“La terrazza. Un’esalazione”, poesie inedite di Andrea Donaera

Andrea Donaera

Di ANDREA DONAERA

La terrazza.

Un’esalazione.

Niente, nemmeno il male

che a tutti parlava dentro

era nostro.

Umberto Fiori

1,

Eravamo in qualche modo uniti, nell’attesa sulla terrazza del Capodanno,

le nostre madri le più stanche del mondo, mettevamo a turno gli occhiali

dello zio ricco che chi si ricorda come si chiama, dicevamo, senza chiamarci

noi mai per nome, ci si riconosceva dal tono, se era pacato era il più grande,

se era squillante era il più piccolo, eravamo in qualche modo uniti, al freddo,

la terrazza e la lampadina fulminata, si rientrava dopo poco, due minuti

prima della mezzanotte, eravamo stanchi ma non lo si poteva dire, le madri

invece, le madri lo dovevano dire, dal mattino, le nostre madri più stanche,

le dita sporche di battuto sedano e carote, i nostri padri fumavano, alcuni,

altri guardavano il Televideo, nell’attesa sulla terrazza del Capodanno,

lo zio ricco lo si chiamava forse Zio, i Persol marroni grandi, a chi è

che stavano più grandi, uno di noi, eravamo in qualche modo uniti,

ma uno di noi, forse il più grande, accese un bengala controvento,

controtempo, lo sentimmo urlare, noi di dentro, le nostre madri stanche,

lo guardavamo ustionato di un bengala controvento, la mano nera, cosa,

cos’era successo, era scoppiato il bengala, qualcosa, era successo qualcosa.

 

2,

Dal Ventiquattro all’Uno era un da fare sempre, le nostre madri più stanche,

i nostri padri ricaricati di tredicesime fumavano, chi non fumava beveva, noi

eravamo in qualche modo uniti, dal Ventiquattro all’Uno tutto un da farsi,

tutte le sere le carte, i fagioli, le regole, le monetine, le tovaglie, le briciole,

non avremmo più ricordato niente, nemmeno l’epica dell’anello perduto,

l’anello di chi, non si ricorda nessuno, un anello perduto nel lavandino, era

scivolato, poi recuperato, sporco di qualcosa, verdure bagnate, pelle di pesce,

era un ridere inorridito, la madre stanchissima piangeva di schifo e sfortuna.

 

3,

Le conchigliette, il sugo di pescatrice, la lingua bruciata, uno dei nostri padri

puliva il pesce a mani nude, interiora rimanevano incastrate sotto la fede, lui

la sfilava, succhiava via, la ripuliva con la lingua, noi non abbiamo mai detto,

mai detto niente, ridevamo inorriditi, tutto un silenzio che assecondava il fare

dei nostri padri, uno fumava e sistemava le carte nel mazzo, gli occhi stretti al

fumo, noi rubavamo le sigarette dai pacchetti, facevamo finta di fumare, le

nostre madri ci colpivano le nuche esauste, giovani vecchie abbarbicate al

balcone, guardare la strada giù lontana, tre piani, ipotizzarla un’occasione, un

pensiero che si capiva dalle mani tremanti sulla tovaglia sporca di noci rotte,

noi eravamo comunque a nostro modo uniti, lo zio ricco apriva la grappa,

ce la faceva odorare, uno dei nostri padri la beveva d’un sorso, gli occhi poi

gli si facevano strani, eravamo uniti in un ridere inorridito, una delle nostre

madri esauste era sempre più tremante, accendeva una Multifilter Centos,

una volta uscì sulla terrazza, un giorno tra il Ventiquattro e l’Uno, eravamo

certi che non sarebbe rientrata, o forse non lo eravamo, certi, ma eravamo

uniti in qualche modo, le guardavamo la mano sulla fronte, gli occhi aperti

forte, gli occhi aperti forte sulla strada giù lontana, tre piani, la guardavamo.

 

4,

C’è forse una foto, due, ma mai di noi insieme, il più piccolo forse, lui, era

un problema, con le foto, lasciavamo stare, i nostri padri insistevano, ma no,

c’è forse una foto, di una tavola piena di cose, nessuno seduto, nessuno, noi

eravamo tutti di là, si guardava il Bambinello nuovo, di ceramica o terracotta,

uno dei nostri padri rimase invece, a fare la foto, in un angolo della foto un

filo di fumo, al centro della tavola un mazzo di carte, in mezzo a tutto il cibo,

le tolse con urla una delle nostre madri, le nostre madri stanchissime, loro

temevano il gioco, il denaro, a tavola, temevano il demonio, a tavola.

 

5,

Il più grande, forse, non lo si riusciva a tenere con noi, mai, davanti alla tv,

rapiti, noi, qualsiasi cosa fosse lì, lui invece voleva non ricordiamo cosa,

altro, i petardi, i bengala, i miniciccioli, le cipolle napoletane, il rumore, noi

non sempre capivamo, non sempre volevamo, eppure si usciva, la terrazza,

era tutto un da fare, dal Ventiquattro all’Uno, le nostre madri ci urlavano,

urlavano di rientrare, il più piccolo rideva inorridito nel sentirle urlare.

 

6,

Solo quando poi era il momento dei regali, e quando poi era il momento del

Bambinello, e quando poi era il momento dei botti, era tutto un da farsi, noi

eravamo in qualche modo uniti, urlanti noi, le urla delle nostre madri, le urla

dei nostri padri per parlarsi tra le nostre urla, anche durante il Bambinello,

le nostri madri, le voci all’improvviso bianche, urlavano in canto preghiere,

i nostri padri continuavano a parlare, facevano la croce quando tutto finiva,

noi facevamo la croce decine di volte al giorno, quando tutto iniziava, sempre

la croce, quando tutto finiva, la croce, prima dei regali, dopo i regali, quando

era pronto, prima di tornare alla vita lontani dalla tavola, quella volta uno dei

nostri padri, gonfio di grappa, prese per il collo forse il più grande, forse, lo

prese per il collo con la mano sinistra, gli diede uno schiaffo con l’altra mano

e per giorni, poi, era il Ventiquattro, fino all’Uno ancora il segno delle dita,

noi eravamo uniti e sorpresi, si vedevano tutte e cinque, ma perché, i segni,

perché, le nostre madri e gli altri nostri padri se lo chiedevano, perché lo

schiaffo, noi non ce lo chiedevamo, non lo abbiamo mai saputo, ridevamo

inorriditi, contando le cinque dita sulla guancia, provando anche noi, su noi

lasciarci il segno sulla guancia, in qualche modo uniti, l’Uno eravamo tutti

rossi di schiaffi, il più bravo aveva lasciato bene le dita, ridevamo inorriditi.

 

7,

Dei nostri doni cosa è rimasto non lo sappiamo, di tutti quei regali di Natale,

cosa è rimasto, dei nostri padri poco, è rimasto poco, forse nemmeno loro

sono rimasti, nemmeno i loro corpi, nemmeno i corpi delle nostre madri,

loro, forse di loro è rimasto solo il corpo, di noi, forse, dei nostri regali, dei

nostri doni, forse nemmeno il nostro corpo è rimasto, ora che siamo uniti,

in qualche modo, ancora, ora che noi fumiamo e siamo zii ricchi, ora che

siamo a tavola, siamo seduti, ci fanno una foto, siamo, siamo uniti, inorriditi.

___________________________________

Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie. Vive tra Bologna e Gallipoli, lavorando come operatore culturale; è laureato, con una tesi su Elio Pagliarani, in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è segretario del Centro di ricerca “PENS: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture” del Dipartimento di Studi Umanistici. Dal 2016 dirige la collana di poesia “Billie”, per la casa editrice ‘Round Midnight. È tra i redattori del “LOST: l’osservatorio delle serie televisive”, coordinato dall’insegnamento di Linguistica Italiana dell’Università del Salento. Nel 2014 è stato tra gli ideatori e organizzatori del Festival della Letteratura di Gallipoli “Il Mestiere di Scrivere”; attualmente è il direttore artistico di “Poié”, Festival della Poesia della città di Gallipoli e del Festival della poesia dialettale “Oju lampante”.

Ha pubblicato le raccolte di poesia: De atra Lacruma (Premio Barocco Editore, Gallipoli, 2009); Ombre e Quesiti (ApprodoSalento Edizioni, Lecce, 2010); Additato (Edizioni Il Papavero, Avellino, 2011); Il latte versato (Sigismundus Editore, Ascoli Piceno, 2012); Certe cose, certe volte (Marco Saya Editore, Milano, 2012); Piccolissima – 25 Haiku (Gds edizioni, Milano, 2013); L’amore, a dirlo, è una cosa difficilissima (‘Round Midnight edizioni, Campobasso, 2013); Occhi rossi – con illustrazioni di Luca D’Elia (‘Round Midnight edizioni, Campobasso, 2015) ); Tetrakis. Tre voci per un traversare – con Daniela Liviello e Renato Grilli (Kurumuny, Calimera, 2017).

Si sono occupati della sua scrittura, tra gli altri, Davide Rondoni, Rosita Copioli, Valerio Grutt, Stefano Guglielmin, Elio Pecora, Michelangelo Zizzi, Nicola Vacca. È presente in numerose antologie, e diversi suoi componimenti e interventi sono stati pubblicati e segnalati su riviste web e cartacee (“Nazione Indiana”, “La lettura” del Corriere della Sera, “Atelier”, “Poeti e Poesia”, “Mangialibri”, “L’EstroVerso”, “Versante ripido”, “Spagine”) e blog letterari (“Interno Poesia”, “Poetarum Silva”, “Parco Poesia”, “Vibrisse”, “Blanc de ta nuque”); è tra i vincitori del concorso permanente “Unpoeta.com”, finalista al “Premio Centro per la Nuova Poesia d’autore” 2014, semifinalista del “Premio Rimini” nelle edizioni dal 2014 al 2017. Suoi testi sono stati tradotti in spagnolo dal “Centro Cultural Tina Modotti” di Caracas.

È stato ospite di diverse manifestazioni e iniziative, tra cui il laboratorio “Al verso 61” del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna, il festival “Parco Poesia” di Rimini, la rassegna “Chiedo asilo” di Avellino, il seminario “È ancora possibile la poesia?” del Liceo Fano di Firenze.

Da diversi anni si occupa di regia e scrittura teatrale, numerosi suoi spettacoli sono stati rappresentati in rassegne nazionali e locali; dal 2009 cura i Laboratori Teatrali presso il Liceo Quinto Ennio di Gallipoli.

Appassionato di musica, ha scritto per diverse testate specializzate e ha fatto parte di numerosi progetti musicali, fra cui la one-man band black metal“Onirica”, con cui ha inciso l’album Cosasonora per la casa discografica statunitense Beneath The Fog Productions; attualmente è chitarrista della band heavy metal “Serial Vice”, con la quale ha pubblicato l’album Nightmares Come True per l’etichetta statunitense SliptrickRecords.

 

 

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