La crisi dei minimi sistemi nella poesia New Beat di Silvia Molesini

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Di SONIA CAPOROSSI *

La compiuta dichiarazione di poetica di Silvia Molesini, a ben vedere, è contenuta all’interno di un preciso componimento intitolato La creazione della statua, in cui si avverte l’annullamento, tipicamente New Beat, della memorabilità degli individui: la poesia dismette la propria funzione eternatrice, topos tradizionale fin dalla lirica greca e latina, come a dire che la poesia non risulta più essere un mezzo privilegiato per mantenere la propria fama o la memoria delle cose dopo la morte. L’atto creativo, per Molesini, è riconvertito al puro presente, altra istanza primigeniamente Beat: non c’è infatti, per la poetessa,  un passato da cui attingere tradizione, non c’è un futuro da eternare o in cui e(s)ternarsi. Nella rivisitazione New Beat che la poetessa ci offre, l’atto creativo non è tecnica e norma, ma libera e (im)pura fluenza dell’essere. In particolare, nella versificazione di Molesini un tale panta rei è tradotto nel libero scorrimento e affastellamento delle allitterazioni e dei richiami di significato, da sema a sema, in uno sperimentalismo linguistico che fa aderire con la forza della condensazione sinergica le parole alle cose. Infatti, il “prepotere nudo” citato da Molesini in un componimento rappresenta il senso estetico come forma di conoscenza e di intervento interpretativo nel reale precedente alla dimensione logica, nudo perché istintuale, aurorale, primigenio, linguisticamente pre-potente.

L’attitudine neologistica, i rimandi fonetici e le balbuzie sillabiche, i verbi intransitivi trasformati in transitivi e le scaltrezze simboliche danno luogo a un gioco linguistico affrancato dalle regole della sintassi, in base a una tecnica scrittoria già tipica del Dada e di Tristan Tzara.

Tuttavia, non si tratta in questo caso di anarchismo della parola puro e semplice. In Molesini, la consapevolezza dell’oggi non consente facili concessioni all’immagine abusata della fantasia al potere: il Sessantotto, sembra dire la poetessa, ha esaurito completamente le proprie cartucce. L’associazionismo metasemantico che procede per suoni evocativi e per labili nessi psichici emerge tramite progressioni fonetiche e successive aggiunte di senso, fino all’ottenimento di un filo logico che conduce a sua volta a un vero e proprio parto polisemantico. La tecnica sintattica è spesso quella della sottrazione di lettere, sillabe o metasememi interi, ammiccamenti e ripetizioni di parole citate in precedenza, il cui senso, come in un mistero o in un gioco monadico dalle regole segrete, va scoperto per completamento, compensazione o tentativi successivi.

Si tratta spesso, per Molesini, di una specie di flusso d’incoscienza, una sorta di cut up del linguaggio poetico, consistente nel rimescolamento del textus brano a brano per orgiastica composizione e ricomposizione a partire da uno statement preciso, che spesso ritorna eternamente uguale come una specie di mantra o una frase Zen all’inizio e alla fine di ogni componimento, come parentesi di senso aperte e chiuse, quasi a significare che il presunto anticonformismo della società attuale vivacchia sulla base di una fictionale ipocrisia.

La poesia New Beat di Silvia Molesini non disdegna infatti nemmeno il contenuto civile o la denuncia dei mali e delle contraddizioni della società ultracontemporanea, ma attraverso una totale disillusione delle valenze salvifiche del poetico in quanto tale. Ad esempio Francesca Pascale, nota fidanzata – fanciulla di Berlusconi non meno nota come proprietaria del cane Dudù, viene pastellata a forti tinte attraverso la scarnificazione descrittiva della propria essenza olgiettistica sfrontata. Anche il salto generazionale che compare all’interno di un altro componimento è sordamente doloroso: non avere più vent’anni significa rendersi conto dello stacco abissale con le nuove generazioni attuali, le quali non posseggono più alcuno strumento ermeneutico per decodificare la realtà circostante. In Molesini la dimensione sociale è da porre (a)sistematicamente sotto le lenti grandangolari della deformazione parossistica.

