Ius Soli, Ius Culturae: un binomio etico-filosofico fluido e includente

Bambini italiani de facto e di diritto

Di SONIA CAPOROSSI

II problema dei Leghisti, ultimamente tornati alla carica contro lo Ius Soli, è sempre e solo l’ignoranza, nel pieno senso etimologico del termine: essi, come del resto i Pentastellati, confondono il concetto di Nazione con quello di Stato ignorando che lo Stato è una sovrastruttura meramente politica, ovvero successiva alla presa di coscienza di una condizione inalienabile perché  non può venire negata, ovvero l’identità nazionale; al contrario, nazione è un concetto culturale e quindi fluido, perché rappresenta un popolo con comunità di lingua, tradizioni, usi, costumi indipendentemente dalla nascita sullo stesso suolo.

Riprova di ciò è il fatto che altrimenti non ci sarebbero nazioni, cioè popoli, senza Stato, alcuni viventi il proprio status come dramma e manchevolezza, come ad esempio i Baschi, i Curdi o i Ceceni, che lottano per ottenere un territorio statalizzato in virtù della propria autopercezione di essere “popolo” o “nazione” (i due termini, sia detto in via preliminare, sono teoreticamente e praticamente equivalenti) e, quindi, del diritto internazionalmente riconosciuto all’autodeterminazione; ma esistono anche popoli che non avvertono nemmeno l’esigenza di un territorio univocamente riconosciuto come proprio, per esempio i Sami, che abitano la Lapponia sconfinando in tre Stati nordici in cui vedono riconosciuta per giurisdizione comune il diritto al loro libero spostamento; per non parlare dei Roma, sparsi ovunque a Est e da noi (Roma è il corretto plurale di Rom, altra cosa che i leghisti non sanno) oppure i più noti e i più discussi di tutti, gli Ebrei, diffusi davvero dappertutto (Weltlos, senza mondo, li chiamava, in senso filosofico e senza la cattiveria che gli è stata imputata, Heidegger).

Ora: un figlio di stranieri che nasce sul suolo italiano possiede in dotazione il diritto ad acquisire la nazionalità italiana di default, a maggior ragione se al e nel nostro sistema di riferimento culturale viene semplicemente educato e cresciuto. Tutto il resto è ignoranza, in virtù della quale i leghisti, in pratica, potrebbero essere definiti come i Weltlos della conoscenza.

Non bisogna, infatti confondere i padri con i figli, come sembra fare il capo della Lega: un figlio di stranieri che nasce qui assorbe l’italianità più di Salvini, che è uno scissionista. Del resto, un figlio di italiani nato negli Stati Uniti non è italiano se cresce in quello Stato e non è statunitense se non ci cresce: non vedo dove ciò possa inficiare, né in senso teoretico né tantomeno in senso pratico, il principio di partenza, essendo lo ius soli un diritto d’acquisizione.

Volendo specificare meglio, per convincerci della bontà di principio dello Ius Soli, potremmo affermare che la possibilità dell’acquisizione della nazionalità nel momento della nascita su un territorio statale diverso da quello d’origine parentale è legittima di default in quanto diritto di natura. Il neonato che ne usufruisce, successivamente, l’acquisisce anche de facto con l’acculturamento. Si tratta, in soldoni, della famosa dicotomia natura/cultura che filosoficamente viene dibattuta dal Seicento, compiutamente ricomposta all’interno di quella semiosfera autoincludente che è la dimensione sociale considerata di volta in volta di riferimento, non più come dicotomia, ma come binomio.

Lo Ius Soli, insomma, non è da considerarsi come un mero diritto in potenza, bensì come un vero e proprio diritto di natura, mentre lo Ius Culturae, come potremmo definire quel diritto alla cittadinanza del paese ospitante che consiste nell’assorbimento (non adeguamento!) alla sua lingua, alle sue tradizioni, ai suoi usi e costumi, a quel punto nemmeno può essere più chiamato tacitamente un diritto: assurge all’urgenza propria di un dovere a cui non si può contrapporre proprio nessuno, né Salvini, né Grillo, né Le Pen, e nemmeno la norma, se è vero, com’è vero, che la norma deve essere un adeguamento legale allo stato di cose, non viceversa. Allo Ius Soli che diviene giocoforza Ius Culturae, quindi, corrisponde il dovere dello Stato di adeguarsi a priori.

Ma il problema, a ben vedere, non si esaurisce qui: c’è anche un altro caso a ingarbugliare la questione e l’intelligenza (sotto la media) del leghista (medio). Giacché, infatti, non viviamo in sistemi logico – matematici chiusi, bensì aperti, come l’antropologia culturale sa bene, il caso isolato dello Ius Culturae vige come possibilità non foss’altro che nel caso in cui il bambino potesse andarsene da piccolo dal paese in cui, da genitori stranieri, è nato. Allora,  acquisirebbe nient’altro che un diritto di cittadinanza di origine eminentemente culturale altrove. Una tale configurazione delle cose, come ho già scritto, è fluida, giacché ambedue gli aspetti, il diritto di cittadinanza per nascita e quello per acculturamento, afferiscono a contestualizzazioni differenti, natura e cultura, concetti fluidi, rizomatici a loro volta (checché il giusnaturalismo tendesse storicamente a cristallizzare il primo in una qual determinata fissità, seppur postdeistica); sono quegli stessi concetti che oggi consentono, ad esempio, il doppio e il triplo passaporto e altre evenienze che ormai non sembrano strane (e straniere) a nessuno, tranne che ai veterorazzisti.

