Amurusanza, o la sconosciuta necessità della poesia. Una recensione di Fabio Ciriachi

Rino Cavasino

Di FABIO CIRIACHI

Il libro di Rino Cavasino Amurusanza, edito dalla Coazinzola Press nella collana “Poe(re)sie”, è un’opera riccamente composita che esige di essere attraversata con attenzione e disponibilità di tempo, per le molte riletture a cui si presta il suo stratificato amalgama di segni.

La prima parte è una notevole raccolta di poesie – molte in dialetto trapanese con testo italiano a fronte, e altre, invece, solo in italiano – che si costituisce come prova, semmai ce ne fosse ancora bisogno, di quanto nutrimento i dialetti possano apportare alla lingua, grazie al loro continuo e saldo rapporto con le origini.

Forte delle sue 35 pagine la seconda parte, “Postille all’amurusanza”, è un fertile contenitore di narrazioni che con forza affabulatoria (ah, quante altre ancora se ne sarebbero lette, di quelle postille!) conducono lungo percorsi filologici in cui risuonano – vive e inattese, e per me spesso ignote – sembianze della composita civiltà siciliana: araba, in primis, ma anche spagnola, normanna, latina, greca.

Nella terza parte, “Grafie dell’amurusanza”, Cavasino racconta la difficoltà di rendere con parole i suoni di una lingua che si è trasmessa sempre per via orale. Tredici pagine che vanno a interrogare i fondamenti della “scuola siciliana”, si appoggiano a Contini, raccontano la genesi del Vocabolario Siciliano, e arrivano a mostrare infine quale equilibrio fra suono e grafema abbia privilegiato l’autore nel dare corpo a suoni che si tramandano per sole tracce di sapore, per echi; anche se questo, poi, vuol dire fissare in modo rigido qualcosa che, per sua intima natura, è mobile e cangiante: “Lo sciamano, avvicinandosi alla morte, parlava una lingua sempre più fonda e perfetta, come la prima, la sola lingua mai nata al mondo, di cui già quella dei figli non era che un’ombra storpia, quanto la sua forse della lingua dei padri, della lingua madre perduta, mai salvata”.

Amurusanza è anche un lungo percorso di interrogazioni, dal momento che molti testi pongono domande e, a saperle vedere, danno risposte a domande invisibili, magari rimaste sospese nel tempo, e disattese. Mirabile sintesi dei limiti rappresentativi che Cavasino si riconosce – e doverosamente posta in apertura, quasi viatico per l’intera raccolta – la poesia “Uno spillo con una farfalla” si apre così, affinché sia chiara la fragilità dello strumento in atto: “Scrissi nella lingua di mia madre e neppure / lei capì”; e si chiude, a testimonianza di quanto consapevole sia l’autore circa la criticità della sua operazione, con: “…Ogni lettera / ogni virgola era / uno spillo con una farfalla”.

Lingua, sangue, olio, letto, scirocco, vento, ossa, mare, vene sono tra le parole più ricorrenti nelle 75 poesie di cui si compone la raccolta, suddivisa in sette sezioni, ciascuna contenente (a parte la seconda, tutta di poesie in italiano) poesie in dialetto con traduzione, e poesie solo in italiano.

