Mentalità umanistica e socialismo

Di UMBERTO PETRONGARI

La stesura di tale saggio è stata ispirata da Julius Evola e da una certa lettura della produzione matura di Friedrich Nietzsche. Pur avendo molto attinto da tali due grandissimi autori, il saggio non si uniforma, in primo luogo, alle loro preferenze culturali.

Per quel che riguarda Evola, sebbene condivida appieno – ma solo teoricamente – le sue posizioni nichilistico-relativistiche (perlomeno credo che Evola abbia sempre espresso, nel fondo di ogni sua opera, vedute di tal sorta), sul piano pratico respingo altrettanto pienamente la sua celebrazione (sua e di Nietzsche) dell’individualità. Ritengo infatti che essa sia pericolosa tanto socialmente quanto individualmente.

E tanto più si và a ritroso nella biografia intellettuale evoliana, tanto più lo studioso italiano ha esaltato l’individualità, contrastando l’universale e valoriale oggettività. Tanto che nel suo breve saggio giovanile sul dadaismo esprime con molta durezza idee antiumaniste.

Se molti pensatori e studiosi identificano con una certa legittimità i termini umanismo e laicismo, io ho sempre utilizzato umanismo come sinonimo di Humanitas. E così, ad esempio e in primo luogo (come dirò), la mentalità scientistica, lungi a mio parere dall’essere un fenomeno culturale borghese di origini moderne, potrebbe venire associato a qualcosa di non troppo dissimile dalla bella eticità hegeliana. Ma dirò anche come, a monte di quest’ultima, vi sia una visone nichilista delle cose: Evola avrebbe scoperto ciò quando rinnegò il taglio filosofico delle sue prime opere.

Se la fenomenologia dell’Evola pensatore presuppone il passaggio graduale e progressivo dall’animalità alla modernità, transitando per l’Humanitas, e dalla modernità alla post-modernità, io ritengo invece che, ad una certa fase della storia umana, da una sorta di calderone composto da ogni possibile valore, sia successivamente derivata ogni possibile visione più individualista delle cose (rispetto dunque a quella più puramente umanistica). Detto ciò, a partire da ora, tenterò innanzitutto di descrivere il processo che ha condotto alla formazione della mentalità umanistica.

In origine i pochi uomini cacciatori-raccoglitori che popolano il pianeta sono dislocati in zone che assicurano a chi vi risiede il dovuto sostentamento. Ma la crescita della popolazione spinge alcuni uomini di quelle aree ad abbandonarle. Andranno alla ricerca di nuovi territori floridi in cui insediarsi. Non avranno alcun problema a scontrarsi con i popoli che troveranno nella nuova zona in cui giungeranno per il suo possesso. Quei popoli primitivi di invasori non hanno ancora sviluppato nessun senso di rinuncia (ad esempio e in primo luogo un’etica), per cui vivranno solo nel presente scontrandosi con tutto e tutti coloro che gli sono da impedimento alla soddisfazione del proprio egoismo. L’uomo delle origini è conflittuale con tutto e tutti (la sua condizione sociale è quella del ‘bellum omnes contra omnes’, propria dell’ ‘homo homini lupus’). La sua condizione esistenziale è di immediatezza dialettica.

Prima che il popolo invasore compia la sua opera di conquista, sia esso che la tribù contro cui dovrà guerreggiare, condividono una medesima mentalità nichilistico-relativistica. Presso entrambi non vige cioè ancora nessun valore sociale. Il primo valore sociale che si andrà a instaurare sarà quello della forza fisica. Una fisionomia robusta e che consente destrezza e agilità, dovuta soprattutto a un buon genoma, condizionerà la vittoria dell’uno o dell’altro popolo. Quello della forza brutalmente fisiologica è il primo e più originario valore sociale aristocratico. Ed è inizialmente un valore scoperto, riconosciuto e condiviso sia da chi ha vinto lo scontro, sia – però drammaticamente – da chi è stato piegato nella lotta.

Il gruppo sociale sconfitto, che andrà a costituire il ceto subalterno, ha sofferto materialmente per la sua disfatta e soffre materialmente per la sua oppressiva condizione di subalternità. In più, il ceto aristocratico dei vincitori farà barbaramente avvertire ai loro sottoposti tutto il suo razzistico disprezzo, deridendolo e maltrattandolo costantemente: l’unione non fa la forza quando si sa di venire denigrati per proprie effettive carenze. E – ribadiamolo – il criterio della forza fisica è il primo e l’unico valore sociale vigente, condiviso anche dagli sconfitti.

