Elezioni 2018: il M5S, il “voto di protesta” e il fallimento della Sinistra

 

Di FRANCESCA BRENCIO

Quasi tutti ci siamo catalizzati sui risultati elettorali nelle ultime 24 ore ma non così tanti hanno prestato attenzione a questa campagna elettorale, fra le più terribili e basse che io ricordi, fatta a suon di insulti, grida, minacce, selfie e fake news. La retorica acchiappa voti non ha risparmiato nessun colpo e si è sperticata in una serie di programmi di difficile e dubbia realizzazione – il reddito di cittadinanza è la prima proposta che mi viene in mente. È stata una compagna elettorale in perfetto stile “società dello spettacolo”, in cui chi parlava con pacatezza e senza cadere nel turpiloquio, proponendo contenuti non banali, è stato tacitato o segregato a fanalino di coda dei grandi leaders del momento. Che il senso del decoro la politica italiana lo abbia perso da tempo è cosa nota e forse non servono gli “uomini nuovi” della terza repubblica a riportarlo in auge i quali, al di là delle buone intenzioni accompagnate da una certa dose di presunzione, hanno tinto di giallo mezzo stivale, allo stesso modo di come non è utile alcuna forma di nostalgia politica: il romanticismo non aiuta a governare, forse potrebbe aiutare a capire con autentico spirito critico i propri fallimenti, eppure per andare verso questa direzione occorre non guardare il proprio ombelico pensando che sia il centro del paese, piuttosto guardare la realtà che circonda questo ombelico nella sua drammatica chiarezza. Per essere ancora dei romantici servono contenuti e non demagogia.

“Voto di protesta contro una sinistra incapace e frammentata”. Questa è la litania che leggo scorrendo la mia home di Facebook il giorno dopo le elezioni. “Il M5S è un movimento di gente onesta che saprà non fare inciuci e onorare la fiducia dell’elettorato” – leggo ancora. Chissà se coloro che credono così fermamente nella purezza di questo partito e nella capacità di questi “uomini nuovi’ si siano mai accorti che non esiste un potere buono e puro – né politico né di altro genere. Chissà se, sempre costoro, si siano mai accorti che non basta essere una “brava persona”, capace di svolgere il proprio mestiere bene, per avere competenze politiche e capacità di governo. Chissà quanti stamattina riescono a ricordare che il M5S non si è presentato in aula al momento del voto per lo ius soli facendo crollare la possibilità di un diritto che è “politico” per eccellenza.
Che il M5S raccolga i delusi del PD, i nazionalisti moderati – quelli che non ce la farebbero a votare direttamente Salvini o la Meloni, però lo slogan “prima gli italiani” piace tanto – e si faccia portavoce della sofferenza delle persone non è un mistero. Non sono stati votati dagli analfabeti – come ho letto in più di un sito e giornale – ma dalle persone stanche di non sentirsi adeguatamente rappresentate e tutelate. Si sono presentati sullo scenario politico come un vento fresco con cui dare speranza, come se bastasse essere animati da buoni intenti per governare (no, cari, non basta) ed essere onesti fino al midollo (i recenti casi di indagati fra le fila del partito li ha svergognati). Hanno cavalcato la questione immigrazione quasi in controcanto con il leader leghista ed oggi, insieme alle forze di destra, potrebbero governare il paese, quelle medesime forze di destra che a Macerata, dopo la recente sparatoria da cow-boy di Luca Traini, ha avuto la maggioranza.

Per costoro il PD ha rappresentato l’incarnazione del male assoluto ed è davvero difficile non convenire con gli sviluppi che il partito ha preso negli ultimi dieci anni. Non serve insistere sui nomi dei suoi più noti rappresentanti alimentando l’attitudine all’odio o la gogna mediatica. Credo piuttosto serva un altro tipo di riflessione. La cosiddetta “terza via” – cioè una sinistra che fa l’occhiolino alla destra ed è incline a declinare il liberismo (con le sue pericolose derive) nella retorica del bene per il paese – ha fallito. E non ha fallito ieri con il risultato delle elezioni italiane, ha fallito con Clinton, Blair e Schroeder. Quel che è accaduto in Italia è solo l’ultima manifestazione di questo fallimento la cui lezione dovrebbe, più che promuovere conferenze stampa dal tono presuntuoso e procrastinatore, insegnare che questa via non va ulteriormente seguita. Non credo realistico scomodare le vecchie rubricazioni di sinistra per trovare la ricetta magica a questa operazione di smantellamento, piuttosto trovo interessante capire perché oggi in Europa la sola sinistra che regga sia quella di Corbyn – che qualche nome noto del PD ha tanto deriso alle ultime elezioni inglesi – e capire in che modo quel tipo di sinistra si sia messa in gioco per diventare credibile. Di quella sinistra – che parte dal basso, che non scende a compromessi con le destre e non insegue le loro orme, che punta su istruzione e integrazione, che se ricordasse la Costituzione partiti come Casa Pound o Forza Nuova non potrebbero non solo candidarsi ma soprattutto esistere – in Italia c’è bisogno per costruire lo spazio politico. Chi non si muove, non sa rendersi conto delle proprie catene, scriveva Rosa Luxemburg.

Il “divide et impera” ha sempre funzionato in politica perché le persone non riescono a comprendere (forse per mancanza di educazione politica, di strumenti, di conoscenze, di sensibilità – scegliete quel che volete) che la capacità “politica” è quella di creare lo spazio tra le persone, di riunirle insieme, di metterle in relazione, di integrarle e farle sentire comunità. Il “tra” tipico delle relazioni è stato azzerato da molti anni dalla politica, ormai incline a dividere manicheamente l’umano in tutte le sue complessità in un “noi” e un “loro”. Molti argomenti si sono prestati per accendere queste divisioni ma sicuramente è stata la questione immigrazione a fungere da elemento acceleratore. In questa operazione il M5S, come la coalizione di destra, ha dato il proprio importante contributo.

Permane tuttavia un postulato fondamentale: nessun potere è buono e puro – per definizione. Ogni delegittimazione del medesimo – sia a sinistra che soprattutto a destra – va bene, quando serve ad imprimere alla società un moto di miglioramento. Proprio questa operazione di delegittimazione dovrebbe essere il compito di chi ha fatto dell’esercizio del pensiero, dell’istruzione e di ogni forma di educazione spirituale il proprio mestiere – in politica non si ha bisogno né di padri né di padroni.

Se riuscite ad essere contenti oggi di queste elezioni le cose sono due: o siete degli inguaribili romantici o degli sciocchi senza cognizione.

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2 pensieri riguardo “Elezioni 2018: il M5S, il “voto di protesta” e il fallimento della Sinistra

  1. Cara Francesca, hai pienamente ragione; per questo, temo che il tuo riflettere sia condannata allo stesso destino di “inascolto” toccato ai pochi che, in campagna elettorale, hanno scelto il ragionamento invece dell’invettiva e delle fakenews.
    Quanto alla vocazione maligna del potere, anche di quello conquistato con le migliori intenzioni, la sua dinamica perversa – vero e proprio peccato originale, direi – è resa abbastanza esplicitamente da una pièce poco nota di Sartre, “L’ingranaggio”.

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