Silenzio in ascolto, euforia emozionale e pharmakon nel poetry slam

Immagine tratta da “Guida liquida al poetry slam” (Agenzia X, 2016), Festival PoesiaPresente 2014, foto Barbara Colombo

Di DOME BULFARO

Di reading/concerti, anche di musica classica da camera, ne ho seguiti tanti ma il silenzio collettivo che si crea in un poetry slam è unico. Le orecchie di tutti sono antenne ben tese, gli occhi sono sgranati come quelli notturni dei gatti, le braccia sono ben aperte pronte ad accogliere e a reagire in silenzio a qualsiasi eventualità. Ogni corpo del pubblico slam, come una carta fotografica aumenta al massimo la propria sensibilità ricettiva e si predispone per essere impressionata al meglio, emotivamente, mentalmente, fisicamente e, nelle performance più vibranti, anche spiritualmente.

Il silenzio dell’ascolto collettivo di uno slam non è come quello dell’astinenza dalla parola o del silenzio-assenso o del silenzio di rabbia o di qualunque altra sfumatura di silenzio che si forma ogni volta che il rumore scende al di sotto dei 20 decibel. Il silenzio dell’ascolto è accogliente e iper attento. E quanto più è saturo di accoglienza e attenzione tanto più si fa pregnante di senso.

In silenzio vuoi sapere se le parole che il poeta sta scagliando a terra come una tazza di ceramica riescono a scheggiarti il cuore, o quantomeno infilzarsi nella carne. “C’è all’improvviso (…)” – trasmutando i versi di Billy Collins – “il silenzio nel quale dico / queste parole… il silenzio in cui in questo / momento entrano nella tua vita… mentre tu / stai ascoltando.” E senti come scrive la poetessa australiana Pam Brown che “Tutti quanti custodiscono quel silenzio vivente, / quella sorgente di pace, / al centro del loro essere. ”

Con la parola silenzio si intende la relativa o assoluta mancanza di suono o rumore. Deriva dal latino silentium, da silēre: “tacere, non far rumore”. Nello slam i momenti di silenzio non sono lunghi e dilatati ma intensi e concentrati in pochi minuti. Se stai cercando una solitudine individuale, un dialogo intimo e profondo in assolo con la tua anima, non li troverai nel rito sociale del poetry slam. Ancor meno troverai quel senso di desolazione simile a quello descritto da Ungaretti, nel pieno della prima guerra mondiale, nella poesia Silenzio: Conosco una città / che ogni giorno s’empie di sole / e tutto è rapito in quel momento / Me ne sono andato una sera / Nel cuore durava il limio / delle cicale / …”. Nello slam, di norma, anche il silenzio è solare. I luoghi in cui l’evento avviene solitamente lasciano in te un ricordo di città assolata. Il limio del pubblico, anche se assordante come quello delle cicale, ti lascia per giorni nelle vene un piacevole suono di sottofondo.

In uno slam si ascoltano due silenzi principali: quello dello slammer e quello del pubblico.

Il poeta in gara sfrutta al meglio il silenzio, privo di tono, timbro e intensità, in quanto pausa che ha una durata. Durante il discorso dello slammer, il silenzio non viene adottato in quanto negazione, interruzione o sospensione della comunicazione. Nello slam i silenzi, come i versi bianchi di Ungaretti, sono pause le cui durate sono considerate parte integrante del testo a partire dalla prima parola emessa dal poeta fino all’ultima lettera sonorizzata, sia sul piano sonoro che della comunicazione del messaggio.

Il silenzio del pubblico è invece di altra natura: assume un particolare valore di rispetto verso il poeta che parla. Il silenzio come insegnano i retori, è un messaggio insonorizzato in cui, nel caso dello slam, il pubblico esprime la propria disposizione all’ascolto, non pregiudiziale, finalizzata alla massima ricezione della performance. Già a partire dai grandi oratori latini come Cicerone, Quintiliano, Seneca, si è sottolineato quanto un bravo oratore non solo dovesse saper parlare persuasivamente, ma anche tacere efficacemente. Il dispositivo teatrale del voto è un fantastico trucco per predisporre tutti i componenti del pubblico ad un’attenzione particolarmente efficace.

