Scrivere il desiderio: un saggio inedito di Vitaldo Conte

Di VITALDO CONTE

“Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. È come se avessi delle parole a mo’ di dita sulla punta delle mie parole. Il mio linguaggio freme di desiderio” (R. Barthes)

La corporeità, negli ultimi decenni, assume una sempre maggiore rilevanza nei percorsi espressivi. La sua congiunzione di arte-vita è narrata anche attraverso pubblicazioni teoriche e letterarie: “Scrivo, e la scrittura riempie lo spazio della pagina: è e si fa corpo” (F. Rella).

La pelle, oltre a essere immagine fisica o anatomica, è anche metafora della società e dell’arte. Il Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde rappresenta una prima espressione moderna della paura di vedere la propria cute segnata dal tempo: metafora di un racconto della pelle come pittura nei suoi confronti fra la vita e la morte.

L’arte ci indica che la pelle non avvolge semplicemente il corpo, ma lo apre, lo scopre per poi rivestirlo, divenendo la tela bianca dell’artista e la pagina bianca dello scrittore, su cui esprimere il proprio immaginario di bellezza e creazione. Il tatto e il con-tatto, il tangibile e l’impalpabile, il reale e l’irreale, si coniugano sull’epidermide con il suo oltre.

La pelle è un organo di senso che rende ricettivo il corpo nei colloqui con il suo ambiente. Marinetti, nel suo manifesto futurista sul Tattilismo (1921), racconta la nascita dell’arte del tatto che apre la strada verso “paesaggi sconosciuti”. Invita a “scoprire nuovi sensi” e a rieducare il tatto, a lungo trascurato. Questi crea le prime tavole tattili, dette anche “viaggi di mano”, da leggere con tatto e vista. Sottolinea così l’autonomia dell’arte tattile rispetto alla pittura e scultura, aggiungendo che questa avrebbe favorito la scoperta sinestetica della creazione.

La pelle non costituisce solo l’estremo rivestimento del corpo organico: è anche un incontro con l’esterno e l’altro. Il corpo, quindi, non ha nella pelle il suo confine ma il suo inizio: su cui si possono esprimere le lingue della scrittura. Queste sono “mosse” da pulsioni molteplici, la cui molla è rintracciabile nel desiderio. Questo è un fuoco che libera i testi della creazione dai confini delle cornici e dei supporti come dalle significazioni verbose dell’immagine. La pelle si può tramutare così in carta, tela o partitura: da scrivere, di-segnare, suonare, dilatare in un estremo testo che vuole vivere fino alla vibrazione.

La “firma” stessa può divenire scrittura-folgorazione del desiderio, quando ognuno firma “gli oggetti del suo godimento… nel disordine dell’immenso Testo che si scrive senza posa, senza origine e senza fine” (R. Barthes). Firmare è un segno che impegna la totalità dell’essere e la sua espressione: è anche un “incidere”, forse anche un maledirsi. La firma desiderante è una segnatura che disperde, con il tempo, l’autore dal possesso della sua creazione, rendendolo errante e senza nome: “Perché, pensava Réquichot, non posso firmare, oltre alla mia tela, la foglia fangosa, che mi ha dato un’emozione, o perfino il sentiero dove l’ho vista appiccicata?…” (R. Barthes).

La dispersione come lingua di desiderio ha vocazione ad aprirsi e a contaminarsi con tutto. Firmare il proprio piacere può significare semplicemente “siglare” un supporto qualsiasi, concreto o astratto, anche destinato a una esistenza breve e precaria: come “tracciare” la sabbia, la neve, la terra, l’invisibile; “esprimersi” con il vento, il fuoco, l’acqua, il gesto; “iscriversi” nell’ombra, nel bianco e nel nero, nell’aria: “Dove si arresta la firma? Su quale supporto? Sulla tela (come nella pittura classica)? Sull’oggetto (come nel ready made)? Sull’avvenimento (come nello happening)?” (R. Barthes). Chi sigla, per esempio, un corpo come Piero Manzoni, quando firma nel 1961 il corpo di una modella come scultura vivente, non lo “riqualifica” solo come opera d’arte: lo firma anche come testo-supporto, scritto e dipinto con i segni e colori del corpo stesso.

