Il bullo e il prof: storie di ordinaria scuola?

La testata del bullo al professore di Lucca

Di LUCIA RAVERA

L’abbiamo visto tutti il video del ragazzo di Lucca che inveisce contro un professore, comandandogli un 6 a registro. La mia reazione è stata di sgomento e rabbia. Ho però letto sui social anche le repliche di tantissime altre persone che, di fronte a questo episodio esecrabile, hanno pensato diversamente. Alcuni, per fortuna pochi, hanno abbracciato la spavalderia, l’arroganza e la tracotanza del quattordicenne. Un numero consistente ha condannato la fragilità del docente, incapace di reagire con vigore all’azione dichiaratamente intimidatoria del bullo. La scuola, ancora una volta sul banco degli imputati, si trova a dare conto delle sue mancanze, delle sue inefficienze, dei suoi minus. Il prospetto, visto da questa angolatura, appare binario: da un lato i giovani in preda ad attacchi di violenza e onnipotenza, contro le istituzioni; dall’altro l’istituzione, appunto, e nella fattispecie la scuola, che non sembra essere più all’altezza del suo compito. Credo sia riduttivo, ingiusto e pericoloso “risolvere” l’analisi della questione ricorrendo a una giustificazione così poco realistica. Credo che tra questo esercito di ragazzetti senza radici e una scuola che certamente possiede delle pecche, vadano chiamate in causa responsabilità e ragioni grandi come il mare. Io sono francamente stufa di quest’usanza a semplificare e condannare massivamente. Mi dissocio dai processi sommari e spesso incompetenti, mentre esorto ciascuno, secondo coscienza, a conoscere, provare a comprendere, trovare tavoli di discussioni e soluzioni percorribili, prima di sparare da una parte o dall’altra. Le teste non sono la scuola o i bulli di turno. Qui a rischiare di cadere ammazzata è un’intera società con i suoi valori (affossati) fondanti. Da dove cominciamo? Iniziamo proprio dalla paura di un insegnante che, minacciato e aggredito, istintivamente decide in quel preciso momento di restare inerme. Sì, poteva sfoggiare la sua autorevolezza e, magari anche l’autorità del ruolo che incarna, invitando con la voce alzata l’alunno a tornarsene al posto, dicendogli robe del tipo: “lei non sa chi sono io”, oppure: “ma che stai dicendo, cretino, vatti a sedere”, o, ancora: “ora ti porto dal preside e quindi ti querelo”; eventualmente avrebbe potuto rimembrare e sfoggiare per quella specifica platea di minorenni minorati (e plagiati) una delle risposte “pedagogically-correct”, no? Vi illudete davvero che il delinquente davanti al suo naso avrebbe abbassato la coda? Io lo escludo a priori. Mentre non escludo affatto che avrebbe potuto verificarsi un’escalation ben peggiore: violenza fisica, coltelli o sedie volanti a fracassare corpi. Io parto da altrove, dunque. E l’altrove è il bullo. Da dove arriva sto bullo? Lo ha forse prodotto la scuola? E la scuola, parliamone, da quando in qua ha come missione quella di recuperare potenziali o reali teppisti? Ecco. Tra la scuola e questa degenerazione di gioventù che si è bruciata il cervello sono convinta ci sia in mezzo la società con tutte, nessuna esclusa, le sue componenti. Perché alla scuola non si riconosce più la funzione che le appartiene per diritto e vocazione? Quella di formare i futuri adulti attraverso lo studio? Secondo me perché, al di là di professori scarsamente vocati, che pure esisteranno, dalla scuola si pretende ciò che non le tocca e, laddove quest’ultima si prova con una immane fatica a lavorare sui casi assurdi di inciviltà, mettendo a disposizione risorse e materiale umano, be’, carissimi giudici della domenica, la scuola è SOLA, isolata, abbandonata, kaputt! Vogliamo allora, finalmente parlare delle famiglie, dei sedicenti genitori? Dove sta questa fetta di società? Dove sta il patto sociale tra scuola e famiglia, necessario e indispensabile per crescere i fanciulli? Eccolo, il gap, uno dei gap per lo meno, su cui è nostro dovere interrogarci e quindi dare risposte, che possano essere di supporto. Mamme e papà dovrebbero imparare a guardare i propri figli, a seguirli. Non lo fanno da tempo, troppo tempo, troppo impegno. Meglio assecondarli, vero? Meglio chiudere un occhio. E perché no, aizzarli contro la classe docente. A volte sono gli stessi genitori che non tardano ad arrivare ai colloqui per dare qualche sberla al malcapitato prof. Perché succede anche questo. Il patto sociale è una grande conquista. Per metterlo in pratica bisogna che ogni tassello della comunità faccia la sua parte e le parti sono quelle dell’alunno che deve fare l’alunno, andando a scuola, studiando e onorando le regole e le gerarchie, nonché i propri compagni; del genitore, cui spetta l’educazione dei figli e la cura e la salvaguardia nel rispetto dei principi elementari della convivenza; della scuola, che deve conservare la prerogativa di insegnare ai ragazzi lo scibile, aiutandoli in percorsi paralleli di consapevolezza, insieme, e sottolineo insieme, al grosso sforzo della famiglia. Se un ragazzo minaccia un professore, al punto aberrante di atterrirlo, la responsabilità è del ragazzo, che va punito, tenendo conto che dietro quel ragazzo c’è una famiglia, una non famiglia, un’assenza di famiglia, un aborto di famiglia! E come va punito (e recuperato!)? Io mi affiderei alla concertazione guidata e opportunamente valutata tra la scuola, la famiglia, gli ambiti psicologici e legali (il patto sociale esteso!), altro che sospensione. Torniamo però al professore che si è spaventato. Qual è il compito del professore? Insegnare, ripeto, insegnare o cauterizzare un bullo invasato, che con ogni probabilità si è tosto calato qualche schifezza in bocca o dal naso? Non è questa, perdonatemi, la circostanza (ennesima) di processare chi per professione e, in buona misura, per passione, fa l’istitutore. Si punti il dito per altre questioni, sulla scuola e il suo corpo, ma che siano possibilmente lecite, attendibili e sensate. Per il resto. Una grande vergogna, dinnanzi alla quale non si può restare impalati ad assistere o a blaterare. Occorre riparare.

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