La visione europea in un saggio di Angelo Favaro su “Largo Sguardo” di Faraòn Meteosès

Faraòn Meteosès, pseudonimo del poeta Stefano Amorese

Di ANGELO FAVARO *

L’orizzonte che non si valica: lo sguardo intorno

Lo sguardo è tentato dall’orizzonte, l’orizzonte tenta lo sguardo con l’invito a varcare, oltrepassare il noto e, dirigendosi verso l’ignoto, scorgere quel che è oltre, al di là. Si smemora così la mente, si distrae, divaga, immagina, formula ipotesi e costruisce assiomi, ma poi, alla fine, qualcosa, qualcuno chiama-invoca la presenza, e allora si torna a volgere lo sguardo intorno, e si coglie l’ampiezza e il limite necessario a considerarla nella sua latitudine.

Ognuno ha un proprio naturale punto d’osservazione, che è determinato dal luogo e le proprie radici, il proprio passato. Ecco, allora che, se si volesse considerare la storia d’un’idea, di quell’idea di Europa, il tragitto a ritroso nel reperimento di documenti e di fonti condurrebbe alle soglie della civiltà occidentale, e non senza numerose ed esaltanti sorprese, e la si troverà espressa e codificata in modo compiuto e incontrovertibile nella cultura, nella letteratura e nelle arti. Nella poesia.

C’è un uomo europeo? «L’Europa ha dominato il mondo per secoli con la sua cultura dapprima, a partire dal Medioevo, con la sua curiosità e il suo commercio all’epoca delle grandi scoperte, con le sue armi e la sua arte di guerra posta al servizio sia della rapacità di una nazione o di un principe, sia d’ideali contagiosi; infine con le sue macchine e i suoi capitali. Ma ecco che l’America e la Russia le hanno rapito colpo su colpo le macchine e i capitali, gli ideali contagiosi e le armi, il grande commercio e perfino la curiosità del pianeta! Tutto questo nello spazio di trent’anni, e senza possibilitàgo dal quale osserva e dalla condizione (spirituale, umana, culturale, sociale) dalla quale osserva: comprendere nell’estensione dell’orizzonte e della latitudine l’altro e farsi comprendere dall’altro è miracolo della condivisione secolare dell’umanità nelle lingua e nelle terre del mondo. Mundus, nel De significatione verborum, illustra il grammatico Festo: «appellatur coelum, terra, mare et aer». Largo sguardo è un desiderio, un progetto, un auspicio di condivisione della condizione di malessere e consapevolezza dell’uomo globalizzato, che tenta con la Poesia e nel Poetico la via al Mondo, dall’Italia, dall’Europa. L’Italia è Stato-Nazione fondatore dell’odierna Unione europea, che si configura, a propria volta, come il risultato di un lungo percorso e non privo di ostacoli, che dalla fine del secondo conflitto mondiale giunge alla firma apposta, da parte dei rappresentanti degli Stati membri, in calce al Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, il 29 ottobre 2004, a Roma.

Non si può e non si deve confondere il tragitto politico ed economico con l’itinerario culturale, storico e letterario dell’idea di Europa, che è molto più antico, e molto meno descritto e descrivibile dai trattati e dai documenti ufficiali vigenti. Così come non si può e non si deve prescindere da quel tragitto politico ed economico appunto, per comprendere significativamente di cosa necessiti e di cosa sia priva la nostra Unione, sia dal punto di vista culturale sia dal punto di vista spirituale, oggi. Entrambe vanno integrati in un costante processo di legittimazione e conoscenza della condizione essenziale di cittadini europei, e dunque cittadini del mondo: l’Unione europea è il frutto di secoli di dialogo e condivisione di valori, scoperte, progressi scientifici e culturali, per continuare a costruirsi e definirsi necessita di conoscere e ri-conoscer di ritorno, a vista d’ uomo. Che cosa ci resta dunque di specifico? Un unico monopolio: quello della cultura nel senso più vasto del termine, vale a dire: una misura dell’uomo, un principio di critica permanente, un certo equilibrio umano risultante da innumerevoli tensioni […].

L’europeo tipico sarà un rivoluzionario o un apostolo, un amante appassionato o un mistico, un polemista o un guerriero, un maniaco o un inventore. Il suo bene e il suo male sono legati, inestricabilmente e vitalmente. L’Europa conosce dunque il valore essenziale degli antagonismi, dell’opposizione creatrice, mentre l’Americano e il Russo sovietico considerano l’esistenza dell’opposizione come indizio di un cattivo funzionamento, che bisogna eliminare dolcemente o brutalmente per arrivare all’unanimità, all’omogeneità […]. Così dunque, il confronto dell’Europa con le sue due figlie a volte ingrate del più vasto occidente ci suggerisce una formula dell’uomo tipicamente europeo: è l’uomo della contraddizione, l’uomo dialettico per eccellenza. Lo vediamo nei suoi modelli, crocefisso tra quei contrari che d’altra parte ha lui stesso definiti: l’immanenza e la trascendenza, il collettivo e l’individuale, il servizio del gruppo e l’anarchia liberatrice, la sicurezza e il rischio, le regole del gioco che sono per tutti e la vocazione che è per uno solo […]. Europea sarà dunque, tipicamente, la volontà di riferire all’uomo, di misurare all’uomo tutte le istituzioni. Quest’uomo della contraddizione (se domina la creazione) è ciò che chiamo persona. E queste istituzioni a sua misura, a misura d’uomo, che traducono nella vita della cultura, come nelle strutture politiche, le stesse tensioni fondamentali, le chiamerò: federaliste»: così Denis De Rougemont, il noto intellettuale Svizzero che fondò il Centre Européen de la Culture a Ginevra, si espresse coniugando le istanze storico-culturali dell’Europa con le esigenze di federalismo politico come strumento di unificazione (in Francesca Pozzoli, Europa la più nobile, la più bella, Bompiani, Milano, 1999, pgg. 258- 259). In principio era il mito: la ninfa Europa. Se il mito ha un valore realmente esplicativo delle nostre origini e può costituire un momento di condivisione e identitario, allora il mito di Europa è davvero una meravigliosa allegoria della nostra condizione: intanto la mitica figlia di Agenore, Europa, appunto, non è mai giunta fino al centro del nostro continente, ma si è spinta solo fino a Creta. La bella fanciulla fece innamorare Zeus, che la rapì, dopo essersi trasformato in toro bianco, e la portò sulle onde del mare fino a Creta, ove si giacque con lei, dopo aver ripreso aspetto antropomorfo, dalla loro unione nacquero Minosse, Radamanto, Sarpedonte … una Europa così poco europea, almeno per quanto riguarda i suoi viaggi, ma amata dal Dio della Luce e della Giustizia, trasformato in toro, simbolo della forza, e da cui nacquero: Minosse, mitico sovrano che liberò il Mediterraneo dai pirati, avviando floridi commerci, ma ben famoso, in quanto nel IX libro dell’ Odissea, è colui che amministra la giustizia tra i morti, per essere stato esempio di diritto e giustizia tra i vivi, presente altresì nell’Inferno dantesco; Radamanto è il legislatore per antonomasia, è il giudice ultraterreno; Saperdonte è il guerriero, giusto, coraggioso, simbolo di forza e ragione in guerra. Proviamo a rileggere il mito, sciogliendo il patrimonio allegorico in esso contenuto: la Luce della Ragione e della Giustizia, rappresentate da Zeus, unendosi alla bellezza della giovinezza, vagante, Europa, generano le tre grandi peculiarità identitarie e politiche dell’Occidente: il diritto e la giustizia, la prassi legislativa, e infine, tradizione non solo europea, la guerra. Così il mito esiodeo di Europa, non si ferma ad una regione, né a un continente, ma è la sintesi allegorica di alcune fra le più chiare ed evidenti attività dell’Occidente globalizzato.

Dal punto di vista linguistico-etimologico il lemma EUROPA ha un’origine affatto europea, ma significa in sé “ponente” e fu coniato in ambito semitico-fenicio dai marinai che viaggiavano verso Occidente, e la fanciulla figlia di Agenore era nata nell’attuale Libano, ovvero in Fenicia. Dunque il lessema Europa è di origine semitica, e nella lingua greca andrà ad indicare dalla radice √ereb l’Erebo appunto, ovvero l’Occidente, il luogo dell’ occaso, ove tutto “muore sempre”, l’Occidente, il sempre morente. Interessante paradosso linguistico e certamente culturale! Cui segue la constatazione che il luogo ove tutto è sempre morente, ove tutto è sul punto di finire è il luogo in cui tutto è nato e continua a nascere, anche una grande idea: l’idea di un’Europa unita. Ma la vera nozione di Europa si comincia a concretizzare nell’età delle Guerre Persiane prima e dell’avvento e progetto di Alessandro Magno poi. Erodoto, nel I libro delle sue Storie al capitolo 4, sostiene che i Persiani considerano l’Asia come la propria patria, e ritengono invece l’Europa e il mondo greco come un altro paese, differente dal loro. Prosegue nel IV libro, 36.2, descrivendo la differenza geografica e topografica fra i due continenti: Asia ed Europa non sono paragonabili, e dell’Europa è difficile tracciare in modo netto e chiaro i confini, e inoltre nessuno sa se sia circondata da acque o da donde prese il nome. Il famoso oratore e maestro di retorica, Isocrate, nell’Elogio di Elena, del 380 a.C., con il suo elegante e articolato stile argomentativo, arriva a sostenere che grazie ad Elena, rapita e condotta proditoriamente in Asia, per la prima volta l’Europa riuscì ad alzare un trofeo sull’Asia, vincendo la guerra di Troia, dopo quella guerra molte altre città e territori furono sottratti all’Asia.

E questi solo alcuni esempi di come l’idea di Europa nasce in opposizione e per contrasto con l’estensione geografica e politica dell’Asia, ma mentre questa ha confini rilevabili e una politica altrettanto riconoscibile e compatta: l’Europa appare un’idea i cui confini territoriali non si riescono a riconoscere e l’autorità politica è varia, e non riconoscibile in un potere dispotico unico. Nella civiltà romana arcaica e classica non è facile trovare chi si sia occupato del mito o dell’idea di Europa. Interessante è la considerazione di Marco Terenzio Marrone, che nel V libro, 31-32, del De lingua latina riconosce che le regioni d’Europa sono abitate da molte popolazioni e questa varietà è la vera caratteristica distintiva del continente europeo. Ma il continente europeo fu il dominio dell’uomo romano, dominio politico, culturale, economico, che costituisce un’unità, concretizzata dalla res publica. Questa unità politica coincide con l’unità geografica, e unione europea fondata sul diritto romano e sull’ideale di humanitas sono la straordinaria eredità trasferita al mondo occidentale. Ovvia la lettura dell’Eneide virgiliana, delle Odi etico-politiche di Orazio e di vari passi tratti dalla Res Gestae Divi Augusti, fino alla Geografia di Stradone e alla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio: l’Europa variamente definita sia antropologicamente sia per quanto attiene ai confini, comunque coincide con lo spazio di influenza e, come dice Plinio, nutrice del popolo che ha sottomesso tutte le nazioni. Spingendosi oltre, l’Europa, da mito ed idea che coincidono con il dominio di Roma, comincia ad assumere una propria fisionomia, durante il Medioevo, nel momento in cui le tre grandi religioni monoteiste vengono ad incontrarsi-scontrarsi nel medesimo spazio. Non è irrilevante che la prima attestazione di Europa nel Medioevo la si possa leggere nel chronicon della battaglia di Poitiers (732), in cui Carlo Martello sconfisse gli Arabi, redatto nel 769 da Isidoro il giovane. Nella coscienza dell’uomo medievale, per secoli, si assocerà in un binomio inscindibile al concetto di Europa quello di Cristianità: l’Europa Cristiana resisterà fino alla Rivoluzione francese, così come si era consolidata proprio ad opera della dinastia dei Franchi: Carlo Magno opererà una sorta di unificazione d’Europa, il Sacro Romano Impero. I primi due veri grandi progetti di Europa unita, in cui l’idea di Europa supera la definizione geografica per giungere a divenire un’idea compiutamente e pienamente politica, li troviamo alle soglie del XIV secolo: da qui ai nostri giorni il passo è breve nonostante due conflitti mondiali e numerose guerre.

Quel che preme qui, ora, in questa prefazione, è proporre per la prima volta da una specifica prospettiva, quella critico-creativa e non quella storico-letteraria, il tema-problema di una nuova modalità di espressione della letteratura europea, non semplicemente in chiave comparatistica letteraria, ma secondo la dimensione di una scrittura letteraria e di una creazione poetica, che travalichi i confini dello Stato-Nazione, per configurarsi naturaliter e originalmente europea, capace di dire e di cantare, di raffigurare e di far consuonare un immaginario europeo, non confusamente inteso, ma a partire dalla specificità di ogni singolo Paese. Se l’ambito di studio della comparatistica letteraria è proprio quello inerente ai rapporti e ai confronti tra diverse tradizioni letterarie, dalla produzione alla ricezione, dalla comunicazione ai generi letterari, e si occupa inoltre di retorica e stilistica, di tradizioni locali e sopranazionali, fino a giungere ai contemporanei studi interculturali, multiculturali e gender studies, Largo Sguardo intende travalicare siffatti settori della comparatistica, per approdare ad un esperimento poetico e di poesia, intentato finora, con tale e tanta protervia e intelligenza: sono ventitré le lingue europee che si sfidano nella traduzione – che è sempre una nuova creazione originale e originaria – di tre testi poetici, proposti da Stefano Amorese (alias Faraòn Meteosès): Sidol, Specchiatura, Automotrice a voce per inchiostri acustici. Oltre alle lingue che si mettono in gioco l’una rifacendo nell’altra i testi poetici, ci sono le transcodificazioni intersemiotiche: dal testo poetico alla poesia che si trasferisce nella complessità e completezza dell’unione delle arti tutte nella settima arte.

Se si dovesse provare a definire Largo Sguardo con una formula sintetica si potrebbe dire che ci si trova di fronte, per la prima volta, a un esperimento di traduzione poetica trans-semiotica: i testi (poetici e le opere video) accolgono la specificità della lingua, dei luoghi, dei suoni, dei ritmi, dei paesaggi, dell’immaginario di coloro che hanno operato la traduzione e dei video-artisti che hanno creato i differenti video. La musica e i testi recitati nelle varie lingue costituiscono un altro capolavoro straniante e conturbante che accoglie coralmente l’Europa. Le immagini, la musica, i suoni, le parole attraversano le frontiere e gli sbarramenti, abbattono i muri, dialogano, nella comprensione, che soltanto la poesia concede (miracolosamente) perché riconosce, senza annullare le specificità politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, e le fa divenire ricchezza inesauribile: quel che impedisce la via, sbarra la comprensione, rende arduo il cammino, viene, così, vinto con i versi tradotti (letteralmente trasportati da una lingua all’altra, da un sentire ad un altro, da un’esperienza culturale ad un’altra) varcando le frontiere con l’amore delle differenze, delle alterità (sempre corporalmente plurali), delle metamorfosi. Largo Sguardo insegna la flessibilità e la provvisorietà di tutto ciò che è generosamente degno d’amore, e dunque mortale: si è sempre tutti, ormai, appartenenti ad una cultura, che non può non dialogare con le altre, e l’Europa multanime è l’emblema della necessità di una conversazione continua, costante, duratura con sé, fra sé e con l’altro da sé, con l’individuo-paesaggio, straniero e in qualche modo sempre familiare.

I testi si declinano in immagini, le immagini in suoni, i suoni in emozioni: dove finisce l’Europa? Dove comincia? Un continente fra Asia e Americhe, che guarda al Polo e all’Africa, irradia sé oltre sé. Ogni artista (traduttori-registi-musicisti) ha terremotato gli elementi naturali, linguistici, ideografici per esprimere un’opera transnazionale. Largo Sguardo, non si può semplicemente leggere come un libro qualsiasi, perché non è propriamente un libro, ma chiede a colui al quale viene incontro e che a lui va incontro un’immersione empatica travolgente, diviene allora compiutamente un inno alla diversità e un’elegia del dialogo, quando si prende consapevolezza della prometeica energia che si è diffusa e profusa per la sua realizzazione, varcando i limiti variamente imposti dai confini e dalle frontiere linguistiche, culturali, istituzionali, economiche. Già Voltaire aveva fiduciosamente proposto un’Europa letteraria cosmopolita, quando aveva affermato, nel noto Il secolo di Luigi XVI «Si è visto che una repubblica letteraria si era insensibilmente stabilita in Europa, nonostante le guerre, e nonostante le diversità di religione. Tutte le scienze, tutte le arti hanno così goduto di scambievoli aiuti; le accademie han creato tale repubblica. La letteratura ha unito l’Italia colla Russia, gl’inglesi, i tedeschi, i francesi andavano a studiare a Leida […] i veri scienziati, in ogni ramo del sapere, hanno stretto i legami di quella grande società degli spiriti, dappertutto diffusa, e dappertutto indipendente. Tale carteggio dura ancora ed è una delle consolazioni dei mali che l’ambizione e la politica procurano all’umanità».

Vi è un motivo di gratitudine che dobbiamo alla Poesia e al Poetico: è quello di consentire d’entrare in un ritmo, che è il ritmo della vita, in un movimento che è il movimento imponderabile della presenza e dell’assenza, in uno spazio, che è lo spazio del sé e dell’alterità, ed è per questo motivo di gratitudine che la lirica è il modo e il genere cui si affida operosamente di condurre in porto il progetto incompiuto d’una consapevolezza dell’identità e dell’alterità del cittadino dell’Unione europea. Il verso di Largo Sguardo è una direzione imponderabile, varia e variabile, è un cursus instabile e che corrisponde e deve corrispondere al vissuto delle esperienze, esigenze, valori, ideali di milioni di cittadini. Chiediamo che ci corrisponda e ci risponda, e ci venga incontro con la sua varia melodia e col ritmo modulato dalla parola poetica (nelle varie lingue), quando noi andiamo incontro a lui, nella prospettiva dell’uno e del molteplice, così è la poesia (le poesie- video), che segna un verso, che è anche e piuttosto un multiverso.

L’Unione europea non è ancora una garanzia d’identità e di molteplicità, così impegnata nel tentativo di definirsi e progettarsi e riconoscersi nella propria Costituzione, di gran lunga più elevata e consistente della stessa comunità che vi si dovrebbe riconoscere, ma in ciò viene in aiuto anche Largo Sguardo: la sua lirica perfettamente europea induce a pensare e educare ai legami intrinseci ed estrinseci con la nostra storia e sensibilità comune e differente. Dall’Ermes dell’omonimo omerico Inno viene inventata la lira, con il guscio di una tartaruga, il guscio del tartaro, completato con corde tratte dalle viscere d’un bue, ancora un’altra forma dell’interno, per diffondere all’esterno la musica e il canto, donata poi alla simmetria e alla ragione di Apollo e arpeggiata con l’aiuto della grazia e della perizia e sapienza delle Muse, continua ad insegnare al poeta europeo a cantare la frattura fra uomo e Dio, fra vita e morte e morte e vita, in un riandare dalla fede all’infedeltà, dal tradimento al sodalizio, non conflittuale ma in forma dialogica fra essere e non essere, divenire e stasi, unione e separazione, elementi che inducono ad una reale consapevolezza della civiltà europea. «Oggi Eurolandia sembra sia decisa/ a cancellare lo sguardo di Medusa./ Ma con quali scudi scintillanti credi/ si uccida chi pietrifica la preda?» così interroga Tony Harrison, nel suo Lo sguardo della Gorgone, i cittadini europei, credendo che si possa continuare a fare poesia anche dopo Auschwitz, dopo le guerre del golfo, i dittatori, ripartendo dall’Europa, dai suoi cittadini, dai suoi poeti!

È tra gli estremi del localismo e del cosmopolitismo che oggi si attua la sfida della creazione. È l’essere dopo e oltre, o prima, e comunque tra noi, ma anche l’essere in modi e forme imprevisti-imprevedibili l’irriducibile paradosso della Poesia e del Poetico che provocano ancora e sempre un Largo Sguardo, ci provocano a un Largo Sguardo.

ANGELO FÀVARO
Università degli Studi di Roma – “Tor Vergata”
Dipartimento di Studi Umanistici

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* Introduzione a Faraòn Meteosès, Largo Sguardo, Cavinato Editore 2014.

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