“Primordiale”, un racconto inedito di Marco Mazzucchelli

Di MARCO MAZZUCCHELLI

Il giardino gonfio di magnolie si era svegliato ricoperto da un sottile manto di neve. Le strade erano deserte perché nessuno si era arrischiato ad andare a lavorare, tutta la provincia sembrava disabitata. Le persone si erano chiuse in casa, sorprese dall’evento climatico. Dalle finestre guardavano la neve scendere sui tetti bassi e piatti delle case, infilarsi nelle crepe degli intonaci. Dopo un pranzo consumato in timoroso silenzio, si preparavano a rintanarsi sotto le coperte per sfuggire al freddo, che si stava annidando nei loro appartamenti privi di riscaldamento.

Erano i primi di marzo e nel mezzo del giardino trascurato, nascosto da arbusti alti e incolti, un uomo stava in piedi, immobile. Sembrava smarrito nella vegetazione selvaggia, confuso a tal punto nell’assenza di ombre di quel pomeriggio grigio ghiaccio, che nessuno avrebbe potuto notarlo. Era sulla quarantina, vestito elegante, coi capelli bruni, lisciati all’indietro e leggermente spruzzati di neve. Era la controra di un giorno infrasettimanale e dietro di lui la casa sonnecchiava scura e fatiscente, con i suoi due piani e il porticato. Era una casa ignorata, le ombre dei suoi saloni sembravano inghiottirla e quasi scompariva dietro alla grande buganvillea che avvolgeva i portici laterali. Dalle sterpaglie, a pochi centimetri dall’uomo elegante, immobile e impomatato, saliva un filo di fumo, come da una sigaretta. Quando il vento si calmava, arrivava flebile il ronzio di una radio lasciata accesa in uno dei saloni al piano terra. Lo speaker parlò della condanna a morte pronunciata da Khomeini nei confronti di Salman Rushdie per i suoi Versetti Satanici e poi lanciò Ti Lascerò di Fausto Leali e Anna Oxa, ma l’audio venne portato via da una folata di vento improvvisa. Presto il fumo si inspessì, assunse le dimensioni di una colonna e l’uomo indietreggiò di tre passi. Il silenzio del giardino venne lentamente contaminato da un crepitio di fogliame secco che si accartocciava. I legnetti iniziarono a scricchiolare e le loro cisti, i loro nodi, scoppiarono e rilasciarono aria. Il fuoco avvampava, aveva sciolto il leggero strato di neve nel raggio di due metri, anneriva la terra crepata e asciutta, cresceva. Improvvisamente l’uomo si voltò e si diresse verso il porticato, salì i quattro scalini e le assi di legno cigolarono. Entrò nella casa scura, come se ne venisse inghiottito, mentre le fronde degli alberi danzavano. Il fuoco crebbe, si stabilizzò. La colonna di fumo si espanse. Dopo un minuto, l’uomo riapparve portando con sé una pila di libri. Li posò a terra e iniziò a gettarli uno a uno nel falò, attento a non soffocare il fuoco. Le fiamme avvamparono e il fumo si fece più nero e spesso. Ingrassava. Iniziò a sciogliersi anche la neve che si era posata sugli alberi più vicini. L’uomo rientrò e uscì con un’altra pila di libri, li posò a terra e ripeté il rito. Quando uscì per la terza volta, il fuoco era così sviluppato che gettò direttamente l’intera pila di libri nelle fiamme. I suoi gesti iniziarono a essere violenti, come se quell’andirivieni stesse iniziando a innervosirlo. Si slacciò la cravatta, incurante di rovinare i vestiti o di avere i capelli, gettò un’altra pila di libri nel fuoco, con più veemenza. Dalle braccia gliene cadde qualcuno, li raccolse e cercò di farli a pezzi a mani nude. Quando vide che alcune pagine erano sottolineate, urlò, imprecò, come un boato primordiale e inaspettato, le strappò con più foga, sbraitò, quasi avesse la schiuma alla bocca. Eppure gli alberi tornarono a essere immobili e la neve continuò a cadere. Le sue bestemmie echeggiavano tra gli alberi e arrivavano fino alla strada deserta e ghiacciata. Portò fuori un’altra pila di libri, ma si fermò, come se si stesse prendendo una pausa. La colonna di fuoco adesso rombava, fischiava come un animale furioso, risucchiava violentemente le sacche di ossigeno e le scaraventava oltre le cime degli alberi, avviluppate in strisce di fumo nero e spesso. L’uomo fissò immobile la danza del fuoco, lo ascoltò ringhiare. Era come se i lembi della sua giacca ne venissero attirati. Poi improvvisamente, come se il caldo fosse diventato insopportabile, si staccò da quell’attimo e tornò a essere frenetico, prepotente. Ricominciò a imprecare verso il cielo, a strappare le pagine con foga, piegandosi, aiutandosi incurvando le spalle, scardinando le pagine dai dorsi rilegati, piegando le copertine e gettandone i brandelli tra le fiamme. Continuò a imprecare: un susseguirsi di Madonne e di Signori. Poi guardò in alto, puntò il dito verso la casa e gridò ancora «Demonio, bestia!»

Affacciato a una delle finestre del primo piano, in piedi a un metro dalla finestra, quasi immerso nel buio e nascosto dai tendaggi, un bambino assisteva alla scena, come uno spettro. Restava immobile, mentre tutto intorno a lui vorticava senza sosta.

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Marco Mazzucchelli (Saronno, …) ha pubblicato finora racconti per Neo Edizioni, Nazione Indiana, Prospettiva Editrice e Casa Lettrice Malicuvata. Preferisce il testo breve.

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