Non esiste a livello etico nessuna contradictio in terminis, peraltro in una dimensione sociale in cui esistono oriundi, doppie e triple cittadinanze, nomadismi. E a quanto pare, anche monadismi. Infatti, la vera incongruenza logica è di chi identifica in modo subdolamente anacronistico la nazionalità con lo Stato, dimensioni, com’è ormai chiaro, ben differenti.

Ma attenzione: per comprendere bene questo assunto, senza rischiare fuorvianti incomprensioni di principio, non si deve pensare al diritto come norma, bensì come facoltà. Il primo è il concetto meramente giuridico, il secondo, concetto etico-filosofico.

Purtroppo la differente accezione a cui faccio ora riferimento non è, a ben vedere, una disgiunzione inclusiva, vorrei che lo fosse e invece, nell’immaginario collettivo, troppo spesso autoesclude. Altrimenti non esisterebbero la necessità della bioetica e tutte le problematiche ad essa connesse sul piano giuridico (staminali, suicidio assistito, utero in affitto e che dir si voglia). Non esisterebbero altrimenti nemmeno quelle fallacie logiche buoniste che, nel tentativo meritorio di avvalorare lo Ius Soli, stanno tirando in ballo in questi giorni l’estensione del diritto di cittadinanza a tutte le province romane dell’Impero voluta nel 212 d. C. da Caracalla. Eppure, a ben vedere, la Constitutio Antoniniana è ben altra cosa in ben altro contesto sia storico che politico, perché estendeva la cittadinanza a territori acquisiti per conquista.

Il diritto di cittadinanza, alla nascita, c’è, e in questo Caracalla non intervenne che in virtù di una normalizzazione successiva allo stato di cose, di tipo esclusivamente giuridico, non certo etico-filosofico. Poi, occorre vedere come (e dove) il cittadino eserciti il proprio diritto di cittadinanza. Ma io sono per le Lettere Persiane di Montesquieu, ovvero per l’incontro delle culture e per il cosmopolitismo di ascendenza illuminista, dunque, a mio modesto modo di vedere, è indifferente proprio il luogo. L’importante è riconoscere l’assenza di qualunque minaccia identitaria per i cosiddetti autoctoni: l’ego civis italicus sum dovrebbe sempre risultare scevro da implicazioni nazionalistiche. Del resto, stiamo parlando, fin dall’inizio, del diritto di nazione, ovvero del riconoscimento di far parte, de facto, di un popolo a cui si appartiene per nascita e crescita, non di nazionalismo, lessema che in quell’-ismo condensa tutta l’accezione negativa e degenerativa del termine, almeno dagli imperialismi di fine Ottocento a oggi.

Ma che cosa vuoi spiegare ai leghisti… e anche un po’ a Diego Fusaro, che pure lo stigma dell’ignoranza non dovrebbe, dati gli studi pregressi, possederlo. Altro che il nazistissimo “sangue e suolo”: in Italia non so se costoro siano più per il Blut und Boden o per il Blut und Betrug. Praticamente il motto di una certa genìa mal assemblata di italianissimi difensori della razza potrebbe benissimo essere il seguente, parafrasando liberamente dal teutonico: sangue e sòla.

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3 pensieri riguardo “Ius Soli, Ius Culturae: un binomio etico-filosofico fluido e includente

  1. “Ora: un figlio di stranieri che nasce sul suolo italiano possiede in dotazione il diritto ad acquisire la nazionalità italiana di default, a maggior ragione se al e nel nostro sistema di riferimento culturale viene semplicemente educato e cresciuto. Tutto il resto è ignoranza, in virtù della quale i leghisti, in pratica, potrebbero essere definiti come i Weltlos della conoscenza.”
    *
    Non sono leghista ma dissento dall’affermazione qui riportata.
    Un figlio di stranieri che nasce sul suolo italiano avrà in futuro il diritto di acquisire la nazionalità italiana, solo a patto che sia già stato cresciuto ed educato secondo i principi della Nazione Italiana, lingua compresa. Quando nasce non sa nulla di Nazioni, costumi e nozioni indispensabili. È solo un neonato bisognoso del latte materno e delle coccole. Sono contraria allo IUS SOLI.
    Cordiali saluti
    Giorgina Busca Gernetti

  2. È però interessante insistere di più sul concetto di educazione alla cultura nazionale.

    È vero che chi nasce in territorio italiano e studia nelle scuole italiane ha accesso alla nostra cultura, ma se Salvini non è facilmente riconducibile alla cultura italiana (è secessionista, ma ce lo teniamo lo stesso) allo stesso modo bisogna fare uno sforzo per allargare la cultura italiana magari a chi non professa la religione cattolica o a chi cresce in ambienti familiari esageratamente maschilisti (e non parlo dello stereotipo italiano).

    Non sono sicuro che un esame di lingua o qualche anno di scolarizzazione (con o senza i problemi che alcuni figli di immigrati esibiscono) siano una certezza di acquisizione della cultura nazionale italiana – e quindi, di conseguenza, di inclusione nello Stato italiano.
    Certo è che da qualche parte bisogna iniziare, e chi si sente italiano deve poterlo essere a pieno titolo. per i benefici e i doveri che ne conseguono (e insisterei sui doveri, visto che di benefici io ne sto vedendo pochini).

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