Evvivalamorte: l’attrazione tanatofila di Massimiliano Chiamenti come motore interno dell’opera e della vita

Massimiliano Chiamenti

Di SONIA CAPOROSSI *

 

Avevamo studiato per l’aldilà

Un fischio, un segno di riconoscimento.

Mi provo a modularlo nella speranza

Che tutti siamo già morti.

Montale (Satura)

A volte, per comprendere appieno un poeta, c’è bisogno di tematizzarlo in negativo, o per contrasto, ponendolo a paragone con quanto di più lontano esista rispetto alla propria visione archetipica della vita. C’è in questi famosissimi versi di Montale dedicati alla moglie morta come un confortante e avvolgente cenno di intesa, una specie di “corrispondenza d’amorosi sensi” tradizionale e foscoliana, che fa emergere la possibilità salvifica della poesia di contro all’ineluttabilità della morte, topos letterario vecchio come la letteratura stessa. In Massimiliano Chiamenti, l’autore che forse ha maggiormente tematizzato la morte fra le ultime leve della poesia underground italiana e della new wave artistica del più fervente sottobosco degli anni Ottanta e Novanta tra Firenze e Bologna, l’istanza salvifica della poesia, al contrario che in Montale, non vige più, come dire che è proprio il Novecentismo sul topos di eros e thanatos ad essersi dissipato: la poesia, allora, non ha altra funzione che annunciare la morte in una sorda ed esangue prefigurazione esperienziale: di quella precisa genìa di esperienze che però, una volta conseguite, non possono essere raccontate, e allora bisogna industriarcisi da vivi: vivere la morte, o morire la vita.

In effetti, secondo Chiamenti, la morte appare essere una condizione esistenziale imprescindibile all’essere in vita. Ma questo, a ben vedere, non è altro che il paradosso dei paradossi, pseudoleopardianamente inquadrato nella dimensione esperienziale dell’attesa del piacere, un piacere antiepicureo ed esagerato di cui Chiamenti non sembrava essere mai pago, quasi a colmare un horror vacui di intonsa impurezza, fra centri sociali e vita notturna, droga e incontri occasionali, omosessualità come stigma e poeticità come condanna:  una vita troppo beat  e tormentata, tra marchette per comprarsi la droga e filologia dantesca alternativa (sosteneva per esempio la tesi della sodomia di Dante) da poter essere scissa dall’opera. Per lui non conta il vetusto dilemma “vale più la vita o l’opera?”, giacché in una superiore sincresi, in lui vita e opera erano lo stesso. In questo senso, Chiamenti potrebbe, per certi versi, sembrare una sorta di Pasolini postmoderno, e non solo perché era anche il cantante di un gruppo di art rock. La sua era, detto in breve e ben poco filosoficamente, una grande attrazione non vitalistica ma originariamente nichilistica per la morte. E tuttavia il richiamo all’ultimo disilluso Pasolini ci sta tutto, se consideriamo la sua doppia anima di art rocker, performer poetico che si travestiva da Dante negli anni fiorentini perché “la poesia è di tutti” e quella del tossicodipendente disilluso dall’amore e dalle pulsioni freudiane di vita, elementi biografici di contrasto che potrebbero in apparenza richiamare più direttamente il Pasolini descritto da Carlo Bordini in “Un coraggio a metà” come un essere umano sofferente e ribelle, scisso tra la vita diurna da letterato borghese e gli inferni notturni da frocio dedito al cruising. Ma esiste, a ben vedere, una grande differenza tematica tra le due figure, una differenza che si riflette nella produzione poetica stessa; giacché, in realtà, queste due istanze, tesi e antitesi, che in Pasolini rimanevano del tutto scisse, non ricomposte in un’unità sincretica, procurando così la “disperata vitalità” del poeta friulano che altro non era che un tentativo perennemente incompiuto di sintesi, in Chiamenti invece erano totalmente riassorbite in una dialettica maledettista di genuina passio Iniquitatis. La morte era una confidente quotidiana per l’ultimo Chiamenti, che l’adorava come fosse l’unica donna della sua vita, essendo stata la madre una persona (in senso latino), una sorta di nutrice fredda, una madre mascherata da Adelaide Antici, anch’essa in qualche modo e in qualche senso leopardiana, anaffettivamente abbarbicata alla mancata accettazione della reale natura del figlio, non si sa se più indispettita dal fatto che egli fosse un poeta o un gay o un sieropositivo o un tossicodipendente o un artista del sottosuolo… In questo clima di solitudine esistenziale assoluta in cui nemmeno l’archetipo genitoriale svolge più alcuna funzione né ruolo di conforto, Chiamenti ebbe a dire un giorno: “Perche non mi uccido? / perche anche per togliersi la vita / ci vorrebbe un bello slancio di vitalita”: ovvero proprio la disperata vitalità pasoliniana e pasolinista ma postmodernizzata, come si diceva prima, posticipata e infranta di promesse non mantenute innanzitutto a se stesso, una disperata vitalità, insomma, portata all’estrema sintesi dell’indolenza e dell’accidia. Peccati da bolgia dantesca, come il Nostro sapeva bene: ecco perché egli descriveva la morte con questi toni, in uno dei suoi componimenti più famosi:

