“Tu sei la mia paura più vile”, una prosa inedita di Lisa Orlando

 

Di LISA ORLANDO

(Tu sei la mia paura più vile, più volgare, più vigliacca; tu sei la risposta che ancora non intendo, il corpo nudo al quale mi unisco, penetrandomi l’orrore dell’ignoto nel trauma delle vene, i polmoni, il cranio, le mie ossa –

l’infinità delle tue…)

L’uomo, nella notte, va sotto casa di lei; e guarda la finestra di – lei – in alto, più volte. In lui si insinua un desiderio che passa per vie quasi illegittime, o forse quel desiderio pare che non lo riguardi. L’uomo si distinguerebbe dunque a tal punto da separarsi dal suo desiderio? Tale è la sua sovranità, il suo potere? Oppure quel desiderio lo riguarda così tanto che pone tra lui ed esso ostacoli. Ostacoli che provocano un’interruzione. Ostacoli: una serie di colpe che lo macchiano in segreto, ad esempio. Ma ciò che conta è interrompersi, non andare da lei, spegnere quel brivido di piacere lungo la spina dorsale, disperdersi nell’aria di un posto mai occupato, tornare a casa. Dormire. Illudersi di essere re, dentro un sogno.

Ma l’uomo non dorme, non può dormire, non può farlo; scrive a lei, in quella stessa notte: il linguaggio della sua prigione. Perché lui rinuncia senza rinunciare al desiderio di durare in lei. E la donna, ora,  rilegge quel messaggio: una volta, due volte, tre volte, quattro volte… senza mai smettere: l’uomo le impone con tenera violenza  la continuità di immaginarlo. Lì sotto la sua finestra, mentre alza lo sguardo. E attende. Cosa? Forse un’alleanza con l’avvenire, una felice promessa del tempo. O forse niente: lui fa giri viziosi i cui passi non lasciano nessuna traccia mentre lasciano tracce.

E’ mezzanotte, l’uomo sale trentadue gradini, arriva a una porta, batte tre colpi, ogni colpo è intervallato da trentadue secondi, trentadue perché possano essere da lei intesi. La porta gli viene aperta, e l’uomo entra in una stanza tutta buia, resta in silenzio; lei non può che proseguire l’intenzione di quell’intendersi non pronunciando alcuna parola. Silenzio; gli va incontro, stringendolo forte, per un rapido congiungimento. L’uomo non la interrompe, la stringe più forte, le poggia la guancia (incalzante) sulla guancia di lei (assenziente), per qualche minuto, tre o quattro piccole eternità traboccanti di calore, e poi la spoglia: le toglie la camicia, la gonna, le mutandine. Lui invece è nudo, nudo ancor prima di entrare. Eppure ciò che importa non è la loro nudità, per quanto il loro nudo sia del tutto speciale, e neppure che loro facciano l’amore, per quanto quello sarebbe l’epilogo – beato – beatitudine che forse sarebbe appartenuta alla più elevata categoria dei sensi: l’infinita perfezione colmante l’abisso. In quella stanza buia, l’uomo e la donna si desiderano e vogliono… vogliono…  voglionofondersi l’uno nell’altro, o avvicinarsi l’uno all’altra nella promisquità dei nomi. Ma l’uomo accende una luce (perché? è il gesto di interruzione? No, quell’impulso non può essere inserito in uno schema logico) e lei si illumina… ma non in modo seducente, non come manifestazione fisica: l’uomo – illuminandola – non la riconosce più: non per quello sguardo di smarrimento, non per quel volto ormai deformato in mostro di dolore; ogni diversione di lei non è un’anomalia; l’uomo non riconosce ciò che lei stessa non ha più riconosciuto in lui. L’inferno è il volto nudo dell’assoluta estraneità dell’altro. E la paura non ha strade, è l’arida forza che strappa via tutti gli inizi, tutti i luoghi. L’uomo scappa via. La donna chiude la porta.

Lei trema e suda freddo, poi rilegge il messaggio di quella notte, ma è ormai corrotto o del tutto svanito il contatto con quell’uomo; cancella quelle parole con un dolore sordo che nasce alla radice stessa del suo essere. L’uomo intanto si riveste al di là della porta, ma la mano immobilizzata annaspa alla ricera dei vestiti gettati a terra. Là dove si è nel luogo dell’errore non regna il volto dell’accoglienza. Si pensi a Empedocle: cacciato dall’etere verso il mare, sputato dal mare verso terra, risputato verso il sole e, dal sole, rigettato nell’etere. Eppure l’uomo non è nella zona di errore; prova ad ascoltare ancora cosa accade tra quelle mura buie, ma c’è solo silenzio e scurità. Torna a casa, intirizzito, pesante, stanco, mentre un senso di morte gli precipita addosso e una raffica di tempo nero e ruggente soffoca col suo vento sferzante il grido di una catastrofe a due.

Lei sì, è la sua paura, più vile, più volgare, più vigliacca, lei è il volto che non saprà mai, l’orrore dell’ignoto, ogni notte ogni notte, mentre si finge il sonno il quale si finge nel cerchio di seduzione dell’unità. E’ così che si arriva all’infera anatomia di una storia di squarci. Non sempre i nostri cuori sono organi isterici e precari. Ma… come si giunge a quella parola di continuazione temporale che dice: ancora, ancora, ancora, senza la violenza della spaccatura? Lui, lei sono soggiogati inesorabilmente alla rottura del cerchio, al cuore che smette di battere. Come una linea interrotta che si inscrive interrompendosi. E l’uomo ora è sul letto, non dorme, come sempre. Le scrive: “Avrei voluto fare l’amore con te, ma all’alba avrei rischiato di ucciderti avvertendoti più lontana di Dio”. – “Per quanto tempo continueremo nella continuità dell’interruzione?”. – “Senza fine. Senza fine”.

 

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