Sull’assenza di principi cosmici – di Umberto Petrongari

 

Di UMBERTO PETRONGARI

 

In questo saggio svolgerò delle riflessioni personali di carattere sia filosofico che politico. Invito il lettore a tener presente che ogni esposizione non può che essere schematica: sta alla sua intelligenza rapportarla alla realtà, mantenendo i suoi piedi ben piantati a terra. Lo dissuado inoltre dall’abbracciare le idee immorali esposte nel saggio, esortandolo a comportarsi in tutt’altra maniera (secondo il mio stesso punto di vista).

Un qualsiasi uomo coincide con il cosmo nella misura in cui tutto ciò di cui fa esperienza è riconducibile ai suoi soli sensi (le uniche facoltà di cui disporrebbe – ciò è sensismo – oltre alla memoria e all’immaginazione, alla fantasia). Le cose e le emozioni che ci trasmettono sono al contempo l’interiorità e l’esteriorità – organo e oggetto – di un essere senziente. Il cosmo è universalmente inesistente.

Vediamo come si caratterizza un mondo che ‘non sia’, nel modo più assoluto. Sarà tale che ogni possibile valore che possiamo immaginare non esisterà: sarà la nostra fantasia a delirarne la concretezza.

Non ha innanzitutto valore il nostro corpo da capo a piedi, non avranno valore tutte le restanti persone fisiche. In generale, se di principi non ve ne sono, non vi saranno neanche leggi, che sono quanto consegue da un principio. Se non ci sono principi non ci sono delitti, poiché non c’è trasgressione di leggi, non c’è il contravvenire delinquenziale ad esse. Nel far del male a noi stessi o agli altri si sarà dunque innocenti.

Se il nostro agire è contingente possiamo gratuitamente non adempire ad un nostro dovere, così come possiamo, altrettanto gratuitamente, non soddisfare una qualche voglia di diletto. Ad esempio, uno studente potrebbe aver voglia di svagarsi decidendo tuttavia di svolgere i suoi compiti, oppure potrebbe trascurare questi ultimi decidendo di divertirsi. Le due scelte si equivalgono poiché non se ne può preferire una a discapito dell’altra: il libero arbitrio consiste in ciò.

La maggior parte delle azioni umane vengono svolte per ottenere riconoscimento sociale. Tuttavia, quanto minore sarà il peso che conferiamo a quest’ultimo, tanto maggiore sarà la nostra abilità nel compiere questi tipi di azione. Ma possiamo anche astenerci liberamente e indifferentemente dal realizzare azioni del tipo suddetto, oppure possiamo fingere conformistica preoccupazione nel compierle, fallendole. Ma allora il condizionamento sociale non esiste: in ognuno dei tre casi appena esposti si sarà allo stesso modo liberi. È dunque inesatto parlare, ad esempio, di ‘mode’.

L’animale feroce che a suon di bastonate diviene un docile e obbediente animale circense, perde la sua furasticità quando non è più in grado di contenere e di affermare attivamente o volitivamente il dolore causato dalle violenze subite. Se è un’animale d’eccezione sarà incorreggibile: ma questo saggio verterà sull’esame di esseri viventi caratterizzati, perlomeno in alcuni frangenti, dalla ‘paura della morte’.

Similmente all’esempio della fiera da circo, la psiche e il comportamento di un uomo si modificano soltanto per una qualche ragione pratica. È per necessità che ci si addomestica. Ma quando tale necessità cessa di operare, di opprimere, saremo liberi di decidere se agire selvaggiamente o civilmente. Forse, la stessa mutata psicologia, cui sopra ho accennato, si manterrà inalterata fino a quando la necessità che ha operato tale mutamento si manterrà operante. Cambiare mentalità significa immaginare nuove possibilità precedentemente impensate. Ma con il venir meno dell’anzidetta necessità tale mentalità è destinata a divenire saltuaria e smentibile, contraddicibile, sempre secondo contingenza. E così, ad esempio, dalla sofferenza viene fuori l’Humanitas: ho parlato dettagliatamente di ciò in un mio breve saggio. In questo saggio mi limiterò invece a descrivere in cosa tale mentalità consista, facendo riferimento soprattutto ad Aristotele, in modo tale da esporre successivamente quanto la smentisce.

Per essa non solo esistono dei valori, ma essi si dispongono gerarchicamente: e così l’uomo avrà più valore di un’animale, quest’ultimo avrà più valore di una pietra.

Un valore ha congiuntamente carattere etico-estetico: qualcuno o qualcosa quanto più è complesso nella sua organizzazione e, grazie ad essa, singolare, differenziato, tanto più la sua anima sarà (per così dire) grande, avendo grande valore. E così un uomo dalla ricca personalità sarà più amabile o apprezzabile di un uomo dalla personalità più banale (si terrà più a lui che a quest’ultimo). L’animale, così come l’uomo primitivo, ne sarà completamente privo, essendo perfettamente alienato e omologato ad ogni altro suo simile.