la morte

non si presenta donna orrenda e con la falce

ma con sembianze leggiadre

le più belle che puoi desiderare

ti si avvicina soave

come una camera bene arredata dove entrare

ti lasci prendere per mano

e ti conduce con sé nel male nel mare

le luci si spengono ad una ad una

e l’angelo della morte ti porta via

tu devi solo rilassarti

lasciarti dolcemente guidare

annullarti lasciarti fasciare

dal suo dolce sguardo omicida

In questi versi, l’andatura medievista del filologo dantista è evidente nell’attacco che evoca il Triumphum Mortis petrarchesco il quale fa pendant con la figura angelicata di una specie di Stilnovismo rovesciato concettualmente come un guanto: l’Angelo c’è, ma non è più Beatrice, non possiede nulla del suo vestito d’umiltà e di gentilezza come da prassi guinizelliana; il personaggio somiglia di più all’Angelo tossico e marchettaro dell’omonimo romanzo di Dario Bellezza, è un Angelo nero, ma non bonariamente spazzacamino alla Montale, è un angelo senza salvezza né redenzione, è un angelo demonio, più luciferino e britannico (penso a Milton) che risolto in positivo: egli è un Anghelos, un annunciatore etimologico di Morte. Di fronte allo sgomento della morte, ecco allora che giunge nella poetica di Chiamenti la tematizzazione della droga, ovvero la fuga nell’irrealtà, che è poi anch’essa rigirata e capovolta come un guanto, divenendo ben presto iperrealtà virtuale risolta anch’essa in negativo, come scrive il poeta stesso costruendo un ponte tematico tra la fuga dalla realtà e la creazione artistica del poeta faber:

Sono il fottuto faber
di realtà virtuali
prive di virtù reali
dove i sogni sul piano
inclinato
vanno a zero
perché l’esperimento
basato su un pattern esistenziale
male impostato va male sempre e dovunque.

(Innesti, 1993)

L’altra doppia anima del poeta punk  e del filologo si innesta insomma sulla scansione tremenda del bivio tragico in cui qualsiasi strada si imbocchi essa non conduce altrove che in una specie di hegeliana “immane forza del negativo” senza risoluzione dialettica, ovvero nel salto nel vuoto di sartriana memoria e nella fusione metacritica dell’opus e della vita. Un salto entusiastico, pervasivo e dirompente, che fa urlare da ultimo, nel supremo compimento del proprio destino artistico, un unico dionisiaco, orgiastico slogan: “Evvivalamorte”.

________________________

* Relazione letta durante la serata di letture e interventi dedicata a Massimiliano Chiamenti svoltasi il 19/11/2017 a Roma presso i locali del Pentatonic, con letture di Alessandro Brusa, Francesca del Moro, Martina Campi, Ludovico Guenzi e interventi critici di Sonia Caporossi e Marco Palladini.

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