Lo sprezzo ricorrente da parte dei loro signori, che ricorda ogni volta al popolo il suo debole modo d’essere, produce uno stato di estrema eccitabilità psichica in quest’ultimo. Ad esempio, alla sola vista di oggetti esso ne è nervosamente o istericamente turbato. Ma il popolo non fa altro, in tal modo, che esasperare quel carattere di ferita e di privazione che costituisce la sostanza stessa del vivere. Per il popolo c’è solo dialettica (sebbene, come vedremo, sia sinteticamente stemperabile) e necessità, dolorosa passività del vivere (sebbene ciò non sia propriamente vero).

Vediamo ora come il popolo venga fuori da tale sua negativa condizione di invivibilità.

Fa sorgere innanzitutto i sentimenti e le buone maniere, che fa valere unicamente in seno ad esso. Si asterrà dall’offendere sia materialmente che a parole gli altri in modo tale da non ricevere da costoro un medesimo trattamento. Insomma, ci si accorda più o meno spontaneamente tra persone estremamente suscettibili sul piano psichico e fragili fisicamente. Le pur gravose rinunce (all’egoismo) attuate, sono tali da non produrre gesti auto-lesivi o comunque sconvenienti per sé, in modo tale da non aggiungere ulteriori mali a quelli che già vengono provati. Non sviluppa invece un’etica il dominatore: più si è forti, meno si è morali.

Resta per gli oppressi la drammatica coscienza della propria svilente debolezza, nonché della negatività dell’esistere. Il popolo fuoriesce da tale duplice problema inventandosi nuovi valori, completamente diversi da quelli barbarico-aristocratici.

Si inventa la bontà (propria, e non dei suoi signori) da un lato, la felicità dall’altro. Il mondo perde il suo carattere di privazione, la vita non è più, nella fantasia popolare, bisogno incessante. Continua ovviamente ad esserlo, ma il popolo fa finta che non lo sia. Perlomeno la sua isteria, di cui si è detto, svanisce. Vivere diviene irrinunciabilmente gioioso, non è più disgustosa e costante privazione. La contraddittoria idea per cui vita e felicità coincidono non è dunque, come sostiene l’Evola filosofo, di matrice moderna, avendo a mio parere origini ben più remote. Ma a guarire l’incandescenza nervosa popolare concorre anche la nascita della propria autostima. L’amore nobile e disinteressato nei confronti degli altri (perlomeno dei suoi simili, dei suoi pari), diviene il nuovo modo d’essere del popolo (ossia del ceto subalterno), la sua nuova veste esteriore.

Filosoficamente (ma fallacemente) l’altruismo autentico (ossia disinteressato) è condizionato dall’esistenza reale degli altri, ben separata, sia fisicamente che spiritualmente, dall’esistenza di chi esercita l’altruismo. Il dolore altrui è invece concreto a patto che esista una concretezza, una realtà (ad esempio il sostrato materiale aristotelico), e a patto che tale realtà venga avvertita da un’anima (che, restando all’esempio aristotelico, è posta al di là dell’empirico, ma condizionerebbe il fatto che, ad esempio, vi siano le percezioni materiali umane). Senz’anima si sarebbe della morta materia non senziente. Il nemico, l’aristocratico, avrà magari un’anima egoistica animalesca, per cui non sarà in grado di provare alcuna empatia, potendo pensare solo a se stesso. Ciò significa che il popolo si crede anche qualitativamente diverso rispetto a chi lo opprime, essendo irriducibile ad esso.

Se ho portato quale esempio di realismo umanistico alcune posizioni aristoteliche, vi è da ritenere che, ad esempio, le pur grezze filosofie animistiche delle tribù dell’Africa nera siano quantomeno somiglianti al pensiero del filosofo di Stagira.

Altro nemico del popolo minuto è la Natura con la sua pericolosa (poiché incontrollabile) sregolatezza. Ci si inventa un Dio che, in virtù della sua benevolenza nei confronti degli uomini, conferisce un ordine e una regolarità alla natura: e così, per fare degli esempi, l’acqua disseta sempre e il fuoco riscalda sempre. Certamente il fuoco può anche bruciare. Ma può essere controllato in tale sua azione nefasta tenendoci alla dovuta distanza da esso. Il volgo ama quanto è manipolabile poiché controllabile e utilizzabile per i propri scopi. Non amerebbe dunque vivere in un mondo che è spirituale rappresentazione, sogno impalpabile, anche in quanto ciò che è puro spirito è inafferrabile e su di esso non si può nulla.

