi, anzi, il portarsi attraverso la duplice negazione: quella che interrompa sia una unificazione sia una separazione?

Essere-come-moltitudine, allora, significa essere in potere della propria finzione che ogni giorno metta mano alla sua interruzione?

Perché ci sia moltitudine, allora, basta che la storia finga una scena, entro la quale uno (un senatore…) lamenti che un altro (un tribuno…) resti incontentabile, pur venendo, di volta in volta, le sue richieste esaudite: e minacci l’incontentabile che abbia chiesto aperture di porti e concessioni di salvezza salute sicurezza: spazio: fino a che punto di una pazienza si possa abusare…?

O perché ci sia moltitudine, basta che si possa rappresentare una scena per cui “È esattamente ciò che è accaduto in Francia per i sans papiers. La legge definiva dei criteri, e tutto il lavoro è consistito non nell’invocare un principio di ospitalità generale, ma nel mostrare che tutti i criteri producevano delle situazioni che non corrispondevano più a nessuno: gente che non si può espellere, irregolarizzabile… Alla fine, la strategia delle associazioni è consistita nel mostrare che si poteva demoltiplicare (dividere) i criteri in modo che nessuno corrispondesse esattamente all’alternativa tra clandestini e regolari.”?

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