Le mani delle suore: un estratto “gaddiano” da Anna Marchesini, “Il terrazzino dei gerani timidi” (Rizzoli 2011)

Anna Marchesini, “Il terrazzino dei gerani timidi”, Rizzoli 2011

Di ANNA MARCHESINI *

Le suore, indipendentemente dal nome del Santo e dal tipo di Istituto presso cui abbiano preso i voti, sono dotate esclusivamente di due tipi di mani.

La mano con le dita a bacchetta, rigida tozza edematosa, poco prensile non si piega volentieri; una mano liscia liscia acquosa trasparente e dal colorito pallido quasi fosforescente.

L’edema linfatico, in questo caso, non è che il capolinea, la stazione terminale di una serie di ingorghi idraulici, di fisiologie umorali gravemente intralciate, intasamenti ormonali, brucianti intoppi di polluzioni essiccate e riarse, incendi violentemente domati con provvidenziale ricorso ad alluvioni salvifiche di acque, che sbarrano il passo al fuoco luciferino dell’inferno tentatore.

In natura, tale tipo di mani, l’hanno soltanto le suore; se ne può trovare l’uguale unicamente nei post infartuati, che del resto spartiscono con le suore anche quel colorito giallastro opaco, come da anossia prolungata.

Codesto tipo di mani, legnose e sdrucciolevoli, viscide al tatto come molluschi paralizzati, ignoranti del monte di Venere e degli avvallamenti palmari, delle collinette, dei polpastrelli, delle grinze, delle nocche e del garbo dell’unghia, appaiono simili a quelle dei manichini, però da uomo, se non fosse una capricciosa rete capillare di venuzze violacee, decifrabile come la mappa della rete fognaria, ad avvertirci del contrario, quantomeno parzialmente, ovvero ad assicurarci che di sicuro non abbiamo a che fare con un manichino.

Assai diverso è il secondo tipo di mano pur altrettanto distintivo. Si tratta della mano secca e rugosa, estremamente disidratata, piccola aggrinzita e dal colorito scuro.

In tale mano, la pelle, vizza e priva di nutrimento, si è asserragliata attorno all’osso in una resistenza sacrificale che testimonia la estremamente parca e risicata partecipazione ai piaceri, quali che fossero, quelli della mensa monastica.

Il profilo osseo evidentissimo e particolareggiato dello scheletro sta a ricordare a noi mortali tutti come un giorno andremo a finire e anzi cosa siamo già; confermando così il legame giurassico di tale prototipo con l’antico anatema della estinzione.

La pelle della mano secca, del tutto priva di un vero sostegno, afflosciata e plissettata come una fisarmonica,- conferisce tuttavia a tale mano una disinvolta motilità. Essa risulta utilissima nella quotidiana manipolazione del rosario, che si snoda abilmente uncinato a dovere dalle dita, trattenuto senza tema tra le grinze e fatto scorrere ad arte, grano dopo grano, con le dovute fermate, fino all’excelsis del Salve Regina.

Al contrario, nella mano a bacchetta, meno duttile, il rosario, in totale assenza di attrito, trattenuto a fatica dalle dita, slitta scorre cola come vomito di gatto.

Le dita, ossute nodose bitorzolute, un po’ uncinate e unghiute, devono in gran parte il loro particolare aspetto al paziente e indefesso lavoro dell’artrite (il convento non è riscaldato, che freddo fa in cella!) che rende tali mani simili ad artigli di aquila. Le mani con le dita a bacchetta trovano la loro migliore applicazione nella direzione del coro e inoltre sono le più adatte a suonare l’organo; scivolano sulla tastiera come oche su un lago di ghiaccio.

Le mani del secondo tipo invece, a causa della sviluppata capacità di ghermire, sono maggiormente adatte a sistemare i bambini, «Spostati lascia passare!», nei banchi della Chiesa e, «Tutti in fila non vi spingete», per dirigere la ricezione, «Tira fuori la lingua!», dell’ostia santissima e poi «Muoviti non ridere e torna al banco senza masticare!»

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* Estratto da Anna Marchesini, Il terrazzino dei gerani timidi, Rizzoli 2011, romanzo d’esordio, p. 11.

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