Abbiamo dunque mostrato come il popolo escogiti ogni possibile valore che si sia in grado di concepire, conferendo al mondo il massimo valore che gli si possa conferire. E lo fa poiché teme oltremodo tutto ciò che arreca dolore e insicurezza.

Al polo opposto troviamo l’aristocrazia che dà valore solo alla bruta forza. I due ceti contrapposti sono entrambi caratterizzati in origine, perlomeno in talune circostanze, dalla ‘paura della morte’ (cosa che hanno per giunta appreso empiricamente: si nasce puramente nichilisti).

Quelli che vengono definiti ‘valori moderni’ o ‘borghesi’ sono dunque, a mio parere, a metà strada tra il credere nell’oggettività universale dei valori (quale caratteristica dell’Humanitas) e il relativismo nichilistico. Ma anche i valori aristocratici possono mutare, per cui acquisiranno elementi valoriali attinti dall’unica fonte della morale, quella dell’Humanitas originaria.

Sono i deboli oppressi, inoltre, a fondare l’idea di Stato nel senso moderno del termine e il valore del lavoro. Non essendo bravi a guerreggiare e negli scontri in genere, non possono che sostenere il lavorare pacificamente quale criterio di appropriazione di beni. Per quel che riguarda invece lo Stato, agli oppressi non resta che fuoriuscire dalla loro condizione di miserabile subalternità per vivere appieno una vita vivibile.

Nell’universalistico stato moderno tutti sono uguali di fronte alla legge. Non fanno eccezione gli aristocratici. Ma dal momento che agli occhi del popolo sono eticamente colpevoli, meritano una giusta punizione. Se non la spietatezza sul piano etico, gli oppressi faranno quantomeno valere su tale piano severità (talvolta anche violenta) e intransigenza. Sorge in tal modo il concetto di ribellione. Ma la rivoluzione non è mai un atto isolato e dunque delinquenziale, bensì una legittima azione di gruppo. Ad agire in una ribellione è – potremmo dire – uno stato nello stato, avverso allo stato dominante, nazione o patria che il popolo minuto non riconosce come propria. Esso solidarizzerà piuttosto con ogni altro popolo oppresso al mondo. Il concetto di internazionalismo è gettato nelle sue fondamenta.

Con il rovesciamento valoriale in senso umanistico le differenze empiriche, biologiche, inizialmente credute drammaticamente reali (nel senso di non meramente rappresentative, e dunque relative) dal ceto minuto, pur non perdendo ai suoi occhi tale loro carattere, vengono tuttavia svilite a favore dell’intelligenza (dell’intelletto astratto, se si vuole), nella quale il popolo eccelle. Non eccelle in essa l’aristocratico in quanto non è costretto ad usarla (essendo forte).

Consistendo l’individualità, l’individualismo umano, sia di atti gratuitamente auto-lesivi che di atti offensivi del prossimo (o comunque di atti che vanno a discapito di quest’ultimo), il popolo la rifiuta. Ma respinge anche ogni espressione di novità e di singolarità, in quanto ciò che è assolutamente identico solo a se stesso è imprevedibile e incontrollabile. Il popolo non apprezza la Natura incontaminata o l’arte. In quest’ultima i ceti subalterni non hanno mai mostrato bravura. Sono semmai stati dei ceti operosi, industriosi, bravi nelle scienze e nello sviluppo delle tecniche (il popolo ebraico – tornerò a parlare di esso – non ha prodotto anticamente grandi e belle opere d’arte).

Il gusto moderno per quanto è omologato ha dunque le sue origini remote nella più antica mentalità popolare.

Quando con Cartesio sorgerà la moderna idea di materia, la cultura popolare vi guarderà con favore. La res extensa è infatti riconducibile a particelle reali o concrete, tutte identiche fra loro. Anche in Descartes vi è inoltre un Dio quale garante del mantenimento dell’ordine naturale e vi sono delle ‘res cogitans’, delle anime, che caratterizzano ognuna ogni singolo uomo.

Con l’idea di Dio le basi del futuro scientismo sono già poste. Nel corso della storia occidentale le discipline moderne quali le scienze empiriche sperimentali, la sociologia, l’economia politica ecc. costituiranno lo sviluppo e lo svolgimento della più antica mentalità umanistica.