Il peso specifico dei silenzi di ascolto, dipendono anche dalle manifestazioni sonore, interattive, altrettanto altisonanti che precedono e seguono il testo di performance poetry. Rumore e silenzio nel contrasto fra applauso fragoroso pre-performance/silenzio d’ascolto/boato post-performance, si esaltano a vicenda, amplificando la loro rispettiva forza ed eloquenza espressiva. È come se pubblico e slammer confezionassero un anello enfatizzato, in cui nel silenzio in ascolto come una pietra preziosa s’incastona la performance.

Il silenzio attivo del pubblico segue in effetti le stesse regole delle dinamiche di gruppo. Una persona da sola agisce per uno. Ma un gruppo di cinque persone non agisce semplicemente per cinque ma per cinque elevato all’ennesima potenza. Quando Papa Francesco ha incontrato al Parco di Monza un milione di fedeli, io non ero fra gli astanti, tuttavia il loro ascolto di massa, in totale silenzio, ha letteralmente inondato la casa dove abito, distante tre-quattro chilometri in linea d’aria dal palco in cui ha parlato il Santo Padre. I fedeli raccolti in silenzio, stretti intorno alle sue parole fresche come un filo d’erba mattutino, funzionavano da cassa di risonanza. Se nelle loro orecchie la voce di Papa Francesco zampillava come una stilla di rugiada, grazie all’intensità del silenzio circostante, l’energia delle sue parole vibrava ben oltre le mura che cingono il Parco.

Se un applauso poco partecipato ha come ricaduta un silenzio di ascolto meno recettivo, oppure se una performance poco esaltante spegnerà i migliori focolai preparati dall’MC, allora significa che il Maestro di Cerimonia, in quanto conduttore di energie (Racca), fa la differenza nel generare o meno nel pubblico un sentimento pervasivo d’euforia.

Il termine greco euforia nasce dall’unione di êu (bene) e phéro (io porto) nel senso compiuto di “portare abbondanza, fertilità”, porta abbondanza e fertilità di poesia sia in me, in quanto singolo partecipante, che nella temporanea comunità che si forma.

La guerriglia nel Novecento contro l’emozione in poesia a favore di un linguaggio dominato dall’intelletto, col poeta che chiude ermeticamente la sua voce nel libro, trova nel poetry slam un atteggiamento diametralmente opposto. Nello slam il poeta stabilisce prima di tutto un rapporto empatico e diretto con il pubblico. Se all’empatia uniamo l’inaspettato per ciò che accade o che di esaltante ti sta capitando di ascoltare o vedere, be’ l’euforia emozionale è servita.

Meno di un mese fa ho assistito alle finali nazionali della Lega Italiana Poetry Slam (LIPS), che si sono svolte per la prima volta tutte in spazi sociali –piazza Libertà con Palazzo Archinti a Mezzago, il centro sociale Macao di Milano, piazza Roma nel cuore di Monza–. Il pubblico e la poesia insieme, non solo metaforicamente, sono scesi in piazza.

Questa finalissima ha raccolto di fianco e sotto l’Arengario, l’edificio medievale più importante della città di Monza, circa 250 persone. Costruito a margine del Pratum magnum, la storica piazza del mercato, l’Arengario, antico Palazzo Comunale, ha rievocato il ruolo sociale che aveva nel Medioevo la poesia trobadorica, parente alla lontana ma affine alla slam poetry.

L’Arengario fu voluto dal nobile e potente milite Pietro Visconti, podestà del borgo di Monza, a causa di una scomunica che nel 1250 colpì il podestà dell’epoca. Non c’è miglior scenario della piazza in cui la “reietta” slam poetry possa consumare la propria rivincita. Se sulla facciata a sud si aggetta la Parlera, la loggetta in pietra da cui venivano letti i decreti del Comune, sul palco adiacente l’Arengario i poeti hanno proclamato i propri versi e il pubblico decretato i propri giudizi.

Nelle persone che hanno vissuto questa, come le precedenti finalissime LIPS, il poetry slam ha risvegliato l’entusiasmo per la poesia. Il loro enthusiasmòs, termine che deriva dal greco antico, è frutto di un invasamento di massa per la poesia, di cui si era persa memoria. Il poetry slam, quello che sa infervorare s’intende, è una potentissima macchina di entusiasmo. Lo slam riporta questa parola alla sua origine, quando nei riti pagani, l’iniziato e il sacerdote venivano “posseduti” dal dio.