Nella poesia di Silvia Molesini, insomma, compare l’esemplificazione formale della Krisis, con la quale ella ostende i Minimi Sistemi (Im)morali nel cui cestino della spazzatura quotidianamente siamo usi gettare, a tempo (letteralmente e letterariamente) perso, tutte le scorie residuali dell’odierna ipocrisia e in cui giocoforza, senza armi e senza fiato, come cartacce prive d’importanza e di memoria, agonizziamo.

(Sonia Caporossi)

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Selezione testi

La creazione della statua :

prendi un blocco di materiale atavico
lo fai segare dai mezzi nuovi su teflon
nella misura, nella coerenza,
calcolo amoroso mantato lavico
dispensa-coscienza e poi

quando ce l’hai mostralo bene
con le vene esplose che ha munto
la tua magra intenzione e aggiungilo
alla teoria
delle promesse mancate
in fila con gli altri
suddito
ingenuino
pezzo d’altro pezzo d’altro

che qui chiamiamo statua,
e la fotografiamo
in nessuna memoria.

*

L’angelo blu selvaggio a dorso di schiena
rapide le mani le lunghe gravi l’io nero
s’inchina appena al terreno

deposita una sua perla che era
quella, appunto, sbranata o
concepita a malattia mala ma
guardalo morire disìntegrati
a lui
la bella l’anima che ti aveva promesso
per caso in incastro
e che tu l’hai mangiata
séh, le canzoni le canzoni, quelle
appunto sbrani mentre
la vena sottile spara
per l’autostrada della sonnolenza maga
esse
non ci siamo trasformati è
che avevamo una specie di prepotere nudo
addosso alla gabbia, parlava
dove tutto quanto impaura hai visto:
quegli uccellini
scappano il cuore fortissimo
sembra le canzoni l’amore
sbatte contro a gara i vetri
e una linea lunghissima
l’io
muore disintegrato
quell’appunto sbranato che ci
deposita una perla,
s’inchina appena al terreno
rapide le lunghe mani l’io nero
e l’angelo blu selvaggio addosso di schiena.

 

M’incantavano, possibile?,
quei passaggi stretti lunghi assidui come di morte
e le garbugliature
forti loro dell’andirivieni della frequentazione
specchi incrinati stati sempre
inconsolabili veementi, possibile sia spreco
tutto
che non si veda niente?
Niente,
quando ho tolto il potere alla fantasia
nelle mani il pugnetto di cenere
il vento dissipava quel che può.
Giocare illimitato nei recinti.
Sopra di me ancora gli anni che le ridono
brutta schiatta balorda con l’inventario magro
di lunedì andato spella
(i libri buoni)
(possibile m’incantassero così)
e qui sto do noccioline ai piccoli dell’oro
mai niente cresce in loro e cretina ah
questa voglia cascasse come una
foglia
mentre
fa leva forza come fa solo il digiuno, mi
arrovento e così bene
inspiedata qua e qua e rossa
grossa
mngte mi
mangatmi
mangiatemi.

*

Molti uomini a quel tempo
avevano la faccia scavata
da una miseria genetica precisa.
Quella sopravvivenza urtante
quel si era fatto in bellezza
nelle selezioni bianche.
E non sai mai cosa essere questi
che uscire dai deserti con che
cambian le sue lacrime.
Tra loro forse un ragazzo
figlio di militari che va a stare
tra due venezie e un papa.

( Il mondo è così chiaro ora.
Non c’è bisogno di niente.
C’ho la guerra finita.
C’ho mio fratello sbranato.)

Che molti uomini a un tempo
avevano la faccia scava
da una lontanissima scoria.
Quella sopravvivenza urtante
li faceva decisi a guardare
nel buco del culo alla morte.
E non sai cos’è il coraggio
quando dietro questa corre
che è strega che è madonna.
Tra loro forse un fantat
fil di mari, va a stare
dove non si deve mai.