Il popolo che a mio parere più pienamente ha espresso una mentalità di tipo umanistico (quella dunque descritta fino ad ora) è il popolo ebraico, perlomeno in una certa fase (o in certe fasi) della sua storia. Se ciò non emerge nella Cabala, nella Genesi, nell’intera Bibbia, è perché esse sono frutto dell’erudizione israelitica e non della cultura popolare giudaica.

Possiamo allora definire gli antichi ebrei dei comunisti ante litteram? Se per comunismo non si intende il difficile e raffinato pensiero di Karl Marx, ma la sua deformazione da parte dei paesi del socialismo reale, allora tale mia affermazione non risulta essere poi così peregrina.

Nella vulgata marxista si mantiene ovviamente la componente ateistica del marxismo ortodosso. Non serve più un Dio quale fondatore del valore universale delle leggi dell’uomo, della natura, della società. La moderna materia la si fa bastare a se stessa quanto a garanzia dell’universalità delle sue leggi. Ma la materia dei marxisti non è disanimata e morta res extensa (seppure non coincida con la materia sensibile della filosofia classica): perlomeno per quel che riguarda l’uomo, egli non è un automa, ma la sua condotta è dialetticamente vitalizzata. Tale vitalità rimpiazza il bisogno di credere in un’anima, ad esempio, trascendente l’empirico.

Vediamo quale sia la condizione di un rappresentante del popolo che sia oppresso politicamente. Se isolato, agirà in modo delinquenziale per procurarsi ciò che gli manca. Un vivere immediato e dialettico lo caratterizzerà. Ma agendo in unione con altri uomini tenderà a moralizzare (e dunque a legittimare) progressivamente la sua azione. Da solo che era, ora ha formato un gruppo di fuoco con dei suoi pari. Quindi militerà in un sindacato piuttosto che in un partito (magari armato). Posto che venga instaurato addirittura il socialismo, il grado della sua – soffocata in origine – umanità diverrà ancora maggiore. Nel comunismo la sua Humanitas si manifesterà finalmente appieno.

Che il popolo sia buono e solidale, anche se rivoluzionario, non è forse un’idea peregrina. Laddove si assiste a fenomeni di gangsterismo o – ancora peggio – di ‘guerra fra poveri’, ad esempio nelle periferie urbane, ciò è più il frutto di una propaganda mediatica voluta dalle forze del capitalismo per disunire politicamente gli indigenti (rendendoli meno pericolosi o non pericolosi per il sistema), che l’indole naturale del volgo.

Secondo la vulgata marxista, con l’evolversi in senso migliorativo delle condizioni materiali e sociali del popolo, esso tende a vitalizzare e ad animare progressivamente gli altri, a graduale discapito del suo egoismo (che pure – ovviamente – non verrà del tutto meno). Sebbene dunque per la vulgata marxista non esista metafisicamente, ontologicamente, un’anima, di fatto è come se esistesse. E ciò è, praticamente, animismo. Vediamo cosa si intende per esso. Se qualcuno calpesta una bella aiuola, ciò può dispiacere in quanto chi l’ha allestita ha faticato per nulla, oppure può dispiacere per il solo e semplice fatto che è brutto vedere quanto è in rovina. Quest’ultimo esempio di senso civico è animismo.

Vediamo ora quale sia stato nella sua essenzialità il funzionamento delle società del socialismo reale, mostrando inoltre cosa abbiano prodotto di positivo (qualora l’abbiano prodotto).

Nei paesi dotati di poche risorse, soprattutto alimentari, il benessere comune o collettivo viene a dipendere dal fatto che ogni membro della società non abbia troppo (non deve possedere a discapito di altri).

Già una condizione materiale non eccessivamente abbiente tende a produrre una psicologia umana contenitiva, nonché solidale, sociale. È il possesso a produrre scontentezza (dunque irrequietezza) ed egoismo. Fra l’altro tale idea è forse engelsiana e non marxiana. Per Marx infatti l’uomo è di un solo tipo: al variare del suo ceto di appartenenza variano semplicemente le sue auto-mistificazioni ideologiche (le sue sovrastrutture).