Nel poetry slam dunque è intrinseco quello che in storia e sociologia si definisce “movimento entusiastico”. La ventata di energia generativa, taumaturgica, che produce un grande slam, ti mette le ali ai piedi per mesi. Il più delle volte tramuta l’odio per la poesia, maturato a scuola, in cieco amore. Non di rado spazza via in un solo colpo tutti i pregiudizi e i luoghi comuni che negli anni si erano annuvolati intorno alla poesia.

Lo slam nel suo essere portatore di vivacità e ottimismo, predispone il corpo alla salute psicofisica. Forse per questo il genere che più lo contraddistingue nell’immaginario collettivo è la stand-up poetry, tanto da far rimuovere tutti gli altri numerosi generi e stili raccolti sotto l’ombrello della slam poetry. Tuttavia se consideriamo che la depressione o il semplice stato d’ansia, sono oggi giorno sempre più opprimenti, non è difficile spiegarne il successo. Una poesia che fa ridere può alzare più facilmente il grado euforico dello slam e quindi anche la propria incisività benefica.

Al pari di Sorano d’Efeso, medico romano, che prescriveva ai depressi di andare a vedere commedie, si potrebbe nel solco di queste tecniche terapeutiche non convenzionali, suggerire l’assidua frequentazione di poetry slam. Lasciarsi entusiasmare significa concedersi una via inedita per guarire dalle proprie discrasie individuali e di massa. Potersi esprimere apre all’armonizzazione del sé: il clima informale, socializzante, interattivo dello slam, favorisce l’unità con se stessi nella relazione con la sua comunità temporaneamente adottiva. Uno slammer, che sia poeta o meno, sale sul palco per se stesso e per il pubblico. Ha la possibilità di dire ciò che pensa col beneficio di rinegoziare la propria identità. Per molti salire sul palco rappresenta l’unica vera opportunità di essere se stessi e mostrarsi per quelli che si è.

Lo slam dunque, per i suoi tratti di festa pagana, nella maggior parte dei casi agisce innanzitutto nel cambiarti in meglio l’umore. Secondo la teoria degli elementi e degli umori, che risale a Ippocrate, il corpo umano è composto e retto da quattro umori: il sangue con sede nel cuore, il flegma con sede nella testa, la bile gialla con sede nel fegato e infine la bile nera, la melanconia appunto, con sede nella milza. Ippocrate dice che «Quando il timore e la tristezza persistono a lungo, si ha uno stato melanconico» (Aforismi). L’isonomia, ossia l’armonioso equilibrio degli umori, viene compromessa se il colore della melanconia (dal greco Melàine Chole, bile nera) diventa eccessiva. La sua bile nera ha un potere patogeno, responsabile di svariati stati fisici e psichici, alcuni piacevoli molti dolorosi. Lo slam agisce come pharmakon naturale alla melanconia, sia perché si ascoltano poesie, intrinsecamente terapeutiche per chi le dice come per chi le ascolta, sia per il contesto euforico transpersonale in cui si consuma il rito. Lo slam è una palestra di umiltà dove “l’accettazione” è costantemente allenata. Accettare di buon grado un brutto voto, un verdetto, la sconfitta, accettare che non abbia vinto il tuo poeta preferito, che le tue parole o il modo in cui le dici non arrivino, sono prove di crescita, che capitalizzano il lato positivo della competizione.

Da ogni forma artistica si può cavare un pharmakon. Un farmaco capace di bloccare il pianto qualunque cosa si dica o accada. Come fece Elena, secondo Omero (Odissea, canto IV, v. 219 e segg.): “Tali rimedi opportuni sapeva / la figlia di Zeus: glieli diede la moglie di Tone, l’egizia / Polidamma; la fertile terra moltissime essenze / lì dà, molte proficue in miscela, molte letali”.

Apprendere con esperienze e studi a discernere le qualità di questi rimedi per utilizzarli nel migliore dei modi, permette di prevenire le ricadute tossiche e favorire quelle benefiche di un fenomeno artistico mondiale, qual è il poetry slam, che per complessità e implicazioni, resta ancora un pianeta perlopiù misterioso in gran parte da esplorare.

 

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