“Una cosa, una barbie”, prosa filosofica di Vladimir D’Amora

Di VLADIMIR D’AMORA

Una causa, una barbie

Troppe volte, troppo. Mi ricostruisco sempre, immancabile. Come se non si stancassero, a farmi pezzo di donna, e io accettassi: subendo. Mi ricostruisco anche dalle lettere sfatte, mi spediscono a incollarmi con sangue spettrale a altri viaggiatori della vita: lo so. Tutti patiamo, sotto il sole nato e morto anch’esso, ma i tori umani, gli adolescenti allupati e i vecchi traditori: o solo uominimaschi, e loro sono scontrosi: soffrono ma lenti nelle sere senza tramonto, o forse il tramonto è soltanto incollato lontano, e a un cielo di pace collosa, loro non danno pace, perché non la trovano?

Resta ingiusto ciò che accade.

Come è ingiusto il cemento che ci gira intorno: è cemento: muro di rapporto: posato necessariamente a fotterci ogni grammo dell’esistenza: consegnandoci a quella legge, che giusta lo sembra soltanto per cui: dai e ricevi: e poi doni: e vieni favorita: ché ti mettono un omaggio nel culo: in un’oasi di vuoto da comprare e desiderare: senza una fine. Senza un’origine, se non avvitata a inizio.

E’ iniziato, è anche iniziato – tutto ciò.

Come una ginnasta d’epoca mi sento, mi hanno montata bene, non posso più negarlo. Anche io, bambola turbottanta, nata in quegl’anni, ci stavano montando le oasi innocenti, ne saremmo uscite a prendere guerra e a dare amore pagato con l’aria stessa che ci respiriamo, ché ci diamo dare aria e a prendere comprarci amore in ogni stato d’elemento: plastica, chimica, nuova lega di una storia.

La pelle di una specie della donna.

Quindi non sono proprio nata, ma sono stata un progetto di tutti, singoli e masse rabbonite: convinti convinte di poter prendere nello spazio una stella per le zinne cadenti. O splendide che erano! E mi visitavano gli ingegneri, in gruppo anche. Emettevano sbraitando lunghi sibili di corpo, sia un’Idea cioè per farmi più attraente: sono stata una Bambina cresciuta presto e non è vero che solo di recente siamo stati un’infanzia coccolosa e superaccessoriata; ché allora crescere, una trentina di anni fa, ma anche prima, o dopo, fu dotarsi di tecnica per disvicinare vite restavano uguali a sé e tutte simili a me, a noi.

Donne femmine bambine vecchie impiegate commercianti sarte architette maestre dattilografe archiviste: svolgendo un compito immane: allevarci per allevare: siamo delle naziste? Anche noi che saremmo capaci di meritare il titolomerce di vittime?

Noi educhiamo l’educatore, noi stesse, sottoponendoci ogni giorno, anche nella solitudine, se scegliessimo la finzione della single, a una corvée infame: ma seguiamo il flusso. Ogni flusso più o meno colorato.

Seguitare a essere nelle Merci che ci crescono? E vi alleviamo i figli allevando noi stesse divenendo la indefessa espressione di noi stesse di chi non sa fare a meno di noi: il maschio. O dovrei dire il corpo come il mio corpo: il corpo ha un nome e mio: nome di maschio: l’articolo maschile: la desinenza maschile: corpo iniziato e finito: corpo bloccato: cui sia consentito d’imbracciare un’arma? O è l’arma ancora, una spugna con cui scancellare i tempi lunghi, i tempi veri di una verità, àncora, tutta sommata, naturale: il genere?

Mi trovo distesa all’ingresso delle mia casa, ora. Casa di bambola, casa di donna: casa vera: casa forse sono sempre io stessa, sola. Anche se sono stata una madre e una innamorata: come Una io sono: una qualunque. E ferita da una luce straniera, e sempre stranieri, e tutti, sebbene ci somigliamo: per il cibo, e per i volti chinati su segni casuali ma sempre capaci. Per come siamo Abili a non sparire presso i numeri sempre calcolati, inventariati. Come se questo abito, che mi sono regalata da me stessa, dovessi dirmi poi è il premio della guerra di ogni giorno della tua guerra: ché si combatte, tutti, in fondo la guerra essa si vede. Sempre.

