“I miei tentativi”, un racconto inedito di Marco Mazzucchelli

Di MARCO MAZZUCCHELLI

Sta succedendo esattamente in questo istante.

Le prime volte mi spaventavo. Ero un bambino e non capivo. In ogni caso resta una cosa che non sono in grado di gestire. Solo ogni tanto mi chiedo perché inizia con il bere, e perché poi non riesco a smettere di bere. Non lo sento come se fosse un gioco, anche se certe volte lo è. Sono anche allegro. Faccio cose stupide, rischiose. Finisce sempre che esagero, che non mi accorgo. E ogni volta poi, il giorno dopo, sono da solo a chiedermi che cosa ho fatto, che cosa ho cercato di fare.

Cammino lungo l’Irtys finché la sua luminescenza si spegne all’affievolirsi del bagliore notturno del cielo. Mi fermo su questo ponte come se tutto quanto, anche dentro di me, si stesse spegnendo. E forse funziona così, qualcosa smette di funzionare e ogni volta con lo stesso stupore come se fosse la prima, come se avessi bisogno di toccare la superficie di questa cosa, arrivare alla sensazione che sto per provare, quell’attimo dove capisco che sono pronto e che può succedere, dove capisco che questa cosa, questa opportunità c’è e io la posso cogliere, che ne sono capace. Sembra che quando lo capisco non mi importa più del fatto che io senta l’assenza di un senso in qualsiasi cosa faccia, che mi sfuggano le cause e soprattutto gli scopi, che non riesca ad afferrarli, farli miei e che sono stanco di essere agonizzante. L’importante è che sia in grado di sentire più forte un certo richiamo verso un altro posto, come se fossi destinato a bruciare delle tappe… che fossi in grado di arrivarci.

Salgo sul corrimano di questo ponte. Sono con il petto appoggiato al muretto, guardo di sotto e considero se saltare o no; anche se non so nuotare, forse è meglio lanciarsi da un palazzo. Guardo ancora giù e l’acqua sembra petrolio pronto a inghiottirmi, senza spruzzi o particolari manifestazioni. Penso ai secondi interminabili di caduta, al terrore puro nel realizzare di aver fatto la scelta sbagliata, di non poter tornare indietro. Racchiudo tutto me stesso in una decisione che viaggia lungo terminazioni nervose. L’istante dove scelgo di saltare e l’istante dove poi salto. Quella cosa che si racchiude tra questi due momenti, così breve, infinitesimale, che è inesplicabile il solo affermare che possa essere. La mia esistenza, che si rannicchia in questa frazione di secondo, non è altro che il distillato del presente, di ciò che non può essere fermato né tanto meno compreso. La sublimazione del temporaneo, del fittizio, del mortale. Distillato di nulla. Di essere umano. E poi ci sarà l’impatto, quello che succede al mio corpo. La cosa difficile da spiegare è come una cosa che sta già morendo, possa iniziare a morire di più.

Sono pronto a morire annegato, solo se penso che non sono pronto a vivere una vita come la mia. Convivo con questa pulsione, con questo moto dall’adolescenza. La soffoco, non ci penso, normalmente non mi ci vuole niente, è come se dormisse sempre. Ma quando bevo si manifesta. La metà oscura, necessaria. È come se la mia anima fosse già matura e completa, purtroppo imprigionata in un corpo e in un carattere che ancora non lo sono. È come se scalciasse, reclamando un altro posto, fuggendo la logica del trascinarsi dal niente imperante di una vita umana in mezzo alle altre. Come se qui non regnasse altro che un vuoto sovrano, che alcuni scorgono e rifuggono, che altri invece accettano inconsapevolmente illudendosi nell’amore, annullandosi in un’altra persona e poi nei propri figli, distraendosi nella ricerca di passatempi, perdendosi nella frenesia del lavoro. Il presente esiste solo per chi è in grado di coglierlo nel suo essere effimero e fatto di niente, come se fosse una nicchia che non esiste, ma che in qualche modo percepiamo; mentre il futuro è solo astrazione, che nella sua unica forma autentica non può far altro che coincidere con la morte, o con qualcosa che non ha niente a che vedere con la vita qui e adesso. L’unico modo di raggiungere il futuro autentico e rimanerci è l’astrazione. La banalità quotidiana non ha storia, perché quello che vivo viene divorato sul nascere e io con esso. Tutto è passato e l’unico futuro che non diventa passato è il futuro dopo la morte. Non voglio pensare che la causa siamo io e il mio essere condizionato da un’insufficiente capacità di riconoscere, denominare e modulare le mie emozioni, o da una scarsa tolleranza emotiva, da un’inibizione nel considerare come valide le esperienze intime. I miei giorni sono una lunga lotta per far prevalere le mie esperienze intime in una società appiattente. Far prevalere il mio presente in una società i cui meccanismi sono costruiti apposta per divorare il presente, per negarlo agli uomini e renderli pecore che fissano inebetite il colore nuovo della staccionata del loro recinto.

Mi chiedo se siano state le cose che sono appena successe ad avermi portato qui, ma come al solito non so darmi una risposta. Quello che so, è che è così, e basta. Che sono stanco. Qui in piedi, sul corrimano di questo ponte, ma con la testa proiettata altrove. Ormai svuotata, liberata anche dello sguardo inutile di Volodya di questa sera, che è rimasto seduto al bar, di sicuro alla ricerca di una ragazza qualsiasi con cui provarci, sempre più dimentico di me, e sempre più lontano da quello che eravamo, lontano anni luce dal suo sguardo filtrato da quei lunghi capelli rivoluzionari che fino a qualche anno fa gli cadevano sulla fronte, davanti a quei falò che quando si spegnevano tutti, tranne lui, mi lasciavano da solo sui bordi dei precipizi. Sdraiato in mezzo alla strada. Sui tetti delle isbe. Sui cornicioni delle finestre dei fienili. Con gli occhi chiusi per vedere se era così facile toccare la cosa che nessuno si rifiuta di toccare.

E anche adesso chiudo gli occhi, e il mondo dove voglio essere si apre davanti a me.

 

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