Che risplendano di immagini fra vita e morte (“Vento battiloro”) o raccontino la nostalgia per le testimonianze del passato (“Andirivieni”); che mostrino come le parole si fanno materia (“Scirocco”) o parlino del corpo di donna attraverso animalesche allusioni (“La donna insetto”) o anche come un paesaggio di amorose fisiologie (“Capillare”); che mostrino la simmetria con cui combaciano le parti nella “Lingua del sonno”: “Senza coscienza all’arco delle schiene / rispondono toraci, a seni palme, / addomi a reni, gl’inguini alle cosce, / convesso a concavo, lento traduce / il sonno ogni segreta rispondenza / dei corpi in torpida, rettile lingua” (e come non far risuonare questa “rettile lingua” con la figura nell’ultima pagina di “Grafie dell’amurusanza”: “Barbara lingua periferica, straniera, clandestina; lento veleno di serpe in seno all’italiano”); che si conformino come breve e visibile monumento al dolore (“Musa”) o mettano in atto un raffinato meccanismo di memoria e nostalgia tanto da far ritrovare qualcosa dei monti Iblei a Urbino, nell’intima comunione con le api, fino al dividersi in due dello sciame come fosse una cellula che si riproduce (“Le api”); che alludano, in una poesia tutta di antropomorfizzazione erotica, al lungo e dritto corso di Palermo quale erezione della città eccitata (“Cassaro”) o suggeriscano rimedi naturali (“Acqu’e alloro”); che ribadiscano la validità del percorso cibo-corpo-tentazione-sacro (“Diavoli”) o raccontino squarci familiari portentosi, come la nonna che chiede l’urinale (“Madre polpo”); che stordiscano con incipit maiuscoli “I datteri sono dita di luce / che tramontano in bocca, / dita lustre che guardate / al sole si vedono le ossa” (“Dattoliere”); che suggeriscano di vedere le mani stanche del puparo quasi fossero la fatica a continuarsi della tradizione (“Opera dei pupi”) o alludano alla metamorfosi del dopo-morte, al reincarnarsi nelle parole lasciate scritte e lette da qualcuno (“Per i miei figli non ancora al mondo”); che facciano barcollare di fronte alla pienezza di immagini e temi tutti di stretto taglio amoroso e forti di un inesauribile accendere i sensi con il canto d’amore e assenza (“Meno male”) o realizzino la metamorfosi fra l’umano e il marino attraverso il lessico del corpo come barca (“Palombara”), è comunque difficile resistere alla tentazione di elencarle tutte, queste poesie, di citarle per intero, di ricreare – unico discorso possibile per non sminuirle e metterle in ombra, come anche la migliore parola critica sarebbe condannata a fare – una copia identica all’originale in ogni virgola e spazio bianco, perché solo questo meritano lavori di una tale inusitata complessità.

Ma non volendo cadere nella tentazione replicativa del borgesiano cartografo dell’impero, l’unica soluzione possibile, allora, come alludevamo all’inizio riferendoci alla necessità di un tempo debito per tentare un’ampia intelligenza di Amurusanza, è quella di passare e ripassare lungo il percorso tracciato dal libro, consapevoli, ogni volta, che anche la più vigile attenzione critica non salverà dalla distrazione, dalla perdita del dettaglio, del nesso fertile, e soprattutto che di qualunque elemento ci si occupi, bisognerà resistere alla prepotente certezza che mentre se ne nominano degli aspetti se ne stanno al contempo tacendo altri che ci sembrerà ingiusto tacere, col bel risultato di rischiare l’afasia per l’eccesso di cose da dire in cui si finisce.

Ecco spiegato, allora, il bisogno di ammettere quanto utile sia la pazienza di vivere rispettando il tempo delle umane possibilità, e quanto importante ricordarsi che non c’è bellezza, sebbene eccitante, che possa intralciare l’arte di esistere insieme alle cose; un’arte non legata al possederle, fosse anche per comprovato diritto a dare loro una definizione ma, all’opposto, al solo seguirne le complessità rinunciando alle etichette e alle catalogazione per arrivare a dire, solo nel momento in cui se ne fa esperienza, “Ecco è così”, e poi, però, tacere perché consapevoli che presto quell’è così potrebbe essere altro, e poi altro ancora.

Senza preoccuparsi del dove si sta andando, dal momento che qui saremo presi per mano dalla voce di Amurusanza la quale, oltre a sapere cose a noi ignote, è anche capace di farsi rigida come la scrittura per provare a dircele. E questo solo perché – ma sarà comprensibile a lettura ultimata – ne avevamo una profonda e sconosciuta necessità.

 

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