L’uomo avrà un’anima anche per i suoi simili (ciò è il tratto più essenziale dell’Humanitas), l’animale avrà egoisticamente un’anima solo per se stesso.

L’animo umano comporterà l’avere anche un carattere, oltre che una personalità. Un uomo che sia davvero tale agirà sempre eticamente, sia secondo bontà che secondo giustizia ed equità, perlomeno con chi appartiene alla sua specie (anche se, nel caso della Grecia antica, il non-greco, il barbaro, veniva considerato alla stregua di un’animale).

Il superamento dell’alienazione animale, primitiva, viene anche a dipendere dall’invenzione umana delle arti. Se in natura si compiono gesti omologhi e ripetitivi, meccanici (o quasi meccanici), le arti fanno sorgere bei gesti – poiché difficoltosi e particolareggiati – oltreché efficaci. Il virtuosismo sorge per far mostra della propria differenziante bravura: il campione sarà più piacevole da osservare nelle sue gesta sportive piuttosto che uno sportivo dalle qualità mediocri.

Abbiamo parlato di valori e gerarchie valoriali, ovvero di differenze valoriali, ma anche di identità (riferendoci all’ ‘avere del carattere’).

Ebbene, in un mondo nichilista quale è quello in cui da sempre l’uomo è collocato, la sua identità, ossia la sua coerenza caratteriale, e la diversificante abilità o maestria di qualcuno (negli studi, nel lavoro, nello sport ecc.), non avranno in realtà alcun valore.

Cosa contraddice una gerarchia di valori? Quanto è indifferenziato, omologato, medio, mediocre, quanto viene preso in considerazione dalle statistiche, quanto è ripetizione, quanto non spicca, risalta (sia in positivo che in negativo).

Insomma, da quando l’uomo era un’animale primitivo, nulla è fino ad oggi mutato. Con la primitività, con l’animalità, ci si trova in empatia. Lo stesso vale per l’arbitrio, per via del quale rifiutiamo ogni tipo d identità caratteriale. Infine, l’uomo dell’Humanitas (l’uomo umano) e l’uomo bestiale, non essendo ad esempio caratterizzati da anime di diversa qualità, saranno riconducibili ad un identico modo d’essere. Come diremo, la loro sola differenza sta nel fatto che l’uomo primitivistico è autentico, l’uomo (apparentemente) umano rinnega la sua autenticità, mentendo a se stesso.

Ora, dal nichilismo non segue dunque, semplicemente, che ogni attività verrà considerata alla stessa stregua (per cui si può lavorare in fabbrica oppure, indifferentemente, si può scegliere di fare gli artisti). La diversità, la singolarità, l’originalità di un uomo, sia nella sua personalità, sia in ciò che produce (in ciò in cui si realizza), susciterà antipatia nell’uomo autentico, che invece apprezzerà un modo d’essere più banale e alienato: e nonostante tutto ciò che è ricco, articolato, oppure singolare e innovativo, sia più gradevole da esperire rispetto a ciò che è più insulso, scialbo e scarno.

Abbiamo dunque descritto un microcosmo che riproduce perfettamente l’assenza di ogni principio caratterizzante il macrocosmo. L’uomo è dunque nichilista, infrangente ogni principio che si possa immaginare. Tale il suo modo d’essere. E non possiamo che piacerci e apprezzarci per come siamo, per come ‘siamo fatti’. Solo fingendo e mentendo a noi stessi possiamo rinnegare tale nostra nichilistica natura.

Dunque, ogni principio è immaginario. Qual è dunque l’ultimo, il rimanente principio da negare, affinché la nostra indole (per così dire) delittuosa, lo sia del tutto, lo sia completamente?

Nulla dunque esiste: ma se fossimo coerenti con tale (assenza di) principio, saremmo tutti delle spudorate canaglie, senza alcun senso morale ed estetico. L’ultima delle azioni delittuose consiste dunque nel negare il fatto stesso che nulla esiste. Ipocritamente, la nostra condotta sarà del tutto diversa rispetto a ciò che ci diciamo d’essere (ad esempio, ci si dice cattolici, si va in chiesa, ma poi si commette ogni possibile misfatto). Ma l’unico modo per poter far quel che si vuole è abbracciare un modo d’essere superficialmente sentimentalista. Infatti, l’essere profondamente sentimentali porrebbe dei freni alla possibilità di commettere ogni nefandezza che sia immaginabile.