La guerra è la distanza stessa che nella vita possiamo inventarci, da noi stesse. Noi, che siamo la distanza. Donne costruite da uomini intelligenti come angeli posticci e speciosi, che progettano le nostre vite montatissime, noi che femmine abili a restare sole, anche a questo siamo. Vi abbiamo, in fondo, solo messi al modo, è vero. E non ve l’abbiamo prima chiesto, è vero. Per cui oggi ci punite massacrandoci il tempo e il corpo pur solo con spigoli di merciparole?

E una solitudine ero, e duro poco oggi. Un’altra generazione di bambine giocanti giocattoli maschili: cioè bambole bone, un’altra figliuolanza umana si è assegnata ai buchi interni, assegnando il corpo proprio a una guerra senza guerra, assegnata su menti e a schiene potenziali, con i maschi volenterosi e oramai imperfetti, io-bambola-bionda. O negra.

Io non ho mai, dico mai oggi dico, nominato con gli occhi un cazzo retto: e mi passavano e mi passano davanti solo piattezze di corpi, anche se sono cazzosegnale, queste piattezze stanno diventando la forma del mondo tutto figliante ogni porzione, ogni fetta, ogni pezzo, braccio, gamba, pure mordicchiata, puramente zoppe ci prendono, ché basta che giochiamo.

La lotta era per l’aria, direbbe una donna, io, barbie, che la lotta era per la lotta. Ci avete montate e progettate, assemblate e volute, come destinate e farvi cattive donne, figli incatenati al vincolo del gioco: mentre prelevavate, dallo scaffale pasquale, la migliore tassa di una vita tutelabile come vita, scegliendo di indebitarvi con la nostra cattiveria, noi ci siamo armate.

Guerra e abbiamo progettato il vincolo regio, il principio di dominazione illusiva, lo abbiamo imparato dalle vostre magie di vita, dai vostri calcoli innocenti e disastrosi: ci avete posizionato come stelle incapaci di piangere, con occhi sbarrati sulle vostre mani e immobili tra i vostri scaffali domestici, a ripetere un cielo scarico di lacrime, come le sacche gravide di umori di animali d’appartamento. Abbiamo acconsentito. Abbiamo pianto inudite, impossibile, senza nessuno che ci detergesse l’aride gote, quella gommosa superficie lavabile, forse cancerogena: era per maledirvi, alla malattia della vita. Vostra.

Abbiamo ecceduto e risultiamo sconfitte?

Come se avesse istituito, lo spettacolo verissimo del bisognobarbie di restare nonostante l’obsolescenza ludica e vilentissima di questi pezzi d’epoca sopravvivente sempre, sebbene recentissima sia la violenza patita e arrecata – uno spettacolo proprio istituito da un altro spettacolo: per ogni barbie una canzone, per ogni barbie una donna irriconoscibile sfigurata offesa, per ogni barbie un maschio stuprato dalle sue stesse mani intente a giocare, senza gioia però.

Sviluppo in un tempo di secondi, io un rapporto inciso in una specie di sorridente malizia: un essere compatita da me stessa, non abbindolata: un essere mio come cosa comunicabile non più attraverso un mezzo, il corpo, ma nel medio: un’epoca quando ci si adopera a fottere una donna con le parole performanti: fatti cosa perché sei cosa: questo, quello, un contenuto, un continente di fede. E gli credo, al mio maschio bambino. Solo fede.

Un minimo di storia. Una barbiestoria. ” Oramai anche un Salvatore giunge senza spada. Solo gigli, solo testimone, lui. Di una pace incredibile misura. Bestia e delirio, rintanati alla catena dalle mani spingenti come fiori nella carne, stelle stelline in un bosco di cartone. “

Futura funzione.

Stella infilzata.

Una cosa.

Una barbie.

 

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