*

L’amore non ha artigli per aggrapparsi alla camera dodici credo
dovrebbe poter cedere il pezzo migliorato di un appropriamento
che salta sui corpi e sull’intero consenso al nostro lupo dio, lo vedo
ici, sereno, girovagare fuori dalla camera dodici di porcellini tre.

Un signore e le sue vittime in fila precisa all’obitorio di Concanera
hanno voluto per Sé un lungo guanto bianco che si poteva sgualcire
l’amante non ha artigli per quell’armata arresa ma involucrata si era
sottoposta a più miti consigli non sa perché perché Percée diceva :

” tu signora ha battezzato le tue bambole col nome del papaleone
oh tu prendi e disegna un lungo limite nuovo catapultato di là da
bella sborrida cornice che incornicia la stradina la casetta bruciali
Nina, l’amore non ha artigli per aggrapparsi alla camera dodici.”

*

Pascale Francesca

impietritemi davanti
occhi celestissimi (loro)
un serpente, die serpenti
Francesca no, è bruna castagno,
donna toro.

Pascale si avvicenda e dice
“il tuo finto coraggio”
dice “baby”, dice
“attenta a Boston”
che di Boston si muore, lei sa
quei parcheggi incustoditi :
il culo dei building:
smalìziati
amore.

Perché io sono una Pascaleamore.
Le ciocche quasi bianche
la bambola mia kajal
l’uomo minimo che la fa e
il tempo fra di noi che ha
una gran bella grana b/n matt.

Che la carta di Pascale è mia
fatta pietra devant moi
alanina
blu timina
infinitamente corporea
mia puttana mia puttana puttana mia, mia bimba mia, bambina.

*

Vi hanno fatti che mancate di sguardo

Si vedono i migliori:
nottetempo sei riuscito a scappare
tu, giugno di breve poesia
allora loro ti colgono e
sento già i vari anticonform
chiedono “chi sono i migliori”?
lo chiedono a me! Vecchia porta socchiusa
come non lo sapessi che è una bella invenzione
come se non avessi visto il gatto mammone
fuori dalla porta del bar.
Circonfusi ad ideali bislacchi
signori del nuovo come nuovi santi
ah! e senza rispetto poi
attraversate le strade di tutti
solo avete vent’anni
e tutto il loro sudore
solo avete vent’anni
e non li vorrei riavere.
Ma ridatemi invece
vecchionamente balbetto
che vent’anni sono buoni a rimanere coraggio
e vent’anni sono buoni a percorrere testardamente
cose distrutte by way e rinnovare strade
gruppi corrosivi per la musica per l’âme
ah! ma se m’ero inventata il mondo prima
com’è che adesso me lo ritrovo addosso
smessa gabbia per polli, anticamera, solaio
com’è che adesso tutto sibila
e le vecchie paure sono fuori dalla
porta del bar?
Abbiamo fatto notte
dice Cenerentola scalzata
e dice bene lei, principessa meraviglia,
assiepata, assiepante totale
ha visto montagne ridursi a mollicine
e ha visto navi che partono la notte
con carico pesante di ferrimmenso furore
spargersi molle ad inquinare ascelle
modi-gente, lo capite scemi?
Lo capite, cazzo, che il mondo è la gente?
Che cambiate a sputare addosso
continuamente
senza provare un arrangiamento di rime
del vostro veleno bieco abbiamo fogne piene
s’assiema a tutti gli altri
ci incatena ci agglutina ci unge
uccelli impetroliati che siamo
e invece sguardi oltre
porterebbero mira/coli possibili
scrollatevi i vent’anni di dosso
basta ingurgitare fantamusica
vi hanno fatti che mancate di sguardo
accatastati in momenti qualunque
anticosmici
provate a resuscitare significati
provate ad intendere
che quelle coésie malvage
le abbiamo scritte noi,
i peggiori. Prima.

__________________

* Da Bologna In Lettere 2017.

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