Ciò che piace dell’arbitrio consiste dunque nell’andarsi contro e nel contrariare gli altri. Lo yuppie che consuma a suo danno cocaina in festini, piuttosto che il malavitoso che, oltre a far del male (cosa che dunque ci và in fondo a genio), mette a rischio, in tale sua attività, la propria vita e la propria incolumità fisica, esprimono comportamenti auto-dannosi o auto-lesivi che suscitano grande attrattiva (ecco perché, ad esempio, vengono molto apprezzati i film hollywoodiani sui gangster).

Ma quanto a procurare svantaggio al nostro prossimo, non c’è mezzo migliore del denaro. Più se ne ha, più – perlomeno in linea d principio – possiamo abusare del nostro potere (corrompendo ecc.). E lo si accumula lavorando con sacrificio al solo scopo di aumentare il proprio potere (l’avere donne e stringere amicizie, anche e soprattutto vantaggiose, ne saranno la gradevole conseguenza).

Si è detto come l’uomo manchi in realtà di carattere (nonché lo rifiuta): l’uomo servile con i potenti e duro con i deboli verrà apprezzato in tale suo atteggiamento.

La mediocrità dell’uomo primitivistico si esprime in due particolari modi. Essendo un essere sempre spensierato (non ha – ad esempio e in primo luogo – cervello per pensare alle conseguenze negative delle sue azioni), tale sua spensieratezza si ripercuoterà in modo positivo nello svolgere le sue attività. Se la tranquillità d’animo favorisce l’essere intelligenti, di intelligenza ne avrà abbastanza da svolgere, perlomeno mediocremente, tali attività. Si tenga inoltre presente che alcune attività sono già di per sé mediocri, per cui, essere bravi in esse, non sarà poi così difficoltoso.

Il secondo modo in cui il suddetto tipo d’uomo esprimerà la sua mediocrità, consisterà nel seguire ferreamente tutte le mode del momento (nell’andare in vacanza, nello scegliere i suoi hobby ecc.). Ad esempio, il progressivo impoverimento dell’abbigliamento nella sua estetica, o comunque il fatto che, per moda, si vedono in giro persone vestite tutte allo stesso modo, anche se magari estroso, risulta congeniale alla sua indole di essere omologato.

Che un’intelligenza che spicca non abbia valore, è forse dimostrato dal fatto che, in una contesa dialettica, la prontezza e l’aggressività verbale hanno sempre ragione di chi ha espresso, nella disputa, le idee più brillanti.

L’habitat politico che si confà maggiormente all’uomo autentico consisterà in una società nella quale le varie sue qualità negative (sopra esposte) gli arrecheranno donne, amicizie, clientele, denaro, potere, protezione, sicurezza.

In una nazione abbiente (magari a discapito di molti altri popoli) e corrotta, poco funzionante (o funzionante quel tanto che basta a perpetuarla), l’uomo autenticamente nichilista vivrà al meglio. Umanitarismo e assistenzialismo accontenteranno perlomeno la maggior parte di detta nazione, in modo tale che in essa non vengano prodotti mutamenti politici positivi di rilievo. I cosiddetti ‘diritti umani’ o ‘civili’ lo proteggeranno quando commetterà dei misfatti: a monte di essi si nasconde uno strutturale sadismo di stato (o qualcosa del genere), che si compiace di opprimere gli ultimi e di favorire i criminali.

Ebbene, in un tale contesto socio-politico, non è affatto vero che serva un’etica per poter vivere al meglio: è vero esattamente l’opposto. In più non si deve avere umanità, pur essendo degli ipocriti.

L’etica è utile – anzi imprescindibile – unicamente in uno stato che la imponga a tutti. Come istituirlo?

Facendo in modo che le persone che lo compongono rinneghino se stesse, la loro nichilistica natura. Ci si deve vergognare per come si è fatti. Ma la vergogna non sorge in modo solipsistico. Per potersi avere richiede necessariamente che si sia almeno in due.

Non, tuttavia, che si sia necessariamente condizionati a provare vergogna: si può solo fingere di provarla davvero, poiché può sempre venir meno secondo contingenza.

Divenendo morali, non solo limitiamo il potere degli altri, ma limitiamo anche il nostro potere (a nostro svantaggio). Se infatti infrangiamo la legge ne paghiamo le conseguenze, quasi fossimo noi stessi a punirci per ciò che siamo (dunque, per ciò che abbiamo fatto). E anche chi guida lo stato ha contro di sé una massa di gente pronta a punirlo se non fa ciò che va fatto.

La morale comporta dunque che si rinunci a potere tutto ciò che possiamo: è una scelta gratuita sulla quale non si deve e non si può discutere. L’effetto della morale è la creazione di una società che salvaguarda al meglio la vita di ogni suo componente.

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