L’analogismo celeste di Guido Turco come modus e maniera della realtà poietica

Guercino, “Et in Arcadia Ego”, 1618, olio su tela

 

Di SONIA CAPOROSSI *

Guido Turco è spesso solito descrivere ossessioni e suggestioni del proprio lavoro poetico nei termini di una politropia che certo egli si riconosce come qualità ma che tuttavia, forse per vezzo, forse per schermirsi, dichiara di non preferire a un’attitudine maggiormente specializzata e concentrata che non sa ritrovare in se stesso. Quanto alle proprie influenze personali, il poeta scrive: “Mi folgorò afterward la lingua de Il Partigiano Johnny e la musica dei loosers/lovers di Bruce Springsteen. Vorrei avere la faccia di Amos Oz, la capacità affabulatoria di Danilo Kiš, l’indifferenza di Ágota Kristóf, il discrimine di Krzysztof Kieślowski.”. Nella sua abilità di trascorrere senza colpo ferire dalle poesie a racconti “à ma façon”, spesso nella forma neobarocca del conte philosophique, come nel dedicarsi diuturnamente a ciò che egli stesso definisce “lunatismi e pensées”, l’evidente poliedricità gli deriva da un’estrema consapevolezza del proprio sé poetico, e soprattutto, del proprio metodo di lavoro, che egli stesso descrive come una sorta di decisa propensione per la “mitologia del poeta ma non della poesia”. La passione poetica di Guido Turco si accompagna, per sua stessa ammissione, a quella del “nobile ricercatore alla Phileas Fogg”: poeta avventuriero in perpetua ricerca del mistero insito nella disovvietà dell’ovvio quotidiano, come ogni poeta dovrebbe fare, ciò che, in fondo, ogni poeta dovrebbe essere.

Il fatto che il titolo della silloge presentata a concorso si ispiri al Guercino, uno dei massimi pittori della fase matura del Barocco seicentesco, possiede una sottile fascinazione associazionistica; tuttavia, il riferimento a Guercino non deve ingannare: i “cieli” che il pittore ha prodotto come lascivo visivo e richiamo allegorico per i posteri, nascondono una vastità di significati che del barocco in senso storico non condensano solo il richiamo al senso estetico della morte:

il segno che vorrei

della supposta verità fondamentale

ultima vittoria delle cose umane

sulla morte vicinissima

Giacché, se è vero che il linguaggio poetico di Guido Turco trapassa impalpabilmente e continuamente nei due stadi della significazione e dell’analogismo, quasi che la forma in senso estetico rappresentasse

un biglietto di sola andata

da logos a phantasmata

il poeta è quindi il manierista della propria stoltezza, ovvero della propria insipienza mondana anti-intellettualistica che si nobilita solo tramite la capacità puramente estetica del sentire e del significare per immagini; ma se è anche vero che

 I poeti nascono e muoiono ogni giorno

non sapendo, i poeti stessi, definire un termine di confronto con il fluire interminabile delle cose umane nella modernità liquida in cui viviamo, è però anche frutto esperienziale dell’autoconsapevolezza artistica il fatto che ogni parola finisca e inizi

 …come l’inverno in un solo mattino

per avocare a sé il rendimento

luminoso della lampada

il lungo filamento dell’anodo

responsabile dell’incendio

e dell’ombra successiva.

Ecco che la maniera di un barocco mai ostentato, categorialmente sovrastorico, ricolmo del senso di quieto disfacimento della iperrealtà ultracontemporanea in cui siamo immersi, si rende esplicita nella propria in-significanza, coltura segreta di metasememi come abbagli pseudoculari che rincorrono il confine del linguaggio dall’interno dello stesso, nell’essenza sedicente del poeticum in quanto tale. Il poeta allora, finisce per scegliere volontariamente (e di nuovo baroccamente)

parole antiche che sembrino nuove

pluristratificando il segno sul significato e riverniciando costruttivisticamente il vecchio per dargli non solo l’aspetto, ma il contenuto e la forma del nuovo, oltre qualsiasi pretenziosità del verum e del factum.

Per Guido Turco esiste un solo rischio nel fare poesia, un rischio da cui occorre ben guardarsi: quello dell’incartarsi del linguaggio nella ripetizione statica del circolo vizioso logico, ovvero nell’irreversibilità dei sensi delle cose, ciò che consisterebbe nella morte stessa della pratica poetica (e poietica) e, quindi, nella cristallizzazione e fissazione del linguaggio in una natura morta museale da cui, metaforicamente, persino i cieli del Guercino sanno rifuggire, proprio perché barocchi, e in quanto tali, pregni di sé e dei propri frutti postumi in una realtà che si rispecchia in se stessa e, rispecchiandosi, sa salvarsi dalla dispersione e dal baratro dell’infinito nulla: poiché “…il rischio dell’irreversibile” occorre sempre saperlo raccontare

…come emblema di un ripetuto incantesimo

e di un segno si faccia un ricordo

di un ricordo una probabile realtà.

________________________

* Nota critica scritta in occasione della premiazione del Concorso poetico di Bologna In Lettere 2017.

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