Propagandare un’etica umanistica piuttosto rigida, imponendo inoltre leggi severe orientate al suo rispetto, consoliderà il carattere di convivenza civile proprio di una società socialista. Inoltre l’integrità psicofisica di chi compone tale tipo di società si conserverà al meglio. Tale etica deriva dall’antico ebraismo. Il popolo ebraico è stato il popolo storicamente più etico, forse per via delle grandi sofferenze subite (perlomeno talvolta) nel corso della sua storia.

L’individualità, sostanziata da azioni sia materiali che morali che vanno sia contro se stessi che contro gli altri, verrà contrastata. E così, ad esempio, se in occidente – sia pure presso piccole minoranze sociali – possono prodursi pericolosi cortocircuiti psichici che spingono ad azioni disperate (un caso tipico di esse è ad esempio costituito dal suicidio adolescenziale), tali fenomeni, nei paesi del socialismo reale, credo fossero pressoché assenti.

Il popolo richiede ai ceti più abbienti e a chi lo governa umiltà e austerità: abbiamo già descritto tutto ciò che suscita antipatia nel popolo. Inoltre esso, non tanto vuole migliorare la sua condizione sociale, quanto piuttosto non vuole che i ceti abbienti abbiano più del dovuto. Sa, in fondo, che il troppo rende insaziabili, incontentabili (a suo discapito). Una società socialista che non faccia rispettare i principi appena esposti è destinata ad entrare in crisi e a crollare.

Si è parlato del forte legame sussistente tra l’antico teismo e il successivo e moderno scientismo. Per quanto i paesi comunisti abbiano favorito la propagazione dell’ateismo (in quanto ideologicamente marxisti), il sentimento religioso, specie presso i ceti popolari, si è mantenuto vivo e molto diffuso. Quest’ultimo, se non superstizioso e fantasioso, se non entra in contrasto con la scienza e lo Stato, non produce effetti sociali negativi. E così – ad esempio e in primo luogo – la Chiesa ortodossa credo non abbia mai creato troppi problemi alla vecchia Russia sovietica.

Se quella di scientismo materialistico può apparire al giorno d’oggi come una visione obsoleta delle cose, ciò è a mio parere vero in parte. Sebbene io non sia un materialista e uno scientista, innanzitutto, tali vedute sono ben volute e accette dal popolo. È inoltre certamente ingenuo credere che un giorno, qualora lo scientismo materialista sia vero, si riuscirà a far luce sulla moltitudine di cause oggi ancora sconosciute. Ammettendo inoltre che lo scientismo abbia fondamento, ci si può sempre temporaneamente servire di una scienza di tipo probabilistico per cercare di controllare quei fenomeni dei quali ancora sfuggono le cagioni.

Se dunque lo scientismo può costituire una visione astratta delle cose, altrettanto discutibile è la visione, oggi molto diffusa, in base alla quale le nostre capacità di previsione risulterebbero assai limitate. Sebbene non siano ad esempio prevedibili nuove malattie, è anche vero che, stando perlomeno a quando sostiene Rousseau, è la crescita della civilizzazione ad arrecarle. Uno sviluppo più sostenibile rispetto a quello attuale limiterebbe di gran lunga tale problema.

Per quel che riguarda invece l’ambito dell’economia politica, a renderlo oscuro sono gli incontrollati egoismi caratterizzanti le società capitalistiche (che in passato si sono ripercossi anche sulle società socialiste, minandone la stabilità, innanzitutto economica).

Infine, sempre uno sviluppo sostenibile, dovrebbe privilegiare il progredire dell’industria legata all’alimentazione. La prioritaria proliferazione su base planetaria di beni che soddisfano i nostri più essenziali bisogni, consentirebbe la concessione di maggiori libertà individuali, anche economiche. Concedersi delle libertà infatti, ma senza essere eccessivamente spregiudicati, non mina, a mio parere, la stabilità delle società e la vivibilità delle persone che le compongono. Nell’ipotesi di un mondo interamente socialista potrebbe allora prefigurarsi la riproposizione di una risorta Nep leniniana, non più dovuta, però, a uno scarso livello di industrializzazione e di sviluppo economico.

Se potrebbe sembrare che la necessità sottenda i vari fenomeni da me descritti nello svolgimento di questo saggio, così in realtà non è. La contingenza, l’assenza di ogni regola, potrebbe essere, a mio parere, quanto caratterizza l’intera Natura. La scienza delle probabilità resta dunque (salvo alcuni casi) l’unico strumento che consente di anticiparla quanto ai vari tipi di fenomeni che la costituiscono.

 

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