Emilio Villa, nel suo discorso creativo con Piero Manzoni e le sue molteplici firme su supporti diversi (oggetti o corpi che siano), firma il proprio passaggio espressivo e di significazione: “… mi hai firmato – fermato, è vero, ma io te l’ho detto, te lo scrivo adesso, lo proclamo dal fondo che io sono già stato firmato, opera d’arte (…). Forse tu non lo sai ma è lui la firma di tutto. Firma la merda, firma i dischi volanti, firma la fuga universale. (…) tu però devi buttare la biro alle ortiche, tu devi firmare con l’anima”. Disperde anche la parola in visionari e agglutinanti percorsi d’immagine, anche liquidi. Le sue “sfere” alludono a espliciti significati sessuali: rappresentazioni, appunto, di Eros-Parola.

Il segno-parola, insofferente a esistere solo nei confini delimitati di una pagina o tela, può ricercare spazi “altri” per esistere: per esempio “scrivere sul corpo” come arte. Fra le possibilità trova la pelle del corpo come supporto: prezioso, mutevole, sensuale, dotato di un proprio calore e tatto. Calamita per lo strumento e la mano “che traccia” la segnatura desiderante.

La pelle, scritta o dipinta, può divenire una pratica erotica e ricerca interiore. Il rapporto di corpo-scrittura nasce nella tradizione calligrafica orientale, in cui il gesto dello scrivere diventa estensione di sé e incontro. Roland Barthes, in un viaggio in Oriente, scopre i piaceri della calligrafia come traccia fisica del corpo e unione di questo con il testo: lo “descrive” ne L’impero dei segni.

Il volto della piccola Nagiko, la protagonista del film I Racconti del Cuscino (The Pillow Book,  1996), viene segnato, con un poemetto augurale, nel giorno di ogni compleanno da suo padre, un calligrafo. Divenuta donna, il ricordo di quel gesto diviene desiderio inappagato. La induce a cercare un amante scrittore che sappia usare il suo corpo come carta: “L’odore della carta bianca / è come il profumo della pelle / di un nuovo amante / che è venuto a trovarti / all’improvviso… / E la penna d’oca? / Bé, la penna d’oca è come… / quello strumento di piacere”. La ricerca dell’amante calligrafo ideale “trasmuta” Nagiko da carta di pelle a divenire lei stessa “la penna”, usando il corpo degli uomini offertisi come pagine e capitoli di un libro: segnati “sulla carne come scrittoio” di erotica preziosità, fino all’esposizione estrema della morte. Questo film è stato scritto e diretto dal regista, pittore inglese Peter Greenaway. Questi, quando era adolescente, rimase suggestionato dalla storia di Sei Shonagon, una dama di corte dell’imperatrice (fine X secolo), nelle sue Note del guanciale (riflessioni e testimonianza sulla vita e società giapponese del tempo), che provava piacere nel farsi scrivere sul corpo ideogrammi dai suoi amanti, prima di poterla esprimere trent’anni dopo in un film. Attraverso questo coniugava due sue ossessioni: quella per il corpo e quella per la calligrafia.

Non mancano, nelle espressioni italiane degli anni ‘70, esempi di segnatura del corpo-pagina. Ketty La Rocca, in alcuni lavori, usa parole e una gestualità suadente per entrare nella segnaletica delle mani, del corpo, anche in chiave di comunicazione amorosa e interpersonale: attraverso la parola you, scritta sul palmo della mano. Guglielmo Achille Cavellini scrive l’autobiografia sul proprio vestito bianco (con cravatta, cappello, soprabito) e sul corpo di alcune modelle. Claudio Parmiggiani presenta, in Deiscrizione, uno scriba seduto con il corpo completamente ricoperto da ideogrammi e altro. Tomaso Binga diviene scrittura vivente con il proprio corpo, incarnando lettere alfabetiche.

Il corpo della scrittura desiderante è un viaggio nelle pieghe stesse della carne. Io stesso, teorizzando sul desiderio che voleva “debordare” dai limiti dei supporti, ho ascoltato e segnato la pelle di donne offertesi come pagina e tela. La mia parola teorica s’incarnava così in frammenti di poesia e arte che scrivevano il desiderio.

