Le parole per ricucire l’esperienza: “Una perfetta vicinanza” di Fabio Ciriachi (Coazinzola Press 2017)

Fabio Ciriachi, Una perfetta vicinanza, (Coazinzola Press, 2017), pp.292, € 18

Di MARIA GRAZIA TONETTO

Se Uomini che si voltano (Coazinzola Press, 2014) esplorava il soggetto in quanto parte della storia del Sessantotto e del suo lascito, il romanzo di Fabio Ciriachi Una perfetta vicinanza esplora l’universo ultraprivato dei legami amorosi sullo sfondo delle pubbliche relazioni messe in gioco da Facebook e dai media. Lettere, sms, scrittura dei social sono i mezzi attraverso cui Ciriachi indaga le falle di una comunicazione che, mentre pare connettere, isola Cristiano Distansi, il protagonista, nel suo universo, di cui il diario costituisce lo specchio.
Ciò che colpisce in questo romanzo non è la disamina dei sentimenti, bensì il suo oscillare pericoloso tra il nulla e il tutto, tra una gigantesca intuizione del cuore cavo di tutte le cose e la sovrabbondanza imponderabile della vita. Di questa ambivalenza fondamentale la vagina di Vanessa è simbolo centrale, pienezza esperita e poi allontanata per essere riguadagnata attraverso il filtro protettivo della scrittura: l’unico durevole benessere, porto rassicurante, che salvi Cristiano. L’opera si apre con il racconto del dolore ruvido e irritante di una vita presa in un vicolo cieco, colto nel cozzare del suo non-eroe contro la compresenza di elementi numerosi e disparati – come “città notturna e campagna assolata” – quasi tutto stesse per andare i frantumi pur chiedendo ostinatamente di essere ponderato e condotto per mano al suo significato. Quel dolore rabbioso si placa alla fine del romanzo, mutandosi in accettazione della natura frammentata e fondamentalmente scucita dell’esperienza.
Il tema della scucitura è un leitmotiv essenziale dell’opera. A più riprese Ciriachi allude al dono delle circostanze casuali che, se seguite, conducono non in qualche luogo significativo ma “da un qui a lì di quotidiano disinteresse”. Dunque, dopo tanto descrivere, scandagliare, meditare, ponderare le circostanze e gli eventi, al lettore non si offre una loro magica coesione in un tutto ordinato, ma l’ostinata resistenza dell’irrelato. Anche i singoli gesti, nella perfezione della loro insignificanza, sembrano staccarsi dall’ordine cronologico per essere restituiti a una loro abbagliante meravigliosità da non sequitur. Gli eventi sono così un puro pretesto alla scrittura che, contemplandoli, li fa apparire nel campo fenomenologico del lettore a scapito di un sovrabbondante resto che viene condannato al silenzio. Da una parte ciò suggerisce il carattere disperatamente incoerente dell’esperienza, dall’altro l’arricchimento costante che dalla contemplazione attenta del frammento scaturisce. Tramite la struttura degli interludi, commento essenziale alla forma romanzesca che via via si va costituendo, si intuisce che “cangiando i colori le cose cominciano a esistere, appaiono” o, come Cristiano pensa, “nel concepire un testo, […] ciò che appare […] si aggiunge all’esistente […] e il tanto [si] condanna al silenzio”. La scrittura del frammento che sostanzia il romanzo costituisce dunque l’equivalente del fantomatico ritratto de L’uomo che resta: per un magico quanto casuale gioco di selezione le cose cominciano a esistere e appaiono nel campo romanzesco e la divagazione si fa vera trama di ogni possibile scrittura.
Altro tema dell’opera è senz’altro lo scomodo soggetto del decadimento fisico. Fosse solo tale, esso non scalfirebbe di molto il protagonista. Tuttavia, la rovina del corpo viene esplorata nel suo contrasto con il desiderio di non uscire dal novero degli attanti dell’esistenza, mentre quel degradamento ripete ostinatamente che il gioco è ormai per altri, nonostante il miracolo dell’amore senile ricambiato e il fatto che sia proprio il protagonista che rifiuta alla fine le attenzioni dell’inarrivabile Vanessa. Perché, però? Per una sua percezione di fragilità rispetto alla violenza dell’amore, dovuta appunto a sopraggiunta rovina delle sue abilità di sopportazione. Il tempo, dunque, di nuovo.
Nonostante affronti amore e tempo, il romanzo non si sofferma sugli amori del passato, ma solo su quelli del presente: il presente sempre più breve della senilità. L’amore per Vanessa, si è detto, e l’amore per il figlio Massimo. Entrambi si sostanziano di fatica, fatica di essere pienamente presenti, fatica si sopportare la distanza. Unico piacere in entrambi, quello di trovare parole per colmare la distanza, tramite la comunicazione via Facebook e via sms. Vi è poi l’amore liberato per la madre malata e costretta a letto, che Cristiano condivide con la badante. Esso si è fatto tenero e comprensivo perché ora sono più le similarità che Cristiano condivide con l’anziana che non le differenze. Amore solo accennato è quello per la figlia ormai più che quarantenne e per la donna che l’ha generata, residui di un’altra vita che lo sguardo profondo e chirurgico del protagonista condanna al silenzio, arbitrariamente.
L’amore di Cristiano è sempre, paradossalmente, anche materno. Quello amaro per Arlette, madre di Massimo, è l’altra faccia delle relazioni liberatorie che il romanzo esplora. Una lunga sezione dell’opera si concentra sulla crescita di Arlette, sul suo accedere alla condizione di donna, mentre Cristiano torna all’età indefinita che la parentesi rosa del rapporto con Vanessa miracolosamente gli concede. Analoga riflessione è dedicata alla crescita arrestata di Vanessa, bloccata in una ripetizione di natura traumatica, che la conduce a ricercare una relazione con un uomo-padre o un uomo-nonno, finanche un uomo sposato, padre di altri, che continua a ferirla quantunque suo “per diritto animale”. Se la donna, come è stato detto, fa sempre nascere l’uomo che ama, l’uomo, sembra dire Ciriachi, può far crescere la donna che ama. O almeno ci prova. Ma Vanessa? Non Vanessa, orgoglio e perfezione. Il personaggio si ribella costantemente ai tentativi dello scrittore di afferrarne l’intimità e, in uno dei più bei passi del libro, la donna-io, l’inarrivabile “incidente dopo cui continuare”, si dichiara inesistente doppio della donna reale rinata nelle profondità dello scrittore: “Prendimi dentro di te, fammi sentire come ama chi nel ricordo è amato, […] giurami per perdono, per la vita, che la tua mano uccide e non consola”. Parla così, Vanessa, con la lingua marziale della donna che tutto dà e tutto vuole.
La trama degli interludi, commento a tutta l’opera, trova una sua conclusione alla fine del romanzo. L’epilogo, alquanto inaspettato, ribadisce l’idea dell’opera scucita, “che dispiega il suo senso attraverso gangli non comunicanti” e ne svela la funzione di analogia del mondo globalizzato, ove tutto pare essere connesso ma la comunicazione rivela da vicino le sue profonde crepe.

 

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