Selenia Bellavia, poesie e testi dalla raccolta inedita “Generazione X”

Selenia Bellavia

 

Di SELENIA BELLAVIA 

GENERAZIONE X

Una mobilissima inoperosità. È la collocazione instabile d’una generazione che non si dà se non per onde, per disturbi. Un’idea di behaviour esitante fra il new traditionalism dei “Baby boomers” e la multimedialità precaria dei “Millennials” carezzata da un compiacimento nostalgico delle infanzie anni ’80 in boom economico e dal paradosso di schernire l’epoca oggidiana con una aggressive-non-participation.
Incagliata fra il bisogno d’ordine della generazione boomer, vecchia ma presente in ogni dominio socio-culturale che ha reso invisibili e innominabili i propri figli e, insieme, raggelata nel rifiuto, più o meno consapevole, delle utopie illusorie dello scorso secolo private delle motivazioni a cambiare il mondo, la X dei senza nome è quell’incognita saputa che viene a sopravvivere come un stand by schiumante, di tanto in tanto, colpi di concetti e di visioni: una sorta di “chi vuole intendere intenda” entro una rassegnata accettazione del venir meno delle possibilità con un disincanto quasi naturale.
Compressa dalla saturnalità dei boomers, che perdura digerendo la propria eredità in una cristallizzazione stereotipata di valori e d’impressioni, la generazione X si trova a esistere senza presupporre una futurità se non per quel tanto affinché abbia luogo una sorta di rimbalzo, ma non essenziale, senza dover passare dal periodo hippie a quello yuppie, senza portare in grembo un je-accuse a un’ascendenza già ipertrofica e mai abdicante. Piuttosto, l’accompagna a lato come se il boomer fosse un bambino stanco che però non vuol dormire, come si facesse madre di sua madre senza l’apologia del ventre.

*

Da sempre era di casa
per tanti forse fredda ma
nessuno l’aspettava. Volevano
chiamarla sconosciuta X
del mondo perché somigliava
ai floppy dell’infanzia.

Per scrollare le sue spalle
non serviva
una camicia tipo ’80.

Era già tardi.

Però
la rete wireless
prendeva nella stanza
come fissando quel domani mitico
dove i falò d’agosto
risuonavano di grunge
assai convincente a chi portava i segni
d’uomini nutriti da impressioni e
metamorfosi, da certe faccende.

*

Se non fosse la memoria

stata polvere di strada

una laringe

questa cicatrice
analfabeta

ch’era musica alle risa
un noi legato sperso
animale-senza-corpo

avremmo anche dormito come
profili egizi oppure santi
a camminare
forse già preistorici
ma noi ricordavamo.

Noi
non cercavamo niente.

*

L’anticiclone baltico
stasera
allunga la sua ombra
come un occhio
adolescente sul palazzo
verde
verticale.

Dietro ogni finestra
un telefilm di cult
massacra un poco
qualcheduno. Un’altra piccola
toccata di nostalgia.

Un giorno lo diranno che non era
il sonno quella pubblicità
infinita, che ci serviva un jingle
per rinunciare
alla vecchiezza
canticchiando
una minuscola smorfietta
d’ontologia.

*

Certe solitudini inventate
per la disposizione
a vivere d’impulsi a volte lirici
espandeva
nostre iper-visioni monologiche.

Forse erano i resti di una
philosophia che ci giocava
a ruolo
oppure era un controller
il più massiccio Emone
a rimediare
piccoli nirvana
quasi fosse nato fra due mani
il buco formidabile dell’Es.

*

Tra una luce e un’altra
si lisciavano i millenni
come le figurine sopra l’album

e quando le pareti
ricopiavano bandiere al ‘900
poteva capitare di sentirli
anche gridare
come giocando a sbranare tutto
o da una rupe
al vuoto
quasi precipitando. Poteva capitare.

*

Fin dove s’allungavano le mani
confusamente altrove
era una festa di sciamani
a celebrare un dio soggetto
come resina omeopatica
d’Ippocrate.

Fra noi e il sole
un altro spazio
già ci somigliava.

Era di favole e di emoji
e rivestiva
super-dimensioni alle cortecce
in pezzi di un’essenza
elettrica
aumentata.

Di tanto in tanto
sognavamo.

Era improbabile un log out.

*

Poi si viveva
ultramoderni.

Giungevamo dai robot
d’acciaio, dalle mani
nere per l’inchiostro

reggevamo isole e macerie,
profezie compiute, la nascita
di lemuri o di cesari come
uno stesso
campo di Caronte.

Il punto di ripristino era
una crema di cacao e nocciole.

Ripassavamo certe sitcom.

A volte
spegnevamo la televisione.

*

Al di là dell’epoca indolente
una tribù esiliata
procreava
minimi prodigi
forse dimenticando
ciò che aveva il mondo
al di là del secolo.

Però ci raccontava.
Eravamo il play narrato
da questo strumento. E

cantava il nostro device
come un traghetto
spinto
in dentro all’Io.

Una forma di principio.

La mischia scesa
all’uno.

Un’altra data nascita
all’Invio.

*

Quasi affidando un bel respiro
anarchico alla possibile esplosione
d’una babele ariosa
potremmo anche lanciare
il suono capitale
d’un altro slogan astuto
e ci riuscisse
un giorno
d’incendiare nostra
una battuta diavola
più rossa colorata all’uni-posca
scioglieremmo il sole
in un gettone d’epoca

versando
una brevissima
scheggetta di nonnulla

per non poter morire
già cadendo. Forse
innalzeremmo il prezzo

al firmamento.

*

Quante volte ci tornava
infusa d’un ricordo
l’edera nelle fotografie d’inverno
a spendere

un surround più minerale
nei sussurri minimi del giorno, in mille
dèi tonanti
il sacrificio spinto del subwoofer, nella
corposità sfrenata di Medea – la sua
premura come

spoiler della fine quando rispondeva
a caso
una costellazione e quante volte
dominava un sole
enorme
sconosciuto.

*

Fra un momento
ci spettava essere, forse domani. Non
si parlava
face to face né si fumava
nascondendo
il più brutale fondo
nella caricatura
così viva da battezzare
al quanto l’esattezza della carne
nata fra un momento, forse domani.

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