Il “corpo-testo” è una imprevedibile creazione che scrive le carte del desiderio. Può essere suggestionato, come nel mio caso, dal texte-désir di Roland Barthes. Io l’ho fatto diventare una visionaria “narrazione” di immagini da leggere in una mostra-diario. Il suo percorso si è svolto in due esposizioni: è iniziato da Scritturadesiderio dispersione (a Roma e Campi Salentina) nel 1999 per arrivare a Eros Pagina d’Arte nel 2010 (a Lecce). Ho voluto vedere, in questi appuntamenti, gli artisti attraverso opere costituite da frammenti, carte e appunti, poiché con queste espressioni potevano estrinsecare, maggiormente, le inclinazioni desideranti delle loro scritture. Come quelle dettate dall’amore: “L’altro di cui io sono innamorato mi designa la specialità del mio desiderio” (R. Barthes).

Questo mio viaggio del testo pulsionale attraversava la mia stessa scrittura (teorica, epistolare, artistica), ma anche gli autori (storici, segreti, giovani) che avevo avuto come riferimenti o compagni di percorso. La lettera come genere di scrittura ha sempre emotivamente coinvolto poeti e scrittori. Come due poetesse scomparse che ho presentato in Eros Parola d’Arte: la siciliana Mariannina Coffa (1841-78), “la capinera di Noto”, autrice delle struggenti Lettere ad Ascensio e la tarantina Giovanna Sicari (1954-2003), curatrice di un libro di lettere La moneta di Caronte (1993). L’espressione epistolare accompagnava le carte-lettere d’amore di alcune autrici che avevano condiviso momenti del mio viaggio d’arte: Malù Mantoan, Laura Baldieri, Tiziana Pertoso, ecc.

Le scritture e carte del desiderio sono espressioni sconfinanti: tendono a estendersi sulla pelle di ogni possibile supporto. Si possono dilatano fino a esprimere un suadente e vibrazionale ambiente d’arte. Le loro apparenze visive oltrepassano, talvolta, i confini della carta e del quadro per diventare un “corpo-narrazione che attraversa”: l’immagine della scrittura stessa, azioni e sonorità live, un oggetto interiore, l’incorporeità virtuale, ecc.

La scrittura-parola tende a entrare in ogni corporeità d’arte. Come nel make up, attraverso l’uso dei cosmetici stessi: come fa la make up artist Suzana Hallili, coinvolta dalla continuità di arte-moda-bellezza. Il corpo ricoperto di molteplici scritture-segnalazioni, che possono divenire brand, è presente sempre più nella creazione graphic design. Nel lavoro di Stephan Sagmeister è famosa la soluzione grafica per un suo disco, con il proprio corpo nudo coperto da incisioni grafiche raffiguranti frasi e parole. Successivamente (2008) una studentessa australiana, ispiratasi a lui, è divenuta celebre in rete per essersi fatta riprendere mentre girava per la città come un messaggio ambulante, con scritto sul corpo Write Here, Right Nows e con un pennarello nero…

Le scritture del desiderio, pur essendo sconfinanti, mantengono sempre sotto traccia le memorie della parola, fino alle loro estreme seduzioni: “Colui che suscita desideri, può facilmente vedersi condannato a spegnerli” (G. Casanova). Come accade allo scrittore amante.

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NOTA. Stralci e riferimenti del testo sono presenti in pubblicazioni dell’autore:

_Cataloghi delle mostre (a c. di V. Conte): Scritturadesiderio Dispersione (Chioda, Roma; Casa Prato Calabrese, Campi Salentina) 1999; Eros Parola d’Arte (Biblioteca Prov.le N. Bernardini, Lecce) 2010, in Body writer: pulsione di sconfinamento, taccuino Gepas, Avola 2010.

_Dispersione (scrivendo estremi confini), Ed. Pendragon, Bologna 2000.

_SottoMissione d’Amore, Rosa Rossa /3, Il Raggio Verde Ed., Lecce 2007.

_Pulsional Gender Art, Avanguardia 21 Ed., Roma 2011.

_Body Writer: corpi ‘di-segni’, in AA.VV., Di-segni poetici 2 (a c. di S. Luperto e A. Panareo), Ed. Grifo, Lecce 2013.

_La pelle come pagina e raffinato libro d’arte, in AA.VV., ‘la Biblioteca di via Senato’, Milano sett. 2015.

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