“Cavalcare la tigre” come Dada-Pensiero

1.V. Conte -Attraversando J. Evola, 2005

Di VITALDO CONTE *

Le vicende e i transiti molto personali – fra Futurismo e Dada – costituiscono un aspetto rilevante, non certo marginale, della complessa e versatile personalità di Julius Evola. In questi “passaggi” inizia a formulare un procedimento-percorso di pensiero, attraversando le immagini (pittoriche e poetiche) di avanguardie radicali, come quelle futuriste e dadaiste, confrontandosi con il nichilismo e i limiti della ragione. Questi movimenti infatti sono protesi a “recidere”, con innocente crudeltà, i miti dell’arte (passata e presente), confrontandosi con la sua crisi, i suoi sistemi e la società: “Esprimere è uccidere”.

Ne Il cammino del cinabro termina lo scritto, dedicato al suo transito dadaista, con: “Non scrissi poesie né dipinsi più dopo la fine del 1921”. Nello stesso capitolo risultano significative le affermazioni di Tristan Tzara che egli stralcia: “Che ognuno gridi: vi è un gran lavoro distruttivo, negativo, da compiere.  Spazzar via, ripulire. La purezza dell’individuo si afferma dopo uno stato di follia, di follia aggressiva e completa, di un mondo lasciato fra le mani di banditi che si lacerano e distruggono i secoli. Senza scopo né disegno, senza organizzazione, la follia indomabile, la decomposizione”.

Julius Evola non rinnega la parentesi artistica, successivamente alla sua conclusione, anche se considera impersonalmente il suo autore “scomparso”. Ci ritorna, sporadicamente a distanza di tempo, con articoli e considerazioni, ma anche, negli ultimi decenni dell’esistenza, attraverso “copie” di ciò che aveva già dipinto. Il “ricopiare” un proprio quadro, realizzato in passato, risulta un sintomatico e ulteriore atto di “estraniamento” d’identità.

I movimenti studenteschi di contestazione europea ­– dei maggio ’68 ‘69 e delle successive opposizioni – trovarono in Evola un referente e imprevedibile anticipatore di antagonismi “a tutto campo” (esempio noto: brani dei suoi libri letti nella Facoltà di Lettere di Roma occupata dai contestatori del ’68). La sua influenza sotterranea fu più vasta delle apparenze: il suo Cavalcare la tigre (1961), che ebbe varie edizioni, “fu una specie  di “libretto rosso”  tra gli studenti di sinistra e di destra dopo il ’68 francese” (V. Scheiwiller). Viva Evola comparve sui muri di diverse università italiane.

Il pensiero di Evola, definito negli anni ’60 il “Marcuse della destra”, potrebbe presentare – oggi –, nei suoi aristocratici aspetti “ribellistici”, qualche affinità con l’antagonismo no-global, anche se nel suo caso si potrebbe parlare di esistenziale alternativa contro-global.

Questa “figura controcorrente” può risultare un interiore riferimento anche nel linguaggio artistico dell’attuale società, debordante di parole e immagini “senza profondità”, diventando testimonianza e riflessione. Il suo discorso espressivo vuole diventare una “maschera” spirituale in espansioni e sinestesie non facilmente catalogabili.

Ricorro al titolo del libro di Julius Evola Cavalcare la tigre (1961) per usarlo oggi come metafora concettuale di lettura e azione: negli ambiti dell’arte, del pensiero e dell’esistenza (individuale e collettiva). Può indicare ancora il “come porsi” verso questi territori: con lo staccarsi aristocraticamente dalle apparenze “senza spessore” del mondo attuale (pur non entrando necessariamente nella passività o rinuncia) o, viceversa, con l’affrontarle in un qualche modo, ricorrendo anche a radicali dispersioni e apparenze d’arte.

Il detto (estremo orientale) ­– cavalcare la tigre ­­– continua a riguardare l’essere che non sente appartenenza profonda, né vincoli interiori, con il mondo circostante: può divenire “un manuale di autodifesa personale” e interiore. Se si riesce a cavalcare una tigre, sapendola anche “ascoltare”, si può impedire che questa possa assalirci: mantenendone la presa, può accadere che possa avvenire un cambio di direzione. Questo “cavalcare” continua a riguardare l’essere che non sente appartenenza, né vincoli profondi, con il contesto circostante: può essere ancora “un manuale di autodifesa personale”. Cavalcare la tigre rappresenta la vita stessa e il suo svolgimento, anche in chiave artistica. Continua a essere un’eredità rivolta a chi, riconoscendosi internamente in certi percorsi dell’esistenza, ritiene di vivere in un’epoca di dissoluzione: ieri come oggi.

Evola – da “maestro pericoloso – continua a parlare a generazioni che rifiutano suggestioni esteriori, anche attraverso i fascinosi richiami e le simbologie più radicali della Tradizione. Le sue idee animano ancora i malesseri di chi è “contro” la perdita di valori interiori, di chi si oppone ai sistemi dominanti: come potrebbe essere l’odierna globalizzazione, che tende a ridurre l’intero mondo a un gigantesco mercato, dissolvente frontiere ma, anche, diversità culturali sempre meno tutelabili. La stessa dicotomia di destra e sinistra, così ben definibile agli inizi della modernità, diviene meno evidente con la sua fine.

Evola, con questo libro, chiude un ciclo, tornando sulle posizioni della gioventù che lo avevano spinto verso la negazione radicale del mondo e dei valori esistenti: fino al punto-zero del Dadaismo, dopo aver transitato nel Futurismo.

L’autore, nel percorso di questo cinquantennio, arriva agli anni Sessanta con le loro tensioni (politiche, artistiche) e le ipoteche ideologiche. Indica, però, l’esaurimento dei linguaggi delle avanguardie storiche con l’assoluta improbabilità di una loro rinnovabile presenza: “In realtà, i movimenti a cui mi interessai ebbero un valore non tanto in quanto arte, ma appunto come segno e manifestazione di uno stato d’animo del genere, quindi per la loro dimensione meta-artistica e perfino antiartistica”.

L’esperienza pittorica e poetica di Evola nel movimento dada, pur breve nella temporalità, risulta intensa, anche negli aspetti intellettuali, presenti e illuminanti nella stessa pratica artistica. Le “rappresentazioni” di Evola sono uno dei gradi zero dell’astrazione del primo Novecento: con il suo lasciare il pensiero-immagine della pittura per dedicarsi alla filosofia, con il suo intervenire nell’arte e con la sua indifferenza per il creare o non. Il suo transito dada suscita riflessioni, in quanto è difficile separarlo dal suo successivo percorso di pensiero.

Evola, con gli scritti e la pittura, attraversa le contraddizioni dada fino a estreme e imprevedibili conseguenze. Ne condivide la radicale essenza nichilista, oppositiva a ogni valore acquisito dell’arte e della morale: il paradosso, l’arbitrio e il non-senso diventano posizione filosofica “tradotta” in immagini. La sua paradossalità è anche quella di aderire al Dadaismo (che rifiuta la formulazione di linguaggi stabiliti), per poi teorizzarne una possibile estetica (nel testo del ’20) ed esprimerne opere con un intrinseco equilibrio e valore artistico, contrariamente alla volontà di questo movimento.

Le immagini, che Evola “affida” alla sua pittura come alla sua poesia, non possiedono solo una comunicazione sinestetica, appartenente allo specifico linguaggio usato: risultano anche immagini-concetto. Queste accompagnano, in maniera sotterranea, il suo procedimento di pensiero, che sottintende simultaneamente quello esoterico e propriamente alchemico. Nel Dadaismo, che ha compreso ilbluff dell’arte moderna, e l’illusione di questa ricerca del nuovo”, l’arte può liberare, per la prima volta nella sua storia, una risposta e concezione spirituale. Evola, ritornando successivamente sul Dadaismo, lo definisceun limite: in esso l’arte, nel suo valore religioso e, in generale, come spontanea espressione in forma universale, realizza la propria negazione”. Gli appare come l’approdo estremo dell’arte modernissima – cioè astratta – limite insuperabile del nichilismo artistico, non intravedendo nell’ambito della forma, dopo Dada, una possibilità di sviluppo. Lo stesso può valere per la filosofia: “La filosofia in generale culmina nell’idealismo trascendentale, il quale a sua volta ha l’idealismo magico per l’inevitabile conclusione. Di là da questo non vi è più nulla da fare in filosofia”. L’elaborazione teorica procede sotto il segno dell’individuazione dell’estremo e del suo superamento, mossa dall’aspirazione a un sapere che sia estraneo e postumo rispetto all’arte e alla filosofia.

La significativa radicalità dada esprime certamente la conclusione delle istanze più profonde che avevano alimentato i movimenti d’avanguardia. Con il Dadaismo le stesse categorie artistiche sono negate, nella ricerca di passaggi verso le forme caotiche di una vita priva di razionalità: esaltando la contraddizione, l’assurdo, il senza senso e scopo. Il Dada può costituire, con la sua proposta di azzeramento, il linguaggio ultimo ed estremo dell’avanguardia novecentesca, proprio con l’esprimere una creazione oltre ogni canone assegnato alle sue forme: non solo dalla tradizione ma anche dalle “rotture” indicate dalle avanguardie storiche. Questa creazione oltre può divenire così una “mistica”, che distrugge le apparenze esteriori, talvolta rassicuranti anche nelle sue estremità, per “ricreare” un’origine dispersa dell’esistere. È un cavalcare la tigre come arte-pensiero.

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NOTA

Riferimenti e stralci sono ripresi da precedenti pubblicazioni dell’autore:

Alchimie e maschere di Julius Evola, IIriti Ed., Reggio Calabria 2005.

-Maschere di Evola come percorso controcorrente, in AA.VV., Studi Evoliani 2008, Ed. Arktos, Carmagnola 2009.

-Pulsional Gender Art, Avanguardia 21 Ed., Roma 2011.

-Attraversando Evola (Cavalcare l’Arte come Pensiero), Il Borghese, Roma gennaio 2015.

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* in AA.VV., Studi Evoliani 2016, Ed. Arktos, Carmagnola 2009.

 

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