Lo stato delle cose nella poesia di Per Aage Brandt

Per Aage Brandt, “Le antenne dell’Homunculus”, Coazinzola Press 2017

Di MARCO CAPORALI

Piccolo uomo o uomo dotato di poteri soprannaturali, l’omuncolo è l’alchemico frutto di quello stato delle cose, delle cose così come sono, di cui offre testimonianza Le antenne dell’homunculus, scelta antologica di poesie di Per Aage Brandt (a cura di Eva Kampmann) pubblicata da Coazinzola press (€ 16, pp.175), casa editrice sabina diretta da Riccardo Duranti. Spregevole eppure dotato di poteri straordinari, o forse spregevole proprio in quanto dotato di tali poteri, l’omuncolo capta, per mezzo delle antenne, quel che accade in se stessi e al di là di se stessi, dal fondo di sé e delle cose, in un vertiginoso gioco di scatole cinesi, l’una nell’altra sempre più minute, fino a una supposta entità indivisibile, osservata con distaccato stupore. Il punto di vista resta punto di vista, in una poesia essenzialmente laica che non presume in sé un assoluto ma una possibilità fra le tante. L’irriducibile integrità della persona, senza più dissociazioni né giochi a incastri, è il risultato di una visione delle cose che non si erge al di sopra delle altre. Il poeta presenta la propria materia, ne fa strumento e, tra sé e il dettato, rimane un margine, come volesse esporre molteplici verità e modi di essere, non il modo e la verità. Eppure, tale visione laica, tale sguardo ironico – a tratti divertito – non impediscono al testimone d’essere parte in causa, lacerato dall’impossibilità di incidere sulla fluida superficie delle cose.
Ci informa il risvolto di copertina che Per Aage Brandt, poeta danese nato in Argentina nel 1944, conosciuto finora in Italia solo per alcune pubblicazioni su riviste e antologie, insegna semiotica ed è pianista jazz. Questa sua natura di jazzista e studioso dei segni traspare nei versi, nel gusto per la divagazione in cui la poesia si dà come di passaggio, in transito verso qualcos’altro, al pari di tutti e di tutte le cose, transitanti per breve tempo su questa terra. Il discorso rimane a volte sospeso, senza poter raggiungere lo stadio di discorso concluso, senza potersi esaurire e completare ma restando in uno stato di parentesi, di domanda su quanto siamo condizionati nel nostro scrivere, su quanto siano davvero nostri quei segni sulla carta, quei cenni e quei rapidi accordi, il tempo rivissuto, la fonte a cui attingere. Domande che sul filo del paradosso e del disincanto, in cui l’aspirazione verso il trascendente parte da dati concreti, organici, affrontano questioni troppo decisive per tentare di risolverle in un approccio frontale. Questioni semmai da accostare con discrezione, in modo allusivo, ricco di sottintesi. Per quanto poi la verticalità ci afferri soprattutto nelle chiuse, che raccolgono come in un mazzo il precipitoso susseguirsi degli accordi, il disinvolto fluire delle improvvisazioni. Ci si può abbandonare agli automatismi (e oltre la coscienza, in uno stato onirico vive l’homunculus) perché si ha chiara la meta, che spesso coincide con una denuncia dei mali del mondo, delle insostenibili violenze su cui si chiudono ogni giorno gli occhi, degli alibi e delle ipocrisie con cui abitualmente si convive. Affiora una condanna esistenziale nella comune responsabilità.
Lo sguardo di Per Aage Brandt si mantiene lucido nell’abbandono a una lingua in presa diretta sulle cose, quasi dettata, aderente al parlato, all’urgenza del dire, alle libere associazioni, sempre mantenendo il filo di un discorso, il rigore del ragionamento. Una lingua a cui la fedele traduzione di Eva Kampmann riesce a rendere giustizia, mettendo a frutto le intrinseche risorse poetiche dell’italiano, con soluzioni sempre appropriate, incisive e talvolta sorprendenti, unendo, dote rara, alla sensibilità linguistica la profonda conoscenza della lingua immissaria. Una lingua in cui le aspre spezzature a fine verso fanno come il contropelo all’andamento prosastico, che senza pena per l’enunciato potrebbe volgersi in prosa e in cui nessun elemento domina, s’impone sul fluido snodarsi del discorso. Gli stessi titoli sono posti discretamente a lato, in basso tra parentesi e in caratteri minuti, come annotazioni a margine, riservandosi di offrire qualcosa di ulteriore anziché sovrastare, arrogandosi un ruolo preminente sulla scena, in cui “io libero/ una rosa dipingendola”. Atto liberatorio (e rivelatorio per lo stesso artefice) dell’arte, coscienti che l’esistenza non è “ben accordata come il mio/ misericordioso piano” ma “smarrita come/ le coltri lacere della nebbia”. E “mentre il battello scivola sul fiume scintillante verso la cascata”, in un elogio della superficie, sospettando le insidie dei fondali, la riflessione salva, imprime una direzione, fa della lingua strumento. È forse nel coesistere di obbedienza a un dettato interiore e di ragionamento, nella compresenza di desiderio e raziocinio, di istinto e logica, di pulsione desiderante e raggelante presa d’atto dello stato delle cose, la peculiare cifra stilistica di un poeta che non lascia prevalere né “il sussurro” né “l’urlo”, come dichiara nel postscriptum Un’idea di poesia. Il tutto in una forma-pensiero, in una griglia che si ripete pressoché uguale di raccolta in raccolta, come un abito imprescindibile, la propria indiscutibile e insostituibile veste, una forma di sé. E si può essere in sé solo quando si apre la visione dell’altro. Nel momento in cui si perde la visione dell’altro si afferma la propria dissociazione, anche da se stessi ci si allontana mentre a se stessi ci si rivolge. È tale quindi la natura della poesia, un’apertura a sé a agli altri. Ed è “una sensazione di fondo di solida realtà e la possibilità di/ cambiare punto di vista, quando quest’ultimo si è consumato o ha solo/ bisogno di una pausa” che la poesia ci dona, l’essere nelle cose, il senso di realtà, detto con l’ironia, il giocoso disincanto e l’understatement congeniali a un autore che intende la scrittura come contaminazione, crocevia di linguaggi. La poesia non è pratica di anime belle, non promette né orgogliosamente si eleva a contemplare dall’alto il paesaggio di rovine. Si sporca le mani e partecipa al crollo, ne è parte, non si tira fuori, e alternando commiserazione per la miseria umana a momenti di vitale pienezza, di pausa dal tempo, memori di un prima del tempo, tra denigrazione ed elevazione permette di captare, di cogliere un senso al di là dell’abituale insensatezza.

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