“Antiche News”, un prosimetro inedito di Selenia Bellavia

Roberto Cociancich, “Naufragio”, olio su tela 2013

Di SELENIA BELLAVIA

 

Che m’avvicini il suono d’affondare bocche genuine come l’eternamente in una più intessuta congiunzione – era la nebbia a dire voluttà di lacrima e bagliore l’elemento a mordere, a rubare il sonno per cercare un dito di tramonto e spargermi le carte quando sole e notte un petalo chinava i campi nel distante acuto (io) imparai a leggere una lettera feroce sul tuo mare (io) ti parlo ogni parola come la foglia incontra la stagione e quattro o cinque io-di-me colati al biancospino (io) continuo a svolgere una sorta di lucerna, il sentire fisico, un riflesso e riso e pianto (io) vorrei strisciare fuori, poterti dare l’alba e onde e suoni nati dal fruscio dei nostri vuoti costeggiare stanze più ovattate, spizzicare i fogli poi dipingere per gioco (io) vorrei poterti dare l’alba e intorno solo immagine _ amore _ essere una tasca buona per la mano, darti una parola, a ogni ora un’alba e forse noi vivremmo senza passi d’obbligo sospinti alle fiumane, di memorie o stelle, indifferenti alla posologia come i soldati aspettano conquiste si veniva a splendere nell’ombra fra un deserto e il mare (io) lo disponevo come, dove, un che di fuso in e sulla eredità mimetizzata era il sistema per cibarsi d’aria una data tecnica poggiata libera di sciogliere, ispirata aveva spazi, metabolizzava un forse (io) lo risentivo al vero _ amore _ un nodo inverso e rosso era l’aspetto facile d’un pezzo e il tasto riscriveva il secolo sul vento già ispessito ai monitor poiché mi strangolavo _ amore _ stabilivo sempre che restavo in un pensiero (io) che respiravo per nutrire un gemito e forzare l’attimo alla voce.

Ma sono immense gole

i veli

arrampicati

sopra questa fame.

Il cammino già riapertosi coi venti nel secondamento d’arenaria non trattiene l’impeto. Rapina ogni movenza come se battesse il suo tappeto d’alghe nei calcoli precisi contro un foglio a ricomporre l’unica novella nella gora d’un respiro elettrico. Oppure fatto a skank e preda, un enthusiasmos senza una decenza, lacerando litri di vitale allo scirocco d’africa, intrecciando spostamenti di pupille per nistagmo involontario: fu incapace di frenarsi un punto d’asfissia e nel saporare d’impossibile gridò incessante il suo vorace sperdimento rigonfiando l’atmosfera intorno: era d’Ofelia un dente in questa carne a rigirare, il pharmakos di specie sopra i ferri: ho visto esistere una lingua sovrascritta ai solchi, un’altra pergamena a questa mano.

Eppure là, dove la notte urla una sua stella, ho richiamato un petalo e più rosso in questa traccia accolta al tintinnio da un getto senza freddo era sognato un corpo rifiorito d’altro tempo sopra i vetri delle privazioni: una sagoma infinita quanto l’ombra della cattedrale sui crepuscoli già urbani fatti a luci dispiegate e minime e di cenere agli ombrelli per le nuvole effusive: come se la sorte mercuriale s’affacciasse dalla tenebra ridendo al suono, al sintomo, all’affetto e noi afferrassimo il suo colletto immenso stonando anche il suo timpano per un profumo di molecole animali che ci premesse i femori e le scapole e le suture craniche. O come se nel sempre d’ora più mitocondriale, respirando in dentro al protoplasma il tribale della musica, due pieghe tachicardiche ripassassero la valvola mitrale sulle corde consacrando al demone del bosco la carnaccia più sensibile, intonando i fumi strabici del pianto per una

Immagine

Assoluta.

Ma questo tempo funzionale è intossicato da una spora d’acqua gigantesca sullo zigomo stordito da ventate e gonfio sotto il cavo delle orbite: quando i campi disfano di luce e gocce consonantiche si muovono alle dimenticanze: quando accartocciate le vocali saltano ossessive per un’esitazione: quando in casa non c’è nulla, solo dettagli su quaderni piatti in qualche angolo.

Si direbbe ottimo il suo taglio se mancasse un altro grido immerso – è l’abbandono.

Eppure stato di evidenza.

L’unico principio, dare gioco alle parole rimestate, ritagliate, rifilate in tutti quei vorrei e voglio, un banchetto popolato, infranto alla commedia d’essere, al sì d’essere noi, noi nel fuoco a carica di niente, immolati all’ulteriore, in chi venne al mondo prima a rifiorire trame: tutti i nomi, tutto il tempo in segno opaco, miliardi sette particelle incatenate al solo vero che ritorni vita è il materiale di sopravvivenza storica – riemerge in occhi pueri come un segno vivo di granelli incomprensibili di cose sulle cose. E siamo pezzi di pellicola a punte estreme di mania: ne faremo schemi da riempire, da inseguire, da saziare imparando la memoria con la tecnica di vele solitarie alle frontiere.

Forse consumare vita come piante a fronde tese, incivili ai fasci bianchi, è possibile.

È possibile? Io continuo a dire voglio. E continuo senza mai richiedere perché lotto con gli dei per trattenere gli aggettivi dell’appartenenza. Sshhhh… non si può dire! È inadatto più che sempre… perdiana! Non si sfugge: il computo è là dove si muore.

Sopra un tavolo le news.

Un giorno tutte le parole si faranno inaudite.

Una treccia elementare di fotoni a massa nulla.

Un infinito raggio troppo corto per il nostro